william faulkner

Gli amori carnali di Faulkner

william faulkner

Dal nostro archivio, l’introduzione di Marco Missiroli alle poesie di Faulkner apparsa su minima&moralia il 31 agosto 2012.

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Pubblichiamo l’introduzione di Marco Missiroli, uscita sul «Corriere della Sera», a «Poesie del Mississippi» di William Faulkner (Transeuropa).

C’è un piccolo malinteso che rivela l’indole di William Falkner e che risale ai tempi di una sua prima pubblicazione, quando un editore distratto storpiò in copertina il nome del futuro Nobel in Faulkner, aggiungendo al cognome una «u» di troppo. Appena lo scrittore se ne accorse, non protestò. Tutt’altro: scelse di mantenere la vocale che l’avrebbe distinto da una famiglia ingombrante (il bisnonno era già un celebre uomo di lettere) e da un passato in subbuglio, soprattutto da un avvenire che fino allora si annunciava in bilico. Quella «u» inventata di sana pianta custodirà il tratto più forte del narratore americano: saper ricreare un’identità sentimentale.

All’epoca Faulkner aveva poco più di vent’anni e covava un sogno, scrivere sul serio. Veniva da un’infanzia senza imprevisti e da un’educazione attenta, il padre l’aveva abituato a vedere il mondo dall’occhio delicato (e chirurgico) con cui inciderà tutte le sue opere. Usare le parole a tempo pieno era il naturale compimento per questo ragazzo di New Albany, qualcosa però rese affannoso l’intero processo.

Il primo guaio erano i soldi, l’immaginazione di Faulkner rese il tutto molto più semplice: aveva talmente spirito di adattamento che si mise a fare mestieri disparati, tra cui l’insegnante di golf, l’operaio e soprattutto l’assicuratore di studenti che venivano bocciati a scuola (si meritò una causa da parte dell’università). I risultati erano scarsi, così tentò la strada militare, ma anche qui non ottenne granché. Riusciva a racimolare il tanto che bastava, è in questo periodo che nascono le prime poesie. Il Faulkner letterato nacque dai versi, «sono dell’opinione che in principio ogni scrittore voglia essere poeta» era una convinzione cresciuta ai tempi in cui il padre inculcava al giovane William «l’amore per la natura che ci sta intorno, da scrutare e da trascrivere». L’istinto faulkneriano ha questa matrice, raccontare con impeto il creato partendo dall’occhio di chi lo vede, dando nuovi muscoli al sentimento.

E qui, puntuale, arriva l’altro inghippo che prima bloccò il giovane poeta, poi lo ispirò: la rincorsa amorosa. William Faulkner era un romantico che non si arrendeva agli imprevisti dell’esistenza, figuriamoci a un rifiuto affettivo. È questo il nucleo d i Poesie del Mississippi, manifesto letterario del futuro Nobel alle prese con le disperazioni del cuore: le poesie che compongono la raccolta furono scritte nel biennio 1924-25 ma provengono da due sezioni diverse, dedicate da Faulkner a un paio di donne di cui era innamorato. Una delle due era Helen Baird, scultrice che ossessionò lo scrittore americano:

«Dunque, le dirò: tra due fugaci palloni
di sottane vidi le sue ginocchia, gravi calici
fiorire in alto verso svenevoli nugoli di api
nell’arnia dei fianchi di miele, minime lune».

Faulkner non rinuncia alla carne e alla sua potenza verbale, esattamente come nei romanzi di qualche tempo dopo: i negri e i bianchi saranno rispettivamente disgrazia e fucile, il loro destino comune si avvererà nelle leggi del corpo. Anche in amore si passa dalla materia, l’occhio battezza i fianchi e i seni (acerbi «tra lo sbocciare ventoso di meli ubriachi») e gli occhi: il sentimento faulkneriano è una piccola lussuria delicata, che non si compie. Diventando forza letteraria.

Prima di affermarsi come scrittore, William Faulkner provò i mestieri più disparati, tra cui l’insegnante di golf, l’operaio e il soldato. La poesia dello scrittore di Albany è anche epica sentimentale: l’amore si fa mancanza e il desiderio si trasforma in sfida:

«Addio, buonanotte: e buonanotte è proprio adatto
siccome, perdendola, io ne ho trovate due,
(…) a due sorelle ora devo far la corte».

La perdita del cuore genera una nuova scommessa: il poeta non piagnucola, si rimbocca le maniche e ritrova il midollo. È in questi versi che c’è già tutto il Faulkner di Palme selvagge e di Santuario, soprattutto di Mentre morivo, l’opera che sta tra il romanzo e la poesia. Fu scritta, dice la leggenda, mentre lo scrittore faceva il fochista in una centrale elettrica durante i turni di notte (e su una carriola ribaltata): è la storia di un lutto e del suo viaggio all’interno della famiglia che lo sta scontando. Il modo di lottare per un legame sottratto è lo stesso di Poesie del Mississippi. Cosa rimane se l’oggetto del nostro amore ci è tolto? Rimane la memoria.

«E disse la madre: ne farò un figliolo
come non ce n’è mai stati prima
(…) Sarà forte e sarà allegro/ e per bene e coraggioso,
il mondo sarà preso dal rimorso/ quando sarà ombra nella tomba».

Faulkner dà a una figura materna il senso del ricordo, che è lo stesso della sua poetica, ribadire una ricerca verso ciò che dovrebbe essere. È un inseguire che mette a nudo le illusioni di un uomo devoto a una donna disinteressata. Si consuma una legge umana, crudele e autentica, Faulkner ce lo dimostra come dimostrerà il modo in cui la ferocia contro i neri d’America non ricadrà sui bianchi che li appendevano «come mele marce» in terra assolata. Per Faulkner non c’è spinta più potente di quella naturalistica, la passione conterebbe meno se non si legasse al territorio:

«Tre stelle nel suo cuore quando si risveglia
mentre il sonno invernale spezza il rigoglio nel diluvio
e nella terra cavernosa lo strepito di primavera s’agita,
come tra i suoi fianchi il seme dissodato e vivo».

L’amore è prima di tutto polvere, stagioni, fiume, la mancanza amorosa si radica qui. Allora non stupisce un piccolo aneddoto di una visita italiana del Nobel americano all’apice della carriera. Faulkner soggiornava in incognita e da solo in un piccolo alberghetto che si affacciava sul lago di Como. Si racconta fosse un uomo taciturno e gentile, aveva l’abitudine di rimanere in camera fino all’ora di pranzo e di fare lunghe passeggiate pomeridiane. Una mattina all’alba il titolare dell’albergo lo trovò oltre la riva, il lago ai polpacci. Lo scrittore anticipò ogni domanda, si chinò verso l’acqua per bagnarsi le mani, poi disse: «Mi mancava mia moglie».

Marco Missiroli è nato a Rimini, vive a Milano. Ha pubblicato Senza coda (Fanucci 2005; premio Campiello opera prima), e per Guanda Il buio addosso (2007), Bianco (2009; premio Comisso e premio Tondelli), Il senso dell’elefante (2012; premio Campiello Giuria dei Letterati, premio Bergamo, premio Vigevano). Il suo nuovo romanzo è Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015). È tradotto in Europa e negli Stati Uniti. Scrive per il Corriere della sera.
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