Strand (1)

Gli scrittori e i libri da Strand, a New York

Strand (1)

(fonte immagine)

“Upstairs at the Strand”, il terzo piano di Strand (la libreria indipendente più famosa di New York, all’angolo tra la Broadway e la Dodicesima Est, a pochi metri da Union Square), è un luogo che per alcuni di noi rientra nella lista dei posti dove vai quando: 1) vuoi sentirti a casa; 2) vuoi spendere qualche soldo senza poi sentirti in colpa; 3) devi incontrare un tuo simile, per caso o per appuntamento; 4) devi comprare un regalo a qualcuno che come te ama i libri incondizionatamente.

Il terzo piano di Strand è quello dove c’è la stanza dei libri rari (e dove per raro si intendono anche le fanzine punk degli anni settanta e ottanta, vendute a un prezzo onesto, o i gialli tascabili degli anni sessanta). La maggior parte delle volte ci vai più per sentimento che per ammazzare il tempo, laddove l’affetto che provi per libri e scrittori è a tutti gli effetti un sentimento.

Da circa quindici anni, la stanza dei libri rari ospita interessanti incontri tra scrittori. Gli incontri non sono le solite presentazioni di libri, ma conversazioni. Le migliori sono appena state raccolte in America in un libro curato da Jessica Strand (che per anni è stata coordinatrice degli eventi della libreria) e la giornalista Andrea Aguilar. Il libro si chiama Upstairs at The Strand. Writers in conversation at the legendary bookstore (W.W. Norton & Company, pagg. 224, $ 15,95).

Dentro ci sono, in ordine alfabetico e a dialogare tra loro: Renata Adler, Edward Albee, Hilton Als, Paul Auster, Blake Bailey, Alison Bechdel, Tina Chang, Junot Díaz, Deborah Eisenberg, Rivka Galchen, A.M. Holmes, Hari Kunzru, Rachel Kushner, Wendy Lesser, D.T. Max, Leigh Newman, Téa Obreht, Robert Pinsky, Katie Roiphe, George Saunders, David Shields, Charles Simic, Tracy K. Smith, Mark Strand e Charles Wright.

Nelle conversazioni parlano dei loro libri e dei libri degli altri, raccontano aneddoti della propria vita o delle vite degli altri, dicono com’è la vita da scrittore. In una delle conversazioni più belle (tra il poeta Charles Simic e la scrittrice Téa Obreht) Simic racconta di come ragazzo arrivò a New York con la volontà di rimanerci, di come nel fine settimana fosse sempre al verde e costretto a vendere i libri per alzare qualche soldo, di come andasse a venderli proprio da Strand, di come un giorno decise di separarsi da un libro lasciatogli in regalo da un ex coinquilino.

Il libro era un dizionario di latino, pesava moltissimo, Simic era convinto valesse almeno dieci se non quindici dollari. A fatica (per il peso oltre che per l’idea di separarsi dal libro) lo portò fino da Strand, gli diedero solo cinque dollari, se li fece andare bene. Probabile che li abbia spesi per comprare altri libri. “Ho passato parecchio tempo nelle librerie”, racconta Simic, “e la cosa fantastica di quei posti, o di una grande libreria come Strand, è che te ne vai in giro, di colpo vedi qualcosa, e ti ritrovi senza fiato a dire: Non ci posso credere che esista quel libro lì! E ti fiondi verso il libro e lo afferri, con la paura che qualcuno possa arrivare a prenderlo prima di te. Quelli sì che sono momenti eccitanti”.

Alla sopravvivenza del sentimento provato a cospetto di scrittori e libri è dedicato un altro impeccabile libro appena pubblicato in Italia. L’autore è Giulio D’Antona, il libro si chiama Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America (minimum fax, pagg. 346, 13 euro) ed è un attento e appassionato reportage sull’editoria in America in questi complicati tempi di crisi.

A essere intervistati sono scrittori esordienti, affermati o semplicemente pubblicati, editori, manager di librerie, direttori di riviste letterarie, scrittori che per sbarcare il lunario insegnano scrittura. Malinconico ma mai pessimista, il libro si presenta piuttosto come un antidoto al pessimismo, onesto e utile nel portare gli intervistati a interrogarsi evitando le facili risposte e nel portare il lettore a mettere a fuoco le certezze utili alla sopravvivenza del mestiere.

Così l’autore, in ordine sparso dentro le pagine del libro: l’energia fiorisce dove mancano le certezze; il pubblico va educato e non si può cercare di rifilargli continuamente quello che ha amato una volta; i casi editoriali sono sempre più “casi”, cioè eventi capitati per caso; senza gli aspiranti scrittori non ci sarebbero gli scrittori e senza gli scrittori non ci sarebbe l’industria; non è un mestiere per scrittori dire cosa succederà agli scrittori. Dice D’Antona verso la fine, e noi con lui nel parlare di libri: “Spero di risultare di parte, come lo sono le persone innamorate”.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
Un commento a “Gli scrittori e i libri da Strand, a New York”
Trackback
Leggi commenti...
  1. My Scrapbook scrive:

    […] via Gli scrittori e i libri da Strand, a New York — minima&moralia […]



Aggiungi un commento