Tonnara

Gli occhi dei tonni. In margine a una polemica ambientalista

Tonnara

In uno scatto degli anni Sessanta, sono in piedi al centro di una barca di tonni. Mostro un equilibrio precario. Ho una gamba su un asse di legno e il corpo piegato. Cerco di toccare con la punta delle dita la pinna di un animale. Mio zio mi sorregge e mi invita ad avere coraggio.

Ancora adesso che la guardo questa foto mi dà il mal di mare. Tutto vi è scivoloso: il dorso lucido dei tonni, il tempo che è trascorso, la barca che dondola sull’acqua. Fa uno strano effetto ritrovarmi là in mezzo. Un bambino tra occhi che non si chiudono. I pesci sono come le marionette, non hanno palpebre: ti fissano anche dalla morte.

A distanza di cinquant’anni quella foto scattata alla tonnara di Scopello mi è tornata alla memoria, con tutto il suo senso sdrucciolevole e irrevocabile, quando ho letto della polemica sul ripristino dell’accesso libero a quello spicchio di mare per la quale si battono molti cittadini da otto anni e della posizione contraria che ha preso invece il direttore regionale di Legambiente in Sicilia Gianfranco Zanna affermando che “una smisurata e irregolare fruizione dell’area vincolata causerebbe un gravissimo danno alle strutture nel suo complesso e un deterioramento del patrimonio culturale e paesaggistico”.

Per chi non conosce la storia, provo a riassumerla. Da otto anni, per scendere a mare bisogna pagare un biglietto ai proprietari dell’impianto monumentale della tonnara (oggi trasformato in una elegante struttura ricettiva). Recentemente, il Comune di Castellammare del Golfo ha chiesto di togliere quel ticket in nome delle leggi sui litorali e ha avviato un progetto per il procedimento di esproprio esclusivamente per la via di accesso al mare. Il sindaco ha ribattuto a Legambiente dicendo che il libero accesso al mare è un diritto di tutti e che va tutelato e sicuramente regolamentato, invitando ogni soggetto ad avere a cuore l’interesse pubblico e a non appiattirsi “su posizioni che sembrano quasi rispondere ad interessi privati”.

Anche Michele Serra ha affrontato sulla sua amaca di Repubblica del 16 maggio questo “dibattito tipico della civiltà di massa”. Se sia meglio “tutelare la bellezza limitandone il consumo (in tutti i sensi) o consegnarla, in quanto bene pubblico, all’uso e spesso all’abuso delle moltitudini”. Alla fine delle sue riflessioni, Serra chiosa: “Non l’eventuale interesse privato – comunque spesso utile a conservare la bellezza – ma la coscienza pubblica, gestita da amministratori e governanti, sarà costretta prima o poi a disciplinare l’uso di quei beni magnifici e fragili. Ma fino a che affidare a mani pubbliche luoghi come la Tonnara di Scopello non garantirà severità e controlli, è inevitabile contare sulla premura dei suoi tutori privati.”

Confesso di avere chiuso il giornale con un’onda di tristezza.

Involontariamente, mi sono ricordato dello sguardo dei tonni nelle barche della mia infanzia. Uno sguardo sconfitto, spento, esanime e spossato. Fisso sul cadavere indurito di tutte le nostre speranze. Ci sono questioni minime e forse ingenue che precedono qualsiasi dibattito sulla civiltà di massa. E la prima, la più elementare di tutte, è come far rispettare la legge, anche quella sul demanio, e far funzionare i servizi. Le cose sono quasi sempre semplici, sosteneva Sciascia. Accettare di demandare ai privati quello che dovrebbe essere compito del Comune (regolare, sorvegliare, pulire, come accade nella maggior parte delle spiagge del mondo) non può che suonare come una resa definitiva. E vale per una costa come per una università. A ogni interesse privato e a ogni corruzione pubblica – comunque spesso alleate a deturpare la bellezza – basterebbe opporre una nuova (o antica?) idea di amministrazione del bene comune, e che lo Stato si assumesse tutte le sue responsabilità e se ne facesse finalmente e severamente carico. A cominciare anche da un piccolo angolo di mare nella parte più occidentale ed estrema di un’isola, come chiede il sindaco di Castellammare del Golfo. Metterlo alla prova e tenerne d’occhio l’operato potrebbe essere un programma a più lungo termine.

Altrimenti, se proprio devo accontentarmi di un paradosso, preferisco quello più radicale di Gesualdo Bufalino che si augurava per la Sicilia una nuova invasione straniera – ne abbiamo già subite tante, nella nostra storia. Magari questa volta di cittadini che paghino le tasse e di amministratori elvetici che sappiano ridistribuirle per davvero come servizi per tutti.

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
Commenti
5 Commenti a “Gli occhi dei tonni. In margine a una polemica ambientalista”
  1. Giuseppe Como scrive:

    egregio dott. Stassi,
    ho risposto alla provocazione dell’amaca di Serra con la lettera che di seguito riproduco
    (ovviamente non è stata pubblicata, ma non dispero…)
    cordiali saluti, Giuseppe Como

    Egregio Serra,
    leggo la sua “amaca” del 15 maggio, quella per intenderci relativa alla tonnara di Scopello.
    Come dire? Mi cadono le braccia.

    In sintesi, lei sostiene una tesi veramente illuminata e, come dire “nuova”: per fortuna ci sono i ricchi che proteggono il bello perchè la plebe è brutta, sporca e cattiva (“spensierati branchi umani” che lasciano “tracce di rifiuti, falò notturni, escrementi).

    Ovviamente si tratta di una tesi falsa e grottesca. Mi spiego:

    1. È la legge che prevede il libero accesso al mare. Non si capisce perché la tonnara di Scopello debba fare eccezione. Bene ha fatto l’ottimo (in questa occasione) sindaco di Castellammare del Golfo a ricordare a tutti l’esistenza di questa legge e a dichiararsi disponibile a definire le modalità di accesso alla tonnara con la proprietà;

    2. Non è vera l’affermazione perentoria “gli ambientalisti dicono che il ticket va mantenuto”. In questo senso si è pronunciato esclusivamente il direttore di “Legambiente Sicilia”, al quale – solo – non può essere riconosciuto il compito della difesa dell’ambiente;

    3. Conoscendo bene la situazione, mi permetto di nutrire qualche dubbio sulla “premura” che i proprietari utilizzano per difendere il significato storico-ambientale del complesso monumentale.
    Mai nel tempo si è potuto cogliere questo interesse. Semmai hanno sempre cercato di ostacolare anche un corretto utilizzo della tonnara, fino a quando hanno trovato un giudice che ha dato loro ragione (sbagliando, tanto che la sentenza è stata smentita e si è in attesa dell’ultimo pronunciamento).

    C’è però una questione che mi indigna: il dichiarare che non si possa fare nessuna politica in favore di un corretto uso dell’ambiente perché le masse sono ottuse e rozze.

    Ovvero l’esatto contrario di una “normale” prassi di sinistra (mi dimenticavo che ora va di moda la selezione: tu sei bravo, tu sei stupido)

    Mi dispiace, Serra, ma non ci siamo.

    Giuseppe Como

  2. enzo di pasquale scrive:

    Pienamente d’accordo con l’articolo di Fabio Stassi.
    Caro Serra, sono di Castellammare del Golfo. Abito in via Roma, è una via trafficata, la parallela del corso Garibaldi. E’ una bella arteria storica, ma nelle notti estive è invivibile: strombazzano le auto, i motorini elaborati macinano il silenzio con un frastuono indescrivibile, spesso i ragazzi bivaccano con bottiglie di birra lasciate a terra. Propongo che la via venga chiusa con un cancello e dare le chiavi ai soli residenti della via Roma di modo che ritorni la serenità. Il principio è questo: dato che il settore pubblico non è in grado di garantire l’ordine (nel caso di Scopello la pulizia) affidare ai privati la “gestione” della via Roma. Questo le va bene, caro Serra?

  3. Alfonso Prota scrive:

    C’era una volta un luogo lontano. Lontano sul segmento del tempo e nel cerchio dello spazio. Un luogo in cui nessuno teneva le braccia alzate e nessuno gridava, o meglio, ogni grido generava qualcosa di nuovo. Quindi si gridava molto, ma le grida era tante, piccole e creative. In verità, lì tutto era piccolo e ognuno faceva qualcosa, e ogni cosa fatta era utile e a disposizione di tutti. In quel posto, ogni cosa aveva forme perfette, coerenti con i propri compiti, e quando qualcosa non funzionava più, perdeva il proprio nome e ne gridava uno differente. A quel punto la cosa diventava nuova, ricominciava in un altro modo e camminava sul confine della propria utilità. In quel luogo ognuno veniva riconosciuto per quello che faceva, ma il prodotto di tutto quel fare febbrile era privo di confini, di proprietà. In fondo, lì non c’era “nulla”, almeno nulla che noi potessimo percepire per come siamo abituati. Questo “nulla” era meraviglioso, fatto di animali piccoli come noci, piante le cui radici intrecciavano una fitta rete sotterranea, rocce, acque e refoli di vento che si dividevano lo spazio educatamente, lasciandosi attraversare le une dagli altri al suono di «prego passi lei, ci mancherebbe, non potrei mai, la prego prima lei». Ma parole non se ne sentivano, ognuno parlava la propria lingua, ognuna diversa, un concerto di suoni accompagnava le relazioni fra le parti. Un bel giorno un animale decise di sollevare una pietra coricata a terra, cambiarle posizione, innalzarla a sua immagine e somiglianza. Tutte le piante, gli animali, le rocce, le acque e i venti sospirarono meravigliati e intimoriti, da quel momento non furono più nel “nulla”, e finirono di colpo in un “territorio”, quello fra l’animale e la sua pietra verticale. Prima che potesse gioire della sua rivoluzionaria invenzione, un altro suo simile eresse un’intera colonna di rocce, poggiandone con cura una sull’altra. Quando un terzo pose le pietre in colonna e poi le colonne lungo una linea retta, tutti restarono ammutoliti. Oltre quella linea nessuno volle più andare, ognuno si accontentò del proprio “territorio”. O almeno così fecero per un po’. Finché fu inevitabile varcarne i limiti: per vincere fame e amore. Grazie alle invasioni degli spazi tra i territori nacquero sentieri, stradelli, vicoli, tratturi, slarghi, piazze, contrade. Fu così che in quel luogo si imparò a disegnare: come foglio l’intera superficie terrestre: paesi e paesaggi, su mappe grandi come il mondo.

    Se noi potessimo prendere con due dita il segmento del tempo e ruotarlo di novanta gradi, in verticale rispetto al foglio, e lo stesso facessimo per il cerchio dello spazio, ci accorgeremmo che lo spazio è una sfera e il tempo un punto. Capiremmo che l’invasione, per fortuna, non è mai terminata. Se questo ci facesse sorridere, anziché alzare la voce e le braccia, inizieremmo a gridare di creatività, smetteremmo di serrare confini, di realizzare cose fatte di materia durevole, che perdono le loro capacità nel giro di poco tempo, ma portano iscritte nel proprio DNA una vecchiaia che noi non vedremo mai, e ricominceremmo a riconoscerci per quello che sappiamo fare e a dare nomi che parlano di come le cose funzionano.

    La tonnara di Scopello sta in un piccolo tratto di mare, lungo la costa di un piccolo paese a est di una piccola isola. Quest’isola è a sud di una piccola nazione, bagnata da un piccolo mare, che unisce due piccoli continenti di un piccolo mondo. Questo mondo fluttua in una piccola galassia, una fra le tante del nostro piccolo universo. La tonnara di Scopello è un punto ininfluente immerso in una sfera in continua espansione. Quanto mi piacciono quelle piccole grida creative che leggo scritte nel bianco, come nelle nuvolette di un fumetto: «Basta! Vogliamo disSerrare le recinzioni, sLegare l’ambiente!»

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