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Gli antiesordi

Filippo D’Angelo, esordiente con un romanzo molto duro e arrabbiato («La fine dell’altro mondo»), inizierà in questi giorni il suo primo giro di presentazioni. Vista la retorica spesso insopportabile con cui in Italia il mondo della comunicazione ha circondato il concetto stesso di esordio letterario, Filippo D’angelo racconta a minima&moralia l'”antiesordio” di Franco De Longis.

I lettori genovesi sicuramente ricorderanno la misteriosa e tragica figura che, nell’inverno a cavallo fra il 1998 e il 1999, invase il paesaggio letterario della loro città: Franco De Longis, autore del romanzo Il cerchio. Figura misteriosa perché sorta dal nulla, come quella di ogni scrittore esordiente, ma prima che l’esordio diventasse un fenomeno di moda editoriale; figura tragica in quanto destinata a rapidamente tornare nel nulla da cui si era strappata, e a sprofondarvi del tutto. Non sarà inutile, per i lettori delle altre città, evocare la vicenda di un personaggio che meriterebbe il capitolo centrale di una Storia universale dell’infamia letteraria, opera che, fra quelle immaginarie possibili, raggiungerebbe senz’altro il numero più elevato di pagine, essendo gli scrittori le persone maggiormente esposte al rischio di ignominia. Ma non vorrei che, in ragione della sua stramberia, la veridicità del personaggio De Longis fosse messa in dubbio. Potrebbe sembrare un aborto espulso dalla penna senile di Borges o da quella moribonda di Bolaño. Egli è invece realmente esistito. Per accertarsene, basta controllare su Google.

Al momento del trionfo librario ottenuto col Cerchio, Franco De Longis era un commercialista di cinquantun anni, noto in città come curatore fallimentare. Non era, a dire il vero, un esordiente assoluto. Aveva già pubblicato diverse opere di poesia e narrativa presso una casa editrice da lui stesso fondata e a lui solo consacrata: le Edizioni Genova. La Biblioteca Universitaria della sua città natale ne ha in catalogo alcune. In versi, per la collana «Quaderni di poesia»: Notizie (1991), Le esperienze in una notte (1993) e Movimenti (1995). Il romanzo L’intellettuale (1994) nei «Quaderni di narrativa» e gli Scritti dal fronte. I primi anni: 1969-1971 (1995) nei «Quaderni di cultura». Per quanto riguarda il contenuto di queste stesse opere, confesso di non poterne dire nulla: non ne ho consultata nessuna. Mi limiterò, per soddisfare almeno in parte la curiosità di potenziali lettori, a trascrivere di seconda mano alcuni incipit poetici già repertoriati su internet. La loro stravagante schiettezza ha suscitato in me un moto di sincera e immediata empatia: «Come picchi amore mio», «Mi hai fregato balorda», «Ti sono saltato addosso», «E chi se ne frega degli altri», «Quel martini era schifoso», «Ma perché mai pulisci», «Il Nobel, ed a me?», «Uffa come rompi», «Litighiamo dinanzi al roast beef», «Non sai neppure cucinare», «In bicicletta e perché mai», «Facciamo finta di essere Albanesi», «Non rispondo al telefono tagliato», «Stasera a chi tocca tocca», «Chi scrive poesie non ne legge mai». Ho invece avuto l’occasione di acquistare su ebay, e di leggere, Il cerchio, opera anch’essa inizialmente pubblicata per le Edizioni Genova, ma in seguito ristampata per un’altra casa editrice locale, questa non di proprietà dell’autore, sebbene poco meno confidenziale: la Biemme libri. È con tale ristampa che avvenne il vero debutto di De Longis sulla scena letteraria.

Il cerchio è la narrazione alla terza persona del decorso di una malattia mortale, avente per protagonista uno sgradevole personaggio maschile: risentito, invidioso e anaffettivo. Non m’interessa esprimermi sugli aspetti letterari, senza dubbio trascurabili, del testo. Mi preme solo sottolineare che si tratta, sì, di pessima letteratura, ma non della Trivialliteratur che oggi infesta gli spazi delle librerie. Da questo punto di vista, De Longis merita certamente più rispetto dei polli da bestseller allevati nelle batterie dei grandi gruppi editoriali. Mi attarderò invece sul paratesto dell’opera. Nel risvolto di copertina del volume leggiamo, sotto la dicitura «Biografia», la seguente frase: «L’autore non vuole fornire indicazioni di sorta». Più in basso abbiamo la lista dei libri da lui già stampati, accompagnata da una precisazione: «Tutte le opere sono state tradotte e pubblicate in Francia, Inghilterra, Spagna, Germania e Stati Uniti». La quarta di copertina riporta una breve presentazione del romanzo, definito come una «sottile e coltissima analisi della fase di passaggio, ove non conta più nulla, neppure la memoria perduta o meno». All’interno del volume, una prima occasione di stupore proviene dalla dedica: accanto ad alcune persone privatamente care all’autore, De Longis cita il «leader carismatico Massimo D’Alema». Vista la data di pubblicazione del libro – l’anno in cui prese forma l’infausto e famigerato governo D’Alema –, si potrebbe pensare a un riferimento sarcastico. Ma l’accostamento del «leader carismatico» ad alcuni affetti sinceri dell’autore sembrerebbe escluderlo. Bisogna qui tenere conto di una circostanza biografica: Massimo D’Alema, coetaneo di Franco De Longis, frequentò il liceo a Genova, dove tuttora risiedono alcuni suoi amici. D’Alema e De Longis, mi piace dunque immaginarli uniti da un reale sodalizio, sotto il segno, a posteriori, della loro comune disfatta: lo scrittore mancato e il politico fallito congiunti da una sola, ineluttabile e rabbiosa vocazione all’impotenza. Infine, troviamo l’elemento più significativo dell’apparato di presentazione del volume: una pagina di prefazione firmata da H. Bloom. Sette brevi paragrafi di cui citerò solo i primi tre:

La letteratura ha spesso affrontato il tema dell’ultimo momento, quello dell’attesa, quando tutto è già deciso ma nulla ancora avvenuto, né nulla può farsi per cambiare.

Questo breve romanzo, in cui tutti i fatti si innestano in un’atmosfera onirica, è atipico nella produzione dell’autore.

La lettura è a tratti difficile, riarsa, quasi ardua, ma non delude mai, perché è un’opera di grande livello artistico: un breve capolavoro sul terrore di non essere più.

La scelta di far precedere il testo del romanzo da uno scritto prudentemente apocrifo (la sola iniziale del nome di battesimo è presente) del critico che pochi anni prima aveva pubblicato Il canone occidentale rivela, da parte di Longis, la volontà di una rivoluzionaria invasione di campo: stufo di restare sugli spalti, lo spettatore del gioco letterario scende sul terreno con la pretesa di andare in rete grazie all’assist di un fuoriclasse. Il resto della vicenda libraria del Cerchio si inscrive, coerentemente, nella traiettoria disegnata da questa prima, colossale scelta di mistificazione. Per il lancio del suo romanzo, De Longis agisce su due versanti. Da un lato, si avvale della propria competenza professionale al fine di creare un primo bacino di acquirenti: secondo quanto riportato dai cronisti dell’epoca, alcune aziende genovesi avrebbero ordinato quantità imponenti di copie da utilizzare come strenne natalizie, per usufruire di favorevoli detrazioni fiscali. Dall’altro, De Longis intraprende un’avventurosa campagna promozionale: fa stampare nelle pagine e trasmettere sugli schermi dei media locali martellanti pubblicità in cui Il Cerchio è presentato come un romanzo che ha venduto milioni di copie in Italia e negli Stati Uniti. Le réclame sono accompagnate dai giudizi ditirambici della stampa internazionale: The New York Times, «Un capolavoro assoluto della letteratura moderna»; El Mundo, «Leonardo rivive»; The Herald Tribune, «Il più grande scrittore italiano vivente»; Die Zeit, «L’Italia ha un nuovo genio della letteratura», e così via. Oggi che il malcostume editoriale della bandella iperbolica, contenente l’entusiastico parere decontestualizzato di critici famosi o inverificabili cifre di vendita, è divenuto una prassi abituale, l’operazione pubblicitaria di De Longis ha il sapore antico di una premonizione: la scommessa arrogante, ma vincente, sull’ingenuità dei compratori di libri. Di copie del Cerchio, in effetti, De Longis cominciò a venderne molte per davvero, ben al di là di quelle rifilate sottobanco alle aziende genovesi (alcune stime giornalistiche parlano di circa 40.000). Io stesso ne ricordo altissime e numerose pile alla Mondadori e alla Feltrinelli di Via XX Settembre, ma anche in una libreria per lettori forti che, come quasi tutte le librerie per lettori forti di Genova, è ormai scomparsa: Liguria Libri. De Longis accompagnò la diffusione del suo romanzo con interviste in cui, a chi esprimeva perplessità sulla sua notorietà oltreoceano, rispondeva di poter laggiù contare sul sostegno indefesso dell’amico, nonché revisore della traduzione del Cerchio, J. D. Salinger. Dichiarò pure che del romanzo era in preparazione un adattamento cinematografico con Robert De Niro nel ruolo del protagonista. I membri dell’Accademia Reale Svedese delle Scienze custodivano gelosamente copie con dedica della traduzione del capolavoro («Il Nobel, ed a me?»).

Insomma, De Longis realizza, tramite un’onerosa finzione, il fantasma inconfessabile di ogni autore di romanzi: ottenere tutto e subito. Riconoscimenti critici e riscontro commerciale, gloria postuma e immediato successo. De Longis incarna, in una variante autoparodistica, degradata e degradante, l’imperdonabile narcisismo di ogni romanziere o aspirante tale, convinto che il mondo debba inchinarsi ai conati solipsistici del suo vomito creativo. Siamo distanti anni luce dalla mitografia degli esordi difficili, così come dalla retorica del debutto edificante, le quali rischiano sempre di nascondere un narcisismo persino peggiore del narcisismo intellettuale: il narcisismo morale. L’anima di De Longis è l’anima, opaca e densa come il petrolio, propria di ogni scrittore vero o presunto. Un’anima in pena che, agli albori dell’era di internet, pratica il selfpublishing con mezzi al tempo stesso tradizionali e di avanguardia: pubblicazione cartacea e diffusione in libreria, ma quasi esclusivamente indirizzata al canale della grande distribuzione; campagna promozionale incentrata sul valore letterario dell’opera e il prestigio critico da essa raccolto, ma con modalità mistificanti e aggressive. De Longis si destreggia abilmente fra moderno e postmoderno senza poter operare il minimo ricorso alle virtualità offerte dal momento di transizione tecnologica che vide l’apparizione del Cerchio: la blogosfera non esisteva ancora, lo spazio occupato dalla letteratura sulla rete era pressoché inesistente, la prospettiva degli ebooks una praticabile utopia.

Oggi, De Longis potrebbe avvalersi delle risorse del web, ma subito ne rimarrebbe incastrato: una rapida inchiesta su Google basterebbe a far crollare i castelli della sua mitomania. A prescindere da questa considerazione, l’autore del Cerchio amo pensarlo indifferente alle brecce aperte da internet. La più profonda rivoluzione innescata dal digitale è, credo, di ordine psicologico: l’imposizione di uno schermo fra l’io e il mondo. Uno schermo che, come tutti gli schermi, idealmente rinvia colui che lo guarda all’immagine riflessa di se stesso: specchio agevole da attraversare, la cui soglia di accesso è a portata di click, ma al prezzo, incommensurabile, della troppo scontata compensazione di ogni frustrazione o attuazione di ogni fantasma. De Longis, al contrario, le proprie frustrazioni e i propri fantasmi li sfogò sperperando un patrimonio in réclame ben più costose di quanto avrebbe mai potuto incassare con gli introiti, pur notevoli, generati dalle vendite del Cerchio. Al culmine del successo, e dopo avere condannato la tentazione del suicidio nelle ultime pagine del suo romanzo («Spesso il nome tanto amato di Pavese, uno dei suoi idoli crollato col gesto vile, gli correva alla memoria»), si sparò un colpo alla tempia con una Smith & Wesson della collezione di armi del padre, l’ex questore di Genova. Che la sua anima di scrittore riposi in pace.

Filippo D’Angelo è nato a Genova nel 1973. Ha pubblicato per minimum fax il romanzo La fine dell’altro mondo (2012) e l’antologia Troppe puttane! Troppo canottaggio! Da Balzac a Proust, consigli ai giovani scrittori dai maestri della letteratura francese (2014).
Commenti
9 Commenti a “Gli antiesordi”
  1. Francesco scrive:

    Bellissimo pezzo.
    Non so perché ma mi è tornato alla mente Enoch Soares.

  2. All About scrive:

    Se ti leggi il suo romanzo scoprirai anche un bellissimo romanzo…

  3. Duca di Sant'Aquila scrive:

    Comunque De Longis ha fatto molti meno danni di D’Alema.

  4. Noodles scrive:

    Bellissimo pezzo. Dovrò proprio acquistare il libro di Filippo D’Angelo.

  5. Federico scrive:

    In un post dell’Huffington Post della settimana scorsa (http://goo.gl/2oiOc) Ben Arogundade offriva dieci consigli per scrivere ebook di successo.
    Il quarto è “Have more than one ebook already written”.
    Lo stesso discorso si applica agli esordienti nell’editoria di oggi.

  6. Stefano scrive:

    All’epoca lavoravo all’Anagrafe di Genova, dove De Longis spedì 200 copie da distribuire agli impiegati, gratuitamente (molti altri uffici e ditte genovesi ricevettero scatoloni di copie gratis). Ne sapevo abbastanza di letteratura ed editoria per sapere che le vantereie di De Longis non avevano alcun fondamento. Ma la curiosità, mia come di tutti i genovesi in quei giorni, mi spinse a tentare di leggere il libro. Sono un lettore forte, gli sperimentalismi non mi spaventano, non mi arrendo facilmente: ma Il Cerchio si rivelò un pastrocchio illeggibile, senza trama, senza personaggi, senza stile, senza niente, come attraversare a piedi una palude inquinata in pieno inverno (l’immagine che mi venne in mente allora). ‘Un bellissimo romanzo’? No, per favore.

  7. F bruno b scrive:

    …roba che tutta la faccenda degli esordi di Antonio Moresco diventa al confronto una faccenda da ragazzi.

  8. non sono d.’accordo con le “recensioni” impietosamente negative sul romanzo “Il Cerchio” di Franco De Longis
    A me il romanzo è piaciuto molto e la narrazione mi ha avvinto sino dalle prime righe, proprio lo stile secco
    e inusuale mi si è rivelato immediatamente congeniale.
    La storia raccontata è di una veridicità che mi ha fatto credere a un romanzo autobiografico.
    De Longis aveva un suo stile personale, non imitava nessuno e questo è solo un pregio.
    La mitomania di cui si dice fosse sofferente a mio avviso altro non era che l’essere caduto nella trappola dell’auto disistima non essendo stato accettato dal gotha dei grandi autori (tra cui polemicamente tra i tanti che vendono milioni di copie si potrebbero citare: Ezio Greggio, Luciana Littizzetto, Le formiche Gino & Michele ecc. ecc.)
    Io ho donato a una amica la mia copia di “Il Cerchio” perchè i libri si devono “fare vivere” e perchè la storia narrata meritava la lettura.
    Purtroppo non sono più riuscito a reperirlo e se qualcuno volesse vendermi la sua copia il mio indirizzo è buscagliaf@gmail.com
    grazie per la cortese attenzione

  9. Angelo scrive:

    Il caso De Longis, colpito da malvagità e disgrazie, dovrebbe far riflettere in Italia . Enzo Tortora, uomo dolce, amato dal popolo, è l’esempio eclatante di cosa significa essere investiti da accuse infamanti del tipo di quelle additate al ludibrio a De Longis .
    C’è una misteriosa vicinanza fra lo spessore di persone intellettualmente oneste e la limitatezza di coloro che investono di accuse infamanti gli altri . In mezzo vi è solo odio ed il desiderio di gettare fango per convincere l’opinione pubblica. Un Uomo di Cultura come Franco De Longis , che è emerso, che è valso, che, a prescindere dall’autoreferenzialità mostrata o dal mancato riconoscimento del valore culturale delle sue opere, è stato comunque una persona onesta , intellettualmente superiore. Può escludersi che, proprio per questo, non sia accattivato i sentimenti negativi dei peggiori ? Non si può leggere null’altro nella storia di De Longis: la superiorità mostrata , l’odio contrapposto; ciò fino al punto di indebolirlo ed indurlo al suicidio . Nella vita di ognuno di noi basta un errore, un dubbio od un’accusa che vi è subito gente pronta a scatenare campagna di accuse. Nel caso di De Longis ci si domanda : Perche ? Cosa aveva realmente combinato di così ingiusto un uomo che si professava profondamente giusto? Perché è stata indotto a sacrificare la propria Vita . E soprattutto, coloro che l’hanno additato di accuse infamanti ,prima di farlo, hanno guardato dentro a sé ed agli altri per capire se erano meglio di lui ?
    Leggendo le cronache liguri non sembra assolutamente corrispondere al vero che quanto imputato a De Longis corrispondesse al peggio di quanto si consumasse nei meandri dello stesso mondo frequentato ,rivelatosi tutt’altro che candido e pulito.
    La speranza è riposta nella Giustizia Divina.

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