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Gli scritti senatoriali di Paolo Volponi

Il libro appena uscito per Ediesse «Parlamenti», raccoglie gli scritti senatoriali di Paolo Volponi e ci ricorda di un’epoca ormai scomparsa, in cui il rapporto tra intellettuali, istituzioni e Palazzo era considerato vitale e necessario. Ci racconta di questo libro Alessandro Leogrande, con una recensione apparsa sul «Riformista».

Paolo Volponi viene eletto in Senato nel 1983, nello stesso anno in cui si conclude l’esperienza parlamentare di Leonardo Sciascia. Ci resterà un decennio, per due legislature e l’inizio di una terza. Dapprima nel Partito comunista, da indipendente, poi in Rifondazione: avrebbe preso la tessera del Pci solo nel febbraio del 1991, per partecipare al congresso della Bolognina.

A questa fase della vita dello scrittore, che rimanda a un’epoca ormai scomparsa del rapporto tra intellettuali, istituzioni e Palazzo, forse indissolubilmente legato alla stagione della Prima repubblica e alle sue culture politiche, è dedicato un libro appena pubblicato da Ediesse che raccoglie i suoi scritti “senatoriali”: Parlamenti. Il volume, insieme ai contributi critici di Emanuele Zinato, Sofia Pellegrin, Massimo Raffaeli, Enrico Capodaglio e alcune foto di Isabella Balena, propone una decina di interventi parlamentari dal 1984 (sulla conversione in legge del decreto di San Valentino) al 1992 (una proposta di legge per la sua Urbino). In filigrana vien fuori tutto il pensiero dell’autore di Corporale e Le mosche del capitale, la riflessione di un illuminista profondamente persuaso che solo una moderna cultura industriale, partecipata, innovativa, aperta alle istanze dei lavoratori, avrebbe portato l’Italia fuori dalle sue secolari disfunzioni. Più vicino a Cattaneo, Salvemini, Olivetti che al marxismo italiano, Volponi ha sempre sostenuto la necessità di uno sviluppo razionale quale unico antidoto all’anarchia del capitalismo (da qui la divergenza di vedute tra lui e l’amico Pasolini) e del decentramento politico quale unica sfera in cui poter disseminare esperimenti di buon governo. C’è traccia di tutto questo nei suoi interventi al Senato, ma soprattutto c’è traccia del tentativo, come per Sciascia, di portare una critica volterriana all’interno dello stesso Parlamento.

Gli scritti di Volponi non si riducono però ai soli interventi in aula. Parlamenti contiene anche l’abbozzo di un romanzo epistolare: Il senatore segreto. Nelle intenzioni di Volponi sarebbe dovuto essere un romanzo da scrivere a quattro mani con un altro senatore del gruppo comunista, Edoardo Perna. Di quel progetto, rimangono a uno stadio di stesura avanzata solo le cinque lettere di Volponi qui raccolte, ma sono sufficienti per capire il motore dell’opera letteraria. Il senatore segreto muove da un’idea geniale e surreale, dalla convinzione “unanime”, sorretta da varie testimonianze, che tra i corridoi e le stanze meno frequentate di Palazzo Madama si aggiri fin dai tempi di Vittorio Emanuele II un’oscura e realissima presenza che puntualmente si manifesta nei giorni cruciali. È il Senatore Segreto, “che viene fuori solo nei giorni delle grandi maggioranze, dei voti decisivi, quando può mischiarsi trai folti gruppi di quelli che stanno uniti comunque dalla parte del potere”. Emblema del continuismo italiano, della insopprimibile vocazione a salire sul carro del vincitore, il Senatore Segreto diventa l’oggetto di una detective story in bilico tra Gogol e Le Carré. Lo spunto viene, oltre che molteplici indizi, da un singolare accadimento: nell’elezione a Presidente della Repubblica di Cossiga c’è un voto in più di cui non si riesce a stabilire la paternità…

Ben presto, però, la ricerca surreale di una sorta di sempiterno uomo qualunque del conservatorismo italiano si stempera in un nulla di fatto. L’illusione onirica si frantuma davanti a una constatazione ancora più amara: “È giusto escludere la presenza di un Senatore Segreto storico, perenne, immortale, ma non mi pare altrettanto giusto eludere la presenza, l’ombra, la traccia, di tanti senatori in questa IX legislatura viventi nel fiore degli anni, mortali, e tuttavia segretamente sicuri come immortali.” In fondo è proprio questa pletora di “senatori segreti” che agiscono come “segreti semidei, impenetrabili e insindacabili”, incapaci di esprimere un parere che non sia favorevole alla maggioranza dominante, a costituire la vera, concretissima ostruzione a ogni istanza di buon governo. A costo di volgarizzare Volponi, è difficile non spostare l’attenzione dalla IX alla XVI legislatura, l’attuale, e confrontare queste parole con la tragicomica esperienza dei “responsabili” di Scilipoti. Ma questi sono dettagli. Ciò che Volponi intende sottolineare è la presenza di un enigma: perché in questo paese, dal cuore del Senato alla più periferica provincia, le tracce di continuità – anche dopo stravolgimenti epocali – sono infinitamente superiori a quelle di discontinuità?

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
Un commento a “Gli scritti senatoriali di Paolo Volponi”
  1. Giovanna Borgese scrive:

    Questa foto di Paolo Volponi è mia. Vi prego di firmarla.

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