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Gli insegnanti sono rimasti gli ultimi

di Matteo Giancotti e Francesco Targhetta

In un quadro generale in cui a tutti, ormai, è consentito dire o scrivere tutto, senza neppure che, in seguito alle dichiarazioni più irresponsabili o alle più brutali offese, sia necessario rettificare o (non sia mai) presentare delle scuse, spicca un dato: gli insegnanti che dicono o scrivono commenti oltraggiosi sono gli unici a perdere il posto di lavoro. Non, per citare alcune categorie, i parlamentari, non i medici, non gli appartenenti alle forze dell’ordine, non qualsiasi altro dipendente statale. Perché?

La ragione che da chiunque viene addotta per legittimare i licenziamenti degli insegnanti è semplice e rispecchia evidenze contrattuali: “persone che dichiarano cose simili non possono insegnare ai nostri figli”; “le parole di questi docenti non sono compatibili con il loro ruolo educativo”. Ineccepibile. Ma un amministratore comunale, un poliziotto, un medico di base non devono anch’essi farsi garanti, nello svolgimento pubblico della loro mansione e nella loro condotta privata (e dunque nelle loro dichiarazioni sui social, ad esempio), del rispetto, della tolleranza e dei valori condivisi nel nome della Costituzione? I “nostri figli” vanno a scuola, certo; ma vanno anche dal medico, vengono fermati dal poliziotto per un controllo, entrano in un ufficio comunale, hanno come interlocutore e rappresentante politico più vicino un sindaco, un assessore, un consigliere, per non parlare degli onnipresenti ministri della Repubblica. Perché gli insegnanti sono gli unici a cui sia richiesto questo senso di responsabilità? Perché sono gli unici da cui è pretesa nel privato una condotta etica inappuntabile in linea con la loro funzione pubblica?

Ne abbiamo discusso tra amici. E la risposta che ci siamo dati è che gli insegnanti sono rimasti gli ultimi, in tutti i sensi, e in particolare gli ultimi, tra tutti i lavoratori citati e quasi tout court, per prestigio sociale, sicché la punizione, se inflitta a loro, creerà consensi e non solleverà lagnanze. I docenti continueranno a pagare giustamente cari i loro sbagli. Tutti gli altri, inclusi coloro che dovrebbero rendere conto della propria professionalità a un ordine, potranno cavarsela con una nota di biasimo o semplicemente con l’oblio, che è quanto, in un mondo iper-accelerato e in grado ogni giorno di resettare quanto accaduto il giorno prima, è più facile esercitare. Ma non gli insegnanti. Perciò, al bar sport e non solo, sono loro i primi a essere additati come responsabili quando bisogna censurare il comportamento delle nuove generazioni: “la scuola non insegna più le regole”. (Sia detto tra parentesi: la scuola è uno dei pochi ambienti nel nostro Paese in cui le regole vengono ancora rispettate, uno dei pochi ambienti in cui le persone – non solo gli studenti – hanno sempre l’occasione di riflettere sui propri comportamenti).

L’impressione, in questo rivoltante bagno di ipocrisia, è che i docenti siano gli ultimi a conservare un ruolo formativo nella società di oggi. Non ce l’hanno più, con ogni evidenza, i politici, non ce l’hanno più, soprattutto, i genitori, che per lo più delegano alla scuola ogni responsabilità sulla condotta dei propri figli (quando ancora si pongono la questione dell’assunzione da parte dei loro figli di una serie di responsabilità), sicché non sorprende che siano poi pronti a indignarsi e a ergersi a paladini dell’etica in seguito alle dichiarazioni sconsiderate di un insegnante, salvo poi abbandonarsi, in privato e sui social, ai commenti più biechi e privi di qualsiasi rispetto e senso civico.

Agli insegnanti non resta che l’orgoglio di essere gli ultimi – e non è mai stato un orgoglio da poco. Anzi, è il più degno di tutti. Non resta che l’orgoglio di entrare in classe ogni mattina proponendo letture, idee, spunti di riflessione che indirizzino gli studenti verso un modo di stare al mondo rispettoso e solidale, anche se poi, fuori da scuola, questa attitudine è apertamente ridicolizzata. Il divario tra scuola e società civile è destinato ad aumentare sempre più, fino a livelli schizofrenici. Agli insegnanti sarà richiesto in ogni istante della loro vita di essere gli ultimi paladini di etica e professionalità, mentre fuori impera il far west. Bene, se potranno ancora far parte del loro mestiere anche la denuncia delle storture e il dibattito in classe (con il rispetto con cui si fa a scuola, che nulla ha a che vedere con la rissosità puerile da talk show) sul modo di combatterle. E’ un compito arduo e delicato, questo, intorno al quale molti, politici e non, tra quelli che stanno fuori dalla scuola, hanno creato da tempo un denso fumo di diffidenza, pieno di presunzione di faziosità (Monfalcone è solo un esempio estremo di una tendenza generale). Ma non è forse vero, come scriveva Meneghello, che il primo compito di un insegnante è quello di sottrarre gli alunni “al giro delle influenze automatiche e ovattanti” in cui sono cresciuti? E’ una pratica rischiosa ma necessaria, che ha a che fare con l’etica; alcuni docenti se ne tengono cautamente alla larga, abdicando a uno dei fondamentali del loro ruolo, forse perché spaventati dalle possibili conseguenze (rimostranze di politici ridicolmente faziosi e di famiglie asserragliate intorno al proprio credo), forse perché la costruzione delle competenze necessarie a svolgere questa parte del loro lavoro entra solo per sbaglio, ormai, nei percorsi abilitanti foderati di tecnicismi.

Molti insegnanti, però, non abdicano: essere ultimi su tutto significa almeno che loro potranno essere i primi ad affrontare il tema etico con la cognizione di causa e le competenze che vengono dall’esperienza didattica e dallo studio, continuando a cercare nei libri, nella cronaca e nella vita di ogni giorno figure di persone da promuovere a modello, non di persone da licenziare.

 

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