light

Gli occhiali col pacco

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di Carmen Barbieri

Hai detto di non volerla una mia lettera. Piuttosto, hai detto, scrivici un romanzo. Con tutto questo dolore, di tutto quello che in questo dolore ti accade, “che ti devo dire Ca, scrivici un romanzo”. Continuo a sognare una casa nella quale a quanto pare, ed a quanto sembra ricordi anche tu, non abbiamo mai vissuto. Pare che non l’abbiamo nemmeno mai visitata questa casa. Eppure io l’ho sognata più volte in questi anni di vita insieme. Non necessariamente in accordo con i momenti difficili di questa nostra vita insieme. L’ho sognata anche in momenti sereni, di felicità.

L’ultima volta l’ho sognata due giorni fa. È una casa molto grande. A guardarla dall’alto è disposta come a ferro di cavallo ed ha anche il doppio ingresso. C’è una cucina importante al cui centro troneggia la penisola con il piano cottura e il lavello. È una cucina moderna, piena di luce, non riesco mai a ricordare il colore dei pensili, perché c’è sempre il sole in questa cucina, ma credo comunque che il mobilio sia chiaro. Ogni volta ci stiamo un bel po’ nella cucina perché a te piace cucinare e a me piace lo zabaione e questa cucina ha delle ciotole e delle fruste per montare bellissime.

C’è una felicità stellata nel tempo della cucina. Il sole è così presente che traccia una brina di luce su tutte le cose. Nel tempio della cucina siamo felici, ci sorridiamo. Abbiamo denti, occhi, mani puntinati di sole. Oltre le grandi vetrate della cucina, che la fanno sembrare un vivaio o una dependance tutta vetri in stile georgiano, c’è una natura aurorale che mi inquieta perché a quel punto entra, per la prima ed unica volta per tutta la durata del sogno, la voce fuori campo della mia coscienza. Come è possibile questa natura perfetta se la casa è ubicata in una zona che sta tra Colle Salario e Montesacro? Per qualche istante visualizzo l’ingresso al palazzo, siamo su una salita di cemento, abbiamo lasciato sotto il portone macchine parcheggiate in doppia fila, cassoni dell’immondizia e una vecchia con una stampella di ferro deformata a rimestare nello sporco degli altri.

Torno dentro casa, rientro nel mio corpo sognante e ci siamo noi che attraversiamo il bizzarro corridoio incurvato. Ci sono molte porte, porte inutili che serrano lo spazio del corridoio per qualche metro, di metro in metro. Alla destra ed alla sinistra del corridoio si sviluppano le stanze. Ci sono tre bagni, tutti molto opulenti, al limite della volgarità. Le camere da letto sono almeno quattro, ma forse anche di più. Noi, ogni volta che sogno questa casa, scegliamo sempre la stessa camera da letto da occupare. Ha l’accesso privato ad uno di questi tre bagni, a quello più grande di questi tre, in marmo con le rubinetterie in ottone. Il letto è a baldacchino. Le stanze hanno tutte la carta da parati. In questa che abbiamo eletto nostra camera da letto ai muri profili di cavalli e mongolfiere.

Mi è diventata talmente familiare a furia di sognarla che più la sogno e più mi convinco che sia esistita davvero, che per un breve periodo di tempo, che nel sogno paiono essere due settimane, l’abbiamo abitata e poi, essendo troppo grande e troppo costosa, l’abbiamo dovuta lasciare. Ed infatti è questo il dramma del sogno, il punto sul quale mi sveglio. Che la dobbiamo lasciare. Che ci abbiamo provato a trovare qualcuno con cui, dividendo bene gli spazi e organizzando gli ambienti, dividere l’affitto. Ma non l’abbiamo trovato. Siamo soli e da soli non ce la facciamo. Siamo sdraiati sul letto, un materasso morbido, lenzuola in cotone percalle, tessuto neanche troppo pregiato. Tu supino, io con il viso nel tuo collo. Come sempre.

Iniziamo a parlare, a dirci che tutta questa ricchezza è da non crederci, non ce la possiamo permettere. Dobbiamo lasciarla. Ci alziamo dal letto e incominciamo a vagare per le stanze, a guardarcela spigolo-spigolo questa casa, questo appartamento sontuoso nascosto in un palazzo grigio di periferia. Apriamo i cassetti vuoti degli armadi immaginando le cose che avremmo potuto metterci dentro, ci abbracciamo e uniamo le mani per ruotare insieme i pomelli delle porte. Ci sorridiamo. Ci baciamo urtandoci i denti. C’è una dolcissima malinconia in tutto ciò che agiamo. Non perdiamo mai il contatto delle mani, attraversiamo gli spazi facendo attenzione che le nostre dita si sfiorino almeno. Mi sveglio sempre sulla stessa immagine. Il dettaglio dei nostri polpastrelli in relazione. Mi sveglio e cerco di ricordarmi se a quella casa ci eravamo arrivati tramite agenzia immobiliare o con un annuncio trovato in autonomia su subito.it Perché in quel momento dell’alba sono sicura che quella casa è reale e che davvero l’abbiamo abitata. E che vorrei tornare ad entrarci. Dal vero.

Di notte in ospedale le ore scorrono per sottrazione. Meno quattro alle cinque; meno tre alle 6; meno due alle 7. Alle 7 piego la sdraio e la metto via che a momenti arriveranno gli inservienti per le pulizie. Tengo stretta la mano di nonna per tutta la notte. La sua pelle una lastra di alabastro sottile, fragilissima. Sul dorso della mano sinistra un incrocio di vene sembra ricordare la finestratura della cucina del sogno. Quando porteranno la colazione chiederò per lei latte e orzo che già so che non berrà, ma tenterò lo stesso.

Lei non sa dove si trova e non sa da quanto tempo è qui. Quando vuole qualcosa mi chiede di andargliela a prendere al piano di sotto. Quando le chiedo dove siamo, lei mi risponde soltanto “qui”. Siamo “qui” lei ed io, in un appezzamento di tempo fuori dal tempo, in uno spazio che diventa indefinito anche per me. Stordite dall’effetto straniante e comatoso dato dal riflesso delle luci al neon sul linoleum, dall’odore di disinfettante, dalla puzza di merda.

“Qui” le ferite si manifestano in tutta la loro incurabilità, a cominciare dal taglio sulla sua gamba che continua a suppurare. “Qui” siamo tutti presenti, i vivi e i morti. La sera, nel prologo al Serenase, chiama in appello tutti, in particolare le sorelle Maria e Nannina e se provo a spiegarle che sono morte, che non possono risponderle, mi guarda come se avessi un falco sulla testa.

“Qui” ci sei anche tu, qui trovano posto tutti gli amori, tutti gli affetti. “Qui” nessuno va via, nessuno lascia nessuno, nessuno tradisce nessuno, nessuno ha premura di andare. “Qui” si sta, non in attesa, non in partenza. Si sta e basta. “Qui” si parla di tutti per dimenticare i dettagli e scolpire l’essenziale. “Qui” ho imparato che il dolore guasta il sangue. Che il sangue guasto corrode le ossa.

È da un po’ che a commentare le immagini che socialmente condividi compare il “mi piace” di una tipa che ha come foto profilo uno suo primo piano reso anonimo dall’imbracatura di un paio di occhiali da sole. Ma nel riflesso della lente scura il tuo pacco. Conosco il tuo pacco nei dettagli, non mi è difficile riconoscerlo, non mi è necessario zoomare sul particolare. Perché è il particolare che si impone allo sguardo. Il riflesso senza testa del tuo corpo steso su una banchina, su uno scoglio, forse su una semplice sdraio. Il riverbero delle tue spalle, il petto, le gambe. E centrale nella lente il pacco in costume da mare. Lo slip nero che svariate volte ho messo in lavatrice.

Pochi giorni prima del ricovero di nonna, nel web fanno il loro ingresso gli occhiali col pacco. Presagio di mestizia nella loro tua inelegante decapitazione. Dieci giorni dopo il ricovero di nonna celebrate in rete l’iniziazione della tipa alla tua famiglia in un campo di girasoli.

Ho dei problemi con la realtà. Ma in questi mesi ospedalizzati la patologia si è acuita. Le dimensioni ora si confondono. Cosa è più reale? È reale l’immagine di te che mi arriva dal virtuale? O forse è più reale il piano di sotto di “qui”? Dove nonna insiste a volermi fare andare perché dice che lì si trova tutto quello che lei mi chiede e che io non posso darle. Tu insisti a dire che la verità sia una sola. Io insisto a risponderti che se vuoi sia così bisogna almeno che ci si metta d’accordo sui contenuti. Che non è un fatto di prospettive, di punti di vista, nemmeno di orizzonti. Ma di vissuti. Di te e me. Viventi. Amanti. Consenzienti.

La stanza di nonna ospita anche altre tre degenti alla settimana. In reparto gli infermieri la chiamano “la principessa” e chi sta in camera con lei è suo ospite. La principessa una sera, giocavamo a carte per tenere la mente allenata a dar di conto, mi ha detto “Non fare i miei stessi errori, altrimenti non so servita a niente”. Così, facendo scopa con un nove di spade. Cercandomi con gli occhi annebbiati dalle cataratte. Direzionandomi la voce contro. Subito dopo mi ha chiesto di sciacquarle i denti sotto l’acqua fresca ed è ripresa la vita sospesa.

Due giorni fa, dopo aver risognato la casa, al mattino presto ti ho scritto un messaggio per chiederti se per caso anche tu ricordavi di questa casa e se avevi più chiaro di me il quando l’abbiamo abitata. Mi hai risposto che no, non ti risultava proprio.

Per un’ultima volta guardo la fotografia degli occhiali col pacco. Nella testa la canzone del nostro inizio. “Heads on a science apart”.

Commenti
7 Commenti a “Gli occhiali col pacco”
  1. stefano scrive:

    Come scrivi bene Carmen. Ma quanto dolore nelle tue parole. Grazie per avermi inviato il tuo scritto

  2. Danielle scrive:

    Condivido ciò che ha scritto Stefano…. Sei bravissima, ma c’è troppo dolore in tutto ciò! TVB

  3. Maria Antonietta scrive:

    Solo una persona speciale può scrivere del dolore senza avere paura di farlo. Grazie Carmen..

  4. Vicky scrive:

    Bellissimoooooooo. Trovo il racconto seppur breve un concentrato di emozioni in vita. Grande

  5. Antonella monti scrive:

    Che bella storia, peccato che sia così breve, mi piace molto l importanZa che la scrttice da ai legami familiari, conditi da un profondo rispetto per vita, complimenti.

  6. Marinella (da Napoli) scrive:

    Amore: quanta sofferenza, quanto dolore si nasconde dietro questa
    parola.
    La sofferenza provata verso la nonna Principessa, che oramai
    vive in un tempo sospeso, e la cui mano teniamo con amore.
    L’amore che ci ha resi felici, l’amore che si è trasformato. Un amore che poteva essere un amore e che non lo è stato. Un amore subito sostituito.
    Il tuo racconto mi fa riflettere e commuovere. Quanti misteri circonda quella semplice parola.

  7. Francesca scrive:

    Mi hai portato altrove
    Nella casa ,nel tuo sogno,in quella consapevolezza distorta che tante volte accompagna i miei risvegli.I
    Iike,i social,tra il reale il virtuale,al piano di sotto.Ho guardato dentro quello sguardo sfinito dalle cataratte.Ti ho vista stringere le mani di tua nonna.
    Grazie

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