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Gli dei di New York. Alcol, solitudine, pietà. Ritratti dell’ultima capitale

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Questo articolo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo (fonte immagine).

Su una nave che lambisce New York, per un attimo, Scott Fitzgerald sente che può essere salvato. Sono le prime luci della sera, l’autore di Belli e Dannati è a prua e dalla terra ferma ascolta echeggiare il fragore che precede la festa. Fitzgerald torna a Manhattan dopo tre anni di assenza e un pugno di libri di successo, non ha nessuna intenzione di darsi pace per la donna che ama. Sa già di essersi venduto l’anima alla bottiglia. Cammina sul ponte, tutto solo, e ammira lo scintillio newyorchese mentre la banda della nave suona un marcetta volgare rispetto al rumore bianco di Manhattan.

Qui, adesso, l’inventore dell’età del Jazz ha l’assoluta certezza che per quante volte se ne fosse andato, New York sarebbe stata sempre casa sua. La sua casa, sua madre, la sua amante. È una trinità a cui non è abituato e lo lenisce dai sogni svaniti, dal suicidio sentimentale, dal talento sacrificato al gin: essere accolto, è questo. Di più: essere riconcepito. L’uptown, Harlem, ma anche i sobborghi di quel lembo di terra americana sono il confine al di là del paradiso, dove il reduce si maledice e prova a ripararsi. È un manifesto di dipendenza evocato nella Mia città perduta, il racconto che apre New York Stories, tributo alla capitale del XX secolo curato da Paolo Cognetti.

Per il futuro autore del Grande Gatsby, per Don DeLillo, per Dorothy Parker, per ognuno dei ventidue scrittori di questo affresco struggente, qualcosa avviene solo nel continente che va da Staten Island al Queens: nascere. La città più famosa d’America è l’utero che accoglie chi la abita, fecondandolo di letteratura. Chiunque assorbe storie, chiunque è una storia. Succede sulla nave di Fitzgerald, accadrà mezzo secolo dopo per un’anima italiana altrettanto in bilico. Non sono più gli anni ruggenti ma quelli della ribellione, sulla terra promessa sbarca un uomo “piccolo, fragile, consumato dai suoi mille desideri, dalle sue mille disperazioni, amarezze, e vestito come il ragazzo di un college”. È Pier Paolo Pasolini, sta andando a casa di Oriana Fallaci per due chiacchiere e un drink. Lei lo invita a entrare, lui è frastornato dall’umanità sfregiata che ha incamerato là fuori. Gli viene offerto da bere, whiskey? Birra? Cognac? Pasolini non esita, Coca-cola.

È l’incipit del ritratto incantato che la Fallaci lascia di questo marxista in visita fugace a New York. Lui vorrebbe più tempo, due o tre mesi, lei lo rassicura citando Orson Welles: per capire un Paese ci vogliono dieci giorni o dieci anni, all’undicesimo giorno ti abitui e non vedi più nulla. La fretta pasoliniana è quella di una nuova America che rimette il poeta in trincea,contagiando uomo e metropoli di un unico tumulto, “New York non è un’evasione: è un impegno, una guerra”.

La Fallaci ritrae la lotta di PPP davanti allo scintillio statunitense che gli è tanto distante e tanto gli è prossimo. C’è la fame pasoliniana e il sentore che il tempo, questo tempo, sia poco per esplorare il possibile. Così, di notte, Pasolini lascia la mondanità che lo richiede e “se ne va solo nelle strade più cupe di Harlem, di Greenwich Village, di Brooklyn, oppure al porto, nei bar dove non entra nemmeno la polizia, cercando l’America sporca infelice violenta che si addice ai suoi problemi, i suoi gusti, e all’albergo in Manhattan torna che è l’alba: con le palpebre gonfie, il corpo indolenzito dalla sorpresa d’essere vivo.”

Questa stessa sopravvivenza, inaspettata, è la felicità di Fitzgerald: Pier Paolo e Scott sono fratelli di una madre che svezza nel contrasto, lasciando ai figli lo stupore. Pasolini lo intuisce sulla Quarantacinquesima strada, quando si imbatte in un uomo che sta morendo e mentre muore ha la forza di piangere e scagliare un pacchetto contro il muro. Nessuno si ferma ad aiutarlo, come nessuno aveva fatto niente per un vecchio disteso sul marciapiede, il pomeriggio prima. Il vecchio se ne stava aggrappato a un giovante elegante, lo pregava con il suo viso già levigato dalla morte. La gente sfilava indifferente mentre in Pasolini cominciava il dubbio “Forse è una forma superiore di pietà”. L’altro aspetto della compassione,se fosse questo amore obliquo, New York?

E poi viene lo scotch, il whisky, il bourbon, ogni drink scolato prima negli speakeasy — i bar illegali del proibizionismo — e nella carta che nasconde le bottiglie per strada, e ovunque. L’alcol, nostro signore di New York. Fitzgerald, certo. E tutto il popolo di Manhattan e del Village, alveare di artisti e poveri diavoli scintillanti. Ma anche i sobborghi, raccontati da Dorothy Parker, la penna che meglio riesce a rendere la solitudine americana. “Si può dire che a nessuno New York risparmi l’amarezza del tradimento” scrive Cognetti per introdurre il sottile territorio newyorchese dei legami malridotti. La Parker lo incastona in Bella bionda, il racconto di un matrimonio che insegna l’arte della felicità nonostante tutto.

La signora Morse è la protagonista di questa lacerazione, con il suo patrimonio di speranze verso gli uomini e nessuna ricompensa: “C’era sempre in lei quella sottile e inespressa illusione che forse, chissà, un giorno le cose potevano cambiare e andare meglio”. È la fiducia provinciale dei quartieri fuori mano, con i loro cassetti stipati di liquori e di non detti che logorano le famiglie sul nascere. Dorothy Parker mette in scena questi rapporti abortiti e rattoppati e sfiniti, finché trova l’antidoto: l’ubriachezza. È l’inizio di un declino che resiste in periferia e trasloca sulla Quarantesima strada dove è più facile farla finita.

Davvero è così facile? New York rimescola le carte e, ancora una volta, genera destini alle sue creature. È l’affresco più impietoso, e tenero: quando la signora Morse rientra a casa, un pomeriggio, trova il marito che sta facendo le valigie per sempre. Ha il timore di dirgli qualsiasi cosa per ritrosia e per una lieve sbronza che la stordisce. Ha il cuore a pezzi. Si avvicina alla dispensa, guarda il suo sposo, — Un goccetto prima che tu te ne vada?

Si brinda alla nostalgia, a New York. Alla salute dei tempi andati, alla salute di chi arriva straniero con le proprie radici e non le dimentica. Truman Capote giura champagne a se stesso quando lascia l’Alabama e per la prima volta contempla la neve sulla Fifth Avenue, l’ottovolante a Coney Island, le macchine automatiche della gomma da masticare nella metropolitana, i pattinatori a Central Park. Nel Sud degli Stati Uniti è rimasta Selma, una vecchina curva dalla pelle scura e gli occhi infossati. La sua migliora amica. Ogni compleanno Selma gli invia una moneta da dieci centesimi avvolta nella carta igienica. Lo farà ogni trenta settembre, finché un giorno Capote si trova i dieci centesimi e un biglietto con cui è avvertito di tenersi pronto, lei sarebbe arrivata. È vicina alla fine e impaurita ma vuole sbugiardare la diceria che la “grande città” sia un posto pericoloso per il suo Truman.

L’attesa comincia qui: Selma che viene, Truman che aspetta. New York li custodisce. Anche se lei non arriverà, anche se lui non la rivedrà più. Così, quando Selma capisce che non partirà mai, chiede all’amico di garantire per la città che l’ha accolto: “Raccontami di quel posto, ma cose vere, non bugie». Capote lo fa, a sangue caldo. “Ma furono quasi tutte bugie […] perché era come se fossi stato in uno di quei castelli incantati visitati dai personaggi delle leggende: una volta fuori di là, non si ricorda, tutto ciò che rimane è l’eco spettrale di una meraviglia che non dà tregua”.

Il Bronx è la verità che Capote non rivela, sarà Don DeLillo a farlo. Lo scrittore newyorkese ha una sola possibilità, santificare la sua città a partire dal quartiere che ne detiene la fede. La preghiera di DeLillo è la storia di due suore che cercano auto abbandonate da segnalare alle gang, in cambio di dollari per il convento. Credere è anche questo, a New York: attraversare il peccato per trasformarlo in assoluzione. Occorre fegato e un Dio che chiuda un occhio sulle leggi di sopravvivenza, mentre Suor Edgar e Suor Gracie si fanno strada tra spacciatori armati, ladri che indossano Reebok sottratte ai morti, tossici infuriati, infanzie randagie.

È qui, tra i bambini perduti, che DeLillo edifica l’underworld della New York mistica. Tutto accade durante una perlustrazione, quando le suore vedono una ragazzina impaurita che fugge tra le macchine abbandonate. Si chiama Esmeralda e a suor Edgar ricorda il passato, quando alzava le mani sui bambini nel tentare di rieducarli, per poi fermarsi perché la pelle dei suoi alunni era diventata sempre più negra.“Come poteva picchiare un bambino che non le somigliava?”. Esmeralda è la terra che Dio può ancora salvare, New york il purgatorio possibile. Ma quale dio esiste ancora se una notte, quella stessa ragazzina, viene violentata e buttata giù da un tetto?

È il racconto di una tragedia, dove la pietà resiste. È il racconto di New York. Pasolini lo capì da un moribondo sul marciapiede, DeLillo lo rivela nell’addio all’infanzia sottratta. La comunità del Bronx ribalta la liturgia del lutto e piange Esmeralda come sa fare: davanti a un enorme cartellone pubblicitario dell’aranciata Minute Maid che un gruppo di writer ha scelto come altare. Hanno lavorato con i loro spray, appesi a corde di fortuna, per ritrarre il volto di chi non c’è più. Finiscono il murales di notte, centinaia di persone accorrono per questa preghiera di vernice che non si vede per il buio.

Rimane una possibilità, il treno che taglia il quartiere illuminando il volto dell’angelo volato via. Quando arriva, con il suo fischio stridulo e i fari accecanti, suor Gracie si addentra nella folla: di colpo sente il vociare della gente alzarsi in “una specie di urlo sfuggito di bocca, il grido della fede sguinzagliata”. Esmeralda è lì, dipinta nell’angolo libero dell’aranciata. Qualcuno piange, suor Gracie è sopraffatta da questo dio randagio che non è in cielo, nemmeno in terra. Ma c’è, innegabilmente, e viene dal Bronx, New York City.

Marco Missiroli è nato a Rimini, vive a Milano. Ha pubblicato Senza coda (Fanucci 2005; premio Campiello opera prima), e per Guanda Il buio addosso (2007), Bianco (2009; premio Comisso e premio Tondelli), Il senso dell’elefante (2012; premio Campiello Giuria dei Letterati, premio Bergamo, premio Vigevano). Il suo nuovo romanzo è Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015). È tradotto in Europa e negli Stati Uniti. Scrive per il Corriere della sera.
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