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Gli eredi di Citizen Kane. Il giornalismo nelle serie tv fra asservimento e civilizzazione

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Questo articolo è contenuto nella pubblicazione Storie (in) Serie, a cura di Carlotta Susca e Antonietta Rubino, consultabile qui.

(fonte immagine)

di Francesco Costa

Uno pensa al giornalismo raccontato su uno schermo – quello del cinema o quello della tv – e probabilmente gli vengono in mente subito Robert Redford e Dustin Hoffman stravaccati sulle scrivanie del «Washington Post» mentre fanno dimettere un presidente degli Stati Uniti; oppure il Charles Kane di Quarto potere, col suo grosso impero editoriale e l’uso che ne faceva per muovere l’opinione pubblica. Esempi di monumentale efficacia e carisma ma piuttosto datati – uno del 1976, l’altro addirittura del 1941 – che negli ultimi vent’anni non hanno trovato sostituti provvisti della stessa capacità di entrare nell’immaginario collettivo, almeno al cinema. Questo vuoto è stato parzialmente colmato dalle serie tv, con un’intensità e una qualità che è ormai perfino ripetitivo ribadire: e alcune più delle altre hanno saputo cogliere in qualche modo lo spirito del tempo.

Prendete House of Cards, forse LA serie tv di questi anni. Non parla di giornalismo. Ma molto gira attorno ai rapporti tra politica e media, e a come la prima tenti di sfruttare i secondi. Il protagonista della serie, Frank Underwood, ha un piano ambizioso e piuttosto diabolico per vendicarsi di chi gli ha fatto un torto e accumulare potere, e qual è la prima arma che reputa utile avere per eseguirlo? Una giornalista che riesce nella non facile impresa di sintetizzare in appena dieci episodi una specie di manuale completo di quello che non si dovrebbe mai fare. Si infila a casa di un politico di nascosto, ci va a letto per avere informazioni, non si preoccupa del perché le vengono date quelle informazioni, di fatto accetta di farsi strumento della sua potentissima fonte, che a un certo punto però persino minaccia: tombola. Un approccio completamente diverso da quello presentato in un’altra serie andata in onda a cavallo tra gli anni Novanta e il Duemila: The West Wing. Parla di politica e quindi anche di giornalismo, ma con un approccio opposto: i personaggi non fanno a gara a chi è più farabutto, bensì il contrario.

Scritta dal venerato sceneggiatore Aaron Sorkin – quello di The Social Network e di Codice d’Onore, per dirne un paio – The West Wing ha raccontato la vita di un presidente statunitense immaginario e soprattutto del suo staff, composto da persone così talentuose, spiritose, brillanti e affascinanti che guardare troppi episodi consecutivi potrebbe avere delle ripercussioni sull’autostima. I giornalisti di The West Wing sono tutti personaggi comprimari, ma di grossa qualità: e la serie mostra spesso sia quanto possano essere temibili (come quando un consulente del Presidente decide di sostituire il portavoce ufficiale, malato, con risultati tragicomici) sia quanto possano essere manovrabili anche senza compiere illegalità e scorrettezze. Così come lo sono per la politica, House of Cards e The West Wing rappresentano i poli opposti del tono e dell’atmosfera che possano avere due racconti – entrambi appassionanti e ben recitati – che girano intorno alla politica e di riflesso anche al giornalismo. Ed entrambe le serie raccontano efficacemente un pezzo dell’epoca in cui sono nate: se l’universo di The West Wing è dominato dalla tv, in quello di House of Cards si intrecciano media molto diversi, con un ruolo particolare di internet.

Ci sono due altre serie tv molto belle che permettono un’ulteriore messa a fuoco: e vengono entrambe rispettivamente dagli anni di The West Wing e House of Cards. La prima è The Wire, considerata una delle migliori mai realizzate – molti dicono la migliore punto e basta – che in Italia è stata penalizzata da una programmazione scellerata in un’epoca meno sensibile di questa alla serialità televisiva. Anche The Wire non è una serie sul giornalismo, bensì un poliziesco: ma dedica la sua intera ultima stagione al ruolo delle notizie con un realismo così asciutto e privo di fronzoli da diventare a volte brutale.

La redazione del «Baltimore Sun» di The Wire somiglia moltissimo a una vera redazione di quindici anni fa alle prese con le prime trasformazioni tecnologiche, con l’inizio della storica crisi industriale che avvolge ancora adesso questo settore e con alcune domande immutabili. Che si fa con una notizia sensazionale ma che non può essere verificata con certezza? Se un fotografo va sul luogo di un incendio e sposta una bambola bruciata per farla venire meglio in foto, sta facendo il suo mestiere o sta andando oltre? Che si fa col giornalista che inserisce nei suoi retroscena dettagli più o meno inventati per ‘colorare’ le storie che racconta? The Wire mostra come le risposte a queste domande, che per alcuni possono risultare scontate, non lo sono quando si fanno i conti con la realtà.

Ci aiuta allora un’altra serie, stavolta di questi anni, che si intitola The Newsroom ed è andata in onda per tre stagioni tra il 2012 e il 2014. Anche The Newsroom è scritta da Aaron Sorkin, e stavolta il giornalismo è in primo piano: la serie racconta la vita professionale e personale della redazione di un tg americano, e si tiene in piedi su un’ambivalenza magnetica. Da una parte i problemi di una redazione del 2015, che sono quelli descritti in The Wire ma amplificati. Dall’altra un approccio ideale ai limiti dell’utopistico che indica con chiarezza quasi manichea la direzione: «we are on a mission to civilize», dice epicamente il direttore Will McAvoy quando sintetizza senso e ragione delle sue decisioni. Si fanno le cose bene, punto. Basta? Certo che non basta. Ma è più di qualcosa, specie per chi conosce un po’ il giornalismo del nostro tempo: e in questo tempo un racconto così completo del giornalismo non poteva che passare da una serie tv.

Commenti
3 Commenti a “Gli eredi di Citizen Kane. Il giornalismo nelle serie tv fra asservimento e civilizzazione”
  1. RobySan scrive:

    Qual è il significato dell’evidenziare, così frequentemente, frasi in grassetto? L’autore pensa di dover dire al lettore quali sono i passi ai quali deve porre più attenzione perché, forse, da sé non ci arriverebbe? E’ forse questo “l’approfondimento culturale”?

  2. Francesco scrive:

    I grassetti non sono miei. Ciao.

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