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Giuseppe Pontiggia e la letteratura senza mediazioni

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Corsi e ricorsi della letteratura italiana portano ad una frequentazione maggiore o minore con certi autori: nel caso di Giuseppe Pontiggia, purtroppo, questi meccanismi non hanno generato l’attenzione che l’autore si meriterebbe, certamente inferiore a molti pochi colleghi nel secondo Novecento italiano.

Fortunatamente però le sue opere continuano a venir pubblicate e ad avere un pubblico –  ed esiste anche un Meridiano a lui dedicato: si tratta di una fortuna perché molti dei suoi romanzi sono capaci di parlare in maniera profonda e centrata ancora oggi, uno su tutti lo splendido Il giocatore invisibile, insuperato ritratto di un mondo accademico narcisistico e tragicamente ripiegato su se stesso, raccontato con magistrale distacco ironico.

Esce adesso un volume teorico di Pontiggia, Le parole necessarie. Tecniche della scrittura e utopia della lettura (a pubblicarlo è la casa editrice Marietti 1820, marchio importante che torna grazie al Centro Editoriale Dehoniano), che raccoglie due lezioni inedite e una conferenza dello scrittore e dà decisa testimonianza della sua grande abilità nell’insegnamento della scrittura.

A curare il volume è Daniela Marcheschi, da sempre studiosa dello scrittore e a cui si deve non solo il Meridiano ma anche molti altri suoi volumi. I tre materiali che compongono il libro si muovono tutti, pur partendo da luoghi diversi, verso una simile riflessione, quantomai attuale, sul valore della parola e sul rischio di indebolimento perpetuo che essa corre, in un’epoca in cui sempre più il valore delle immagini acquisisce ruoli decisivi. Pontiggia parte dalla considerazione che «non sappiamo molto parlare, e non sappiamo neanche molto scrivere» e da lì tenta di risalire al significato originario della parola.

Nel primo testo Le parole e la «rettorica» fa riferimento al suo uso nella società ateniese, al «deterioramento e impoverimento» del linguaggio a lui attuale (e siamo nel 1991) e al suo metodo di insegnamento, quello di «indicare esempi funzionali e mostrare anche i meccanismi della loro costruzione»; il secondo Come rendere più espressiva la scrittura, si muove in un territorio simile, come già si comprende dalla fulminante apertura: «Chi pensa che scrittori si nasce, si sbaglia. Troppi libri, troppo giornali, ci dimostrano il contrario. Sembrerebbe allora che lo scrivere – come il suonare uno strumento o il disegnare – presupponga l’acquisizione di una tecnica. E anche un atteggiamento diverso nei confronti della parola». L’ultimo testo infine, Leggere come felicità dell’utopia, sposta l’attenzione sulla lettura, altro «anello imperdibile della catena parlare-scrivere» come sottolinea Marcheschi nella sua introduzione: la lettura è per Pontiggia atto vitale, modo per rivolgere l’orizzonte al passato e al futuro nello stesso momento ma è anche un gesto di rispetto nei confronti della parola e del linguaggio, cioè verso tutto ciò di cui è composto l’uomo.

Un altro volume uscito quest’anno di Pontiggia è la sua tesi di laurea La lente di Svevo, testo che ci permette di aprire una parentesi su un altro inattuale, ma necessario, autore del nostro Novecento. Di Italo Svevo non è certo possibile scrivere qui, tanta e profonda è la sua opera (si può però rimandare agli studi di Lavagetto pubblicati da Einaudi, validi e imperituri viatici d’eccezione allo scrittore triestino), ma merita certamente di essere segnalata la monografia ad opera di Maurizio Serra Antivita di Svevo (pubblicata dall’editore Nino Aragno) che tenta di illuminare gli enigmi che da sempre minano le indagini biografiche, indagando quel confine che divide lo scrittore Italo Svevo dal borghese Ettore Schmitz. Su questo sottile e scivoloso discrimine concentra la sua attenzione Serra, diplomatico e scrittore oltre che fine storico, sui sentimenti di un uomo dalle mille sfaccettature, triestino, ebreo, di educazione tedesca ma di identità italiana, offuscato da vizi che mai tentò di nascondere ma soprattutto dedito alla scrittura, arma attraverso la quale costruire nuovi se stesso. Il confine tra arte e vita è in questo libro sagacemente setacciato, e l’appendice che segue le tre parti che lo compongono (L’inetto (1861-1898), Il fuggitivo (1899-1922) e Il vincitore (1923-1928)) con i dialoghi con scrittori come Magris o Edwards, lo portano ad occupare un ruolo centrale non solo nelle biografie sveviane, ma anche negli studi critici sulla sua opera.

Altra lettura fondamentale su Svevo è la tesi di Pontiggia a lui dedicata (meritoriamente pubblicata da EDB e con la cura ancora di Daniela Marcheschi) e questo per due aspetti principali: innanzitutto per l’attenta esegesi del testo sveviano e, in secondo luogo, perché questo testo costituisce un documento importante anche per comprendere le modalità attraverso cui Pontiggia esercita la lettura e la critica (Marcheschi definisce, a ragione, «vitale e profonda l’intuizione», «terse» le osservazioni di Pontiggia su Svevo). La tesi venne discussa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 1959 ed è dedicata in particolare alle tecniche narrative dello scrittore triestino, abile narratore, per Pontiggia, di un nuovo tipo di umanità, quella novecentesca, che si trova gettata dentro una nuova e spaesante civiltà.

L’indagine di Pontiggia corre analitica seguendo una struttura decisa, con ognuno dei capitoli dedicati ad una declinazione della scrittura di Svevo (Il tempo, I personaggi, Il paesaggio, Il dialogo, Il linguaggio): in queste intense pagine critiche si iniziano a materializzare anche i caratteri che la sua scrittura farà propri, uno su tutti la chiarezza del dettato e del ragionamento (come detto oggetto privilegiato delle due conferenze pubblicate da Marietti), strumento indispensabile per assicurare alla letteratura un ruolo centrale, politico, all’interno della società. Nella sua introduzione Daniela Marcheschi, per molti anni vicina a Pontiggia, riesce a riassumere splendidamente la relazione dello scrittore con la letteratura, un’inclinazione oggi necessaria, anche come anticorpo ai narcisismi che ne attraversano i frequentatori: «La letteratura, quando la si ama davvero, si sente vivendone punto per punto la vocazione, la bellezza, e si conosce con i sensi, la memoria, la ragione vivendo, e si sente senza mediazioni in ogni momento».

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
Commenti
2 Commenti a “Giuseppe Pontiggia e la letteratura senza mediazioni”
  1. Daniela Marcheschi scrive:

    Gentile Matteo Moca,
    Grazie del Suo intervento su Giuseppe Pontiggia.
    Moli auguri di buon lavoro, e cordialmente, Daniela Marcheschi

  2. Matteo Moca scrive:

    Grazie a lei Daniela, per il suo prezioso e continuo lavoro su Pontiggia. Buon lavoro, M

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