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“Gli anni invisibili”, le invenzioni di Rodrigo Hasbún

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«Il problema è che si può essere in un solo posto alla volta, ed è quest’appartamento il posto dove lui ora vuole essere».

Sono, quelli recenti, anni in cui la scrittura autobiografica è molto presente nei cataloghi delle case editrici, il memoir se la gioca ad armi pari con la narrativa tradizionale. Non vince, non perde, non pareggia, ciò che è interessante è sempre la qualità della scrittura. Se la lingua dello scrittore, la sua sintassi, la struttura del libro reggono, creando uno spazio dentro il quale il lettore possa stare bene, riesca a fantasticare, soffrire, lasciarsi stanare, non importa più a nessuno che la storia raccontata sia vera oppure no, sia inventata di sana pianta oppure no.

Anna Maria Carpi in una sua bella poesia chiude un verso con “Mai il vero mi ha interessato”, pur essendo la sua poetica da sempre orientata al quotidiano, all’osservazione dei giorni e al rapporto con gli altri. Vale tutto purché sia scritto bene, ciò che davvero interessa è che arrivi ogni tanto qualcuno che sovverta le regole del gioco, cambi il punto di vista del narratore. Qualcuno capace di scrivere un romanzo e a metà di questo cambiare l’inquadratura, inserendo due personaggi nuovi.

Uno di questi è lo scrittore che ha scritto il romanzo che abbiamo letto fino  quel punto, l’altra è uno dei  personaggi principali. Allora quello che stiamo leggendo è un memoir che ha dentro un romanzo o un romanzo che ha dentro un memoir? Lasciamo ai rigidi la risposta. Per nostro conto diremo che siamo dentro le pagine di un libro bellissimo: Gli anni invisibili di Rodrigo Hasbún, (Sur 2020, traduzione di Giulia Zavagna). Hasbún è boliviano, ci aveva già conquistati qualche anno fa col bellissimo Andarsene (sempre edito da Sur), leggendolo viene da ribadire – ancora una volta – che chi ci ricorda da sempre, e sempre più spesso, che le possibilità di reinvenzione del campo da gioco della narrativa sono pressoché infinite, sono le scrittrici e gli scrittori che arrivano dall’America Latina, ogni volta più giovani, sovente bravissimi.

Le persone che eravamo laggiù somigliano poco alle persone che siamo qui oggi. Le persone che eravamo laggiù non avrebbero mai immaginato le persone che siamo qui oggi.

Veniamo alla storia (anzi alle storie). Ci troviamo in Bolivia, la vicenda è quella di un gruppo di adolescenti, la scuola, gli innamoramenti, il gruppo musicale, le feste, il sesso, le lezioni, la droga. Sono ragazzi benestanti, alcuni sono molto ricchi. Li incontriamo in un tempo sospeso, siamo con Ladislao, appassionato di cinema, passione che condivide con una insegnante di inglese; si innamorerà di lei, ma questa è solo una delle storie. Cominciamo a leggere, incantati da subito dalla prosa di Hasbún e dalla sua capacità di mostrarci quei ragazzi pian piano.

Mi dice: i ricordi felici e i ricordi infelici sono ugualmente ingombranti.

Di colpo ci troviamo a Houston, Texas, 21 anni dopo, due vecchi amici di quel gruppo si ritrovano a bere in un bar. Lui vive in Texas, lei arriva da New York. “Quella che nel libro chiamo Andrea accende un’altra sigaretta”. Lei arriva a Houston per incontrarlo, passano da un bar all’altro, bevono molto, non si rilassano, lei non toglie mai gli occhiali da sole. Viene perché ha letto il libro, il libro che noi abbiamo letto fino a quel punto. L’abilità dello scrittore boliviano sta nell’affiancare da quel momento i due piani. I due amici, forse non più amici ricordano, vanno indietro, commentano, si raccontano quello che sanno degli altri, le fughe, le disperazioni, gli errori, i tentativi di salvarsi.

Un po’ ce lo dicono e un po’ lo vediamo leggendo. Houston è il futuro, il passato, il punto cruciale è il marzo di 21 anni prima, una festa, i giorni che la precedono. Dopo è la vita che è accaduta a chi è uscito da quella casa, da quella festa. Dopo è la fine che ognuno di loro ha fatto. Bicchiere dopo bicchiere. Quella che nel libro si chiama Andrea e che nella parte di Houston non ha un nome, critica l’amico, gli dice i punti in cui il romanzo che ha scritto è debole, gli mostra le lacune e i punti di forza. Non c’è salvezza, né assoluzione.

Siamo le domande che ci facciamo? O meglio siamo le domande che non abbiamo il coraggio di farci?.

Per Hasbún la storia da raccontare è quella di un crocevia, fissare sulla pagina gli anni invisibili. Gli anni, dunque, in cui siamo diventati le persone che siamo, quelli che ci hanno lasciato il marchio. Le risate, la violenza, la scoperta del sesso, i desideri, i sogni, tutto si realizza o meno, ma tutto è definito da alcune giornate, alcuni momenti in cui la gioia e l’eccitazione sono scivolate in un dramma, in cui in mezzo alla luce della giovinezza, in quell’incanto fatto di possibilità, qualcuno o qualcosa spegne l’interruttore, bastano pochi minuti. Non possiamo non pensare alla nostra adolescenza, a quelli che abbiamo perso per strada, dirci fortunati e vedere con chiarezza che quei giorni ci hanno destinati, sappiamo come  non sappiamo ancora bene dove.

Dice che ha già visto il lato luminoso di ogni cosa. Dice anche che vuole darsi un’altra possibilità.

La prosa dello scrittore boliviano è per certi versi spietata ma è anche romantica, capace di accelerazioni poetiche, di variazioni di ritmo e di registro. Gli anni invisibili mette due racconti allo specchio e li fa parlare, ognuno dei personaggi fa avanti e indietro attraverso il vetro, ti dice chi è stato e chi è. Due sono i narratori, uno è inventato dallo scrittore, lo scrittore a è inventato dall’autore del libro, colui che in questa recensione chiamiamo bravissimo.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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