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Gli attimi sospesi tra due abissi in “Turbolenza” di David Szalay

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La vita dell’uomo si compone di lunghe sequenze di attimi, alcuni dei quali non hanno alcuna conseguenza sugli eventi futuri, altri hanno il potere di cambiare radicalmente un’esistenza, e costituiscono uno spartiacque tra un prima e un dopo, tra un periodo di equilibrio e un momento di crisi in seguito al quale nulla sarà più come un tempo.

In Turbolenza – l’ultimo libro di David Szalay (ed. Adelphi, traduzione italiana di Anna Rusconi) –, lo sguardo dell’autore attraversa le vite di uomini e donne diverse, e – selezionandole dalla vastità dell’esistenza umana – mette a fuoco piccole porzioni della loro storia: alcune marginali per il destino di chi le sta vivendo; altre assolutamente cruciali. Szalay si sofferma sugli avvenimenti descritti con occhi distaccati, impersonali, operando un taglio chirurgico nella continuità dell’esistenza, individuando una successione di attimi che non hanno necessariamente un inizio e una fine, almeno non all’interno del libro.

Per il tempo in cui il racconto incontra la vita dei personaggi, infatti, la storia definisce delle sequenze interrotte, limitate, in cui la parte più poetica si condensa esattamente in quello che rimane al di fuori del taglio operato, nei nodi misteriosi del tempo già trascorso o in quello indecifrabile del non ancora accaduto.

Sono dodici storie diverse, ciascuna delle quali prende il titolo da una tratta di viaggio aereo identificata dalle sigle dell’aeroporto di partenza e di quello di arrivo. Il viaggio comincia a Londra e si chiude in quella stessa città dopo aver attraversato destinazioni lontanissime in tutto il pianeta. Ogni storia ha un protagonista,che impone il proprio punto di vista sul racconto, e uno o due personaggi secondari. Nella storia successiva, uno dei personaggi secondari della precedente diventa a sua volta il personaggio principale, raccogliendo una sorta di testimone della narrazione, e si reca in un posto del globo più o meno lontano. Impostata in questo modo, la successione dei racconti evoca una vastità impressionante. Il mondo non appare come un insieme di località remote e distinte, ma come un unico immenso luogo in cui i personaggi si spostano con disinvoltura e facilità.

I viaggi aerei non sono sempre descritti: a volte si intuiscono solamente dal titolo della storia, ma in ogni caso tracciano una distanza destinata a lasciare un’impronta visibile nel racconto che segue.

Nel primo racconto, una donna si trova a Londra in visita presso suo figlio, il quale è affetto da un tumore alla prostata e sta lottando contro la malattia. La storia comincia quando i due stanno tornando dall’ospedale dove l’uomo ha appena terminato un ciclo di radioterapia. La donna ripartirà per Madrid il giorno dopo, mentre il figlio aspetterà a Londra di scoprire, dopo qualche settimana, se la terapia sia riuscita o meno a sconfiggere il cancro. L’autore cattura questo momento sospeso, incastonato tra un prima e un dopo che sono importantissimi per una comprensione esaustiva della storia, ma che a Szalay non sembrano interessare. Per lui è importante mettere in rilievo questa sospensione, questa provvisorietà, questa incompiutezza. Mette a fuoco un momento in cui le maglie dell’esistenza sembrano essersi come allentate evidenziando un difetto nella consistenza delle cose, e sottolinea l’impossibilità di individuare una solidità nel destino degli uomini, che d’improvviso appare alla mercé del pensiero e delle sue incontrollabili suggestioni: «Per effetto della vodka la fitta trama del mondo sembrava allentarsi, la sua mente acquistava più potere, i pensieri iniziavano ad assumere uno spessore concreto. La morte del figlio, per esempio, le si presentò in una serie di immagini talmente realistiche da farle scendere lacrime silenziose».

Nella seconda storia, un uomo torna a Dakar da Londra. Dal contegno dell’autista che va a prenderlo all’aeroporto, l’uomo capisce che qualcosa non va. Durante il viaggio in macchina dall’aeroporto fino a casa, l’autista non dice una parola, nonostante sia stato invitato più volte a parlare. Poi, proprio entrando nel cancello di casa, il protagonista capisce che deve essere successa una tragedia, probabilmente una disgrazia a uno dei suoi figli:

«Mohammed, so che devi dirmi qualcosa. Si può sapere di che si tratta?».
Ci fu un lungo silenzio. Poi Mohammed rispose: «Glielo dirà Madame». Quando premette il telecomando per aprire il cancello, gli tremava la mano.
Cheikh ebbe paura. Capì che in casa lo aspettava qualcosa di terribile.
Il cancello si aprì con un rumore stridulo ed entrarono.
Cos’è successo?» chiese Cheikh. «Perché le luci sono spente?».
Mohammed non aveva più niente da dire.
Dopo qualche secondo, Cheikh scese dalla macchina e, lentamente, come se stesse andando al patibolo, salì i gradini ed entrò nella casa buia.

Ancora un momento sospeso, una svolta cruciale dell’esistenza che assume una rilevanza assoluta, terrificante. Il futuro viene incontro a Cheikh con drammaticità, indicando una via di non ritorno, ma si fissa nell’istante che precede la consapevolezza, si sporge su un abisso ricolmo di angoscia, e si carica di una tensione che non ha alcuna possibilità di sfogo. In questa storia non verremo a sapere cosa è successo alla famiglia di Cheikh. Lo scopriremo – di sfuggita – nel racconto successivo, in un modo indiretto, poco chiaro, che ci costringe a tornare indietro con la lettura di qualche pagina per accertarci di aver capito bene. Ce lo rivela un personaggio che ha partecipato agli eventi senza essere mai nominato né descritto nella storia, un punto di vista oscuro che ha assistito alla disgrazia in maniera assolutamente asettica esegreta.

Questi momenti di sospensione sull’abisso sembrano scaturire da una forte turbolenza che si verifica durante il primo spostamento aereo del libro, e che sembra dare l’avvio a una catena di conseguenze che vanno avanti da una storia all’altra fino alla fine, come in una sorta di rocambolesco effetto domino. L’imprevisto si abbatte sui protagonisti dei racconti provocando in tutti uno squilibrio, per alcuni facilmente risolvibile, per altri drammaticamente irreversibile. La turbolenza è l’evento che mette fine all’illusione di stabilità e proietta la coscienza nel territorio aperto dell’inatteso:

In quel momento l’aereo ebbe la prima scossa. Ciò che odiava anche della turbolenza più lieve era il modo in cui poneva fine all’illusione di sicurezza, il modo in cui rendeva impossibile fingere di trovarsi in un luogo protetto. Grazie alla vodka, riuscì più o meno a ignorare quella prima scossa. Meno facile fu ignorare la successiva, e quella dopo ancora fu così violenta da rovesciare la Coca-Cola del vicino, che gli finì sui pantaloni.

La turbolenza si manifesta all’improvviso, e ha il potere di scardinare il precario senso di sicurezza faticosamente costruito dai personaggi. È subdola, perché arriva quando non te l’aspetti, e ti colpisce con cattiveria.

Marion è una scrittrice famosa e le è appena nato il primo nipotino. Affronta un viaggio da Toronto a Seattle per andare a conoscerlo. Giunta all’ospedale, senza essere vista, spia dal vetro della camera la figlia con in braccio il bambino appena nato, e si pregusta quella felicità, prima piangendo di gioia, e poi abbandonandosi al riso:

Li vide dal pannello di vetro della porta – Annie a letto, seduta, che con fare incerto stringeva a sé quell’affarino con la tutina che proprio lei le aveva mandato. Restò così, di là dal vetro, desiderosa di prolungare quell’attimo, quella vista. Si asciugò una singola, sorprendente lacrima, poi una seconda. E poi le venne da ridere in silenzio, per quelle lacrime che stava versando. Infine aprì la porta ed entrò. Sorrideva. Annie sollevò lo sguardo e immediatamente disse, quasi gridando: «È cieco».

Anche in questo caso, il destino sembra fare breccia nella vita di Marion con violenza, quasi a tradimento, mentre lei era predisposta a un sentimento di dolcezza. Quando la figlia le dice che il bambino è cieco, la donna non capisce esattamente cosa significhi questo fatto, in che modo cambierà la loro vita per fare fronte a questa difficoltà, i problemi che avranno, la sofferenza interiore che verrà. Legge il dolore e la paura negli occhi della figlia, e si sente incapace di dirle anche una sola parola di conforto. Si sente del tutto inadeguata, e si vergogna della sua inadeguatezza. Questo è tutto. Il futuro, la vita da venire, la sua complessità, rimane confinata al di fuori della storia raccontata, ma, dalla sua inviolabile remotezza, carica di turbamento quel terribile attimo e lo consacra tra i momenti che orientano in maniera perentoria un’esistenza intera.

Dopo Tutto quello che è un uomo, David Szalay si produce in un’altra opera di valore, forse meno ambiziosa ma ugualmente convincente, che mette l’uomo al centro del mondo e lo osserva mentre lotta da solo di fronte al suo destino. Pochi come lo scrittore canadese sono in grado di descrivere in poche pagine, con pochi tratti di penna,il fascino tragico di questa debolezza, l’estrema desolazione di questa solitudine.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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