insegnanti, il più e il meglio

Gli scrittori a scuola

Pubblichiamo un estratto da “Insegnanti (il più e il meglio)” di Roberto Contu, edito da Aguaplano, che ringraziamo.

di Roberto Contu

Qualche volta capita che a scuola vengano invitati scrittori a parlare del proprio libro. Si tratta di una buona opportunità, anche per il sottoscritto: ogni anno cerco di organizzare almeno un paio di incontri con autori che ritengo possano offrire pensieri utili ai ragazzi, anche se chiedo espressamente che non si parli solo del libro. Al riguardo, per esperienza diretta e per quanto osservo in rete, mi è capitato però di soffermarmi su un dettaglio di certo banale, ma con la sensazione crescente che lo sia molto meno di quanto potrebbe sembrare.

Si tratta di questo: tanto più se giovane, diciamo trenta-quarantenne, lo scrittore o la scrittrice invitato/a a scuola e in genere ospitato/a in aula magna eviterà puntualmente il posto dietro la cattedra (mai sia) e siederà senz’altro direttamente col culo sul tavolo, meglio con le gambe incrociate all’indiana (fatevi un giro, soprattutto sui social e lo noterete anche voi). Condurrà, se ci riuscirà, l’incontro tra battute alternate a massime di vita, giocherellerà con il microfono rigorosamente in t-shirt e infine consegnerà l’esperienza ai posteri della rete, magari la sera stessa, con un post commemorativo il cui sottotesto sarà «io sì che li ho intercettati questi ragazzi, altro che questa scuola e i loro docenti incartapecoriti».
Ecco, solo su questo potremmo discutere ore, per quanto mi riguarda al fine di dimostrare il fallimento di una presenza di questo tipo degli scrittori/scrittrici a scuola, al pari della mai
troppo maledetta e pacchiana salita di Keating su quella cavolo di cattedra (almeno si fosse pulito i piedi).
Al riguardo tre considerazioni. La prima è in parte giustificatoria e riguarda la legittima e sacrosanta ma rimossa (in questo caso sì) fifa dell’esterno dato in pasto a un’assemblea di adolescenti, che non fa sconti su nulla, che se non reggi fa casino, vedi figure penose alle quali ho assistito al cospetto anche di presunte star della letteratura nostrana. Lo scrittore pensa forse inconsciamente di esorcizzare quella paura con un «ehi, ma io sono come voi, vi capisco». Niente di più sbagliato e sterile.
La seconda considerazione riguarda questa cosa per me inspiegabile e inspiegata della fobia in merito all’alterità docente/discente, anche fosse per un solo incontro. Ringrazio il cielo di avere incontrato, al liceo e all’università, maestri che sentivo a una distanza siderale dalla mia esperienza e soprattutto dalla mia ignoranza. È per la fascinazione di quella distanza che continuo a studiare.
Terza e ultima considerazione: che va a dire un intellettuale a scuola? Quale dovrebbe essere il modello? Io credo che anzitutto non dovrebbe andarci per raccontare il suo romanzo. Per quello, se vuole, lo studente può leggere da solo e spesso (a ragione) non vuole. Ci va invece per esercitare una funzione che lui solo e solo lui può testimoniare. Un esempio per me, che posso solo accennare e che affido al credito concesso da chi sta leggendo: il ricordo di una lezione di un anziano maestro della nostra critica letteraria che parlando di modernismo (sì, di modernismo) ha ammutolito cento ragazzi per due ore, da dietro la cattedra e senza sconti alla densità del proprio discorso.
Per inciso: agli amici docenti che rivendicano il proprio sedere sulla cattedra dico «certo, anche io lo faccio, ma quella è la nostra cattedra».
Commenti
3 Commenti a “Gli scrittori a scuola”
  1. EMANUELE TREVI scrive:

    molto interessante questo articolo. cerco sempre di evitare di andare a parlare in una scuola perché credo che la matematica e la geografia siano più utili di me a cavalcioni su una cattedra. inoltre odio svegliarmi presto e non sento nessuna necessità di avere successo tra gli adolescenti. ma insomma, non si può essere cafoni e un professore e un preside che ti invitano sono pur sempre in prima linea contro la disgregazione sociale e le buone intenzioni vanno aiutate. concordo sul fatto che non bisogna parlare del proprio libro, a meno che il professore non ci faccia sopra un’esercitazione, allora ha un senso un incontro finale. a volte fanno delle cose molto belle su un libro, tipo video, ma il trucco è invitare l’autore solo alla fine di un percorso. con le ultime classi va molto bene parlare di qualcosa che si potrà trovare nel tema di maturità (leopardi, il romanticismo eccetera), così capiscono che se ne può parlare in un tono più umano e in una lingua meno ridicola di quella dei libri di testo. ma ho scoperto una specie di legge che voglio condividere: per interessare i ragazzi, deve esserci un dialogo, una specie di intervista tra professore e ospite, possibilmente sul tema delle vocazioni, delle scelte di vita che conviene affrontare per fare ciò che si aspira fare. se invece un professore si limita a presentarsi e poi si ritira lasciandoti fare un monologo, è una mattina sprecata, e non è colpa dell’ospite e di dove si siede.

  2. Maura Maioli scrive:

    Ho incontrato diverse volte studenti che non erano i miei.
    Non mi sono mai seduta sulla cattedra (gesto troppo familiare che riservo a rarissime occasioni con i miei studenti, ma appunto si tratta della mia cattedra). Però non mi sono sempre seduta dietro la cattedra, più spesso sono rimasta in piedi davanti agli studenti per non dare l’impressione di nascondermi e anche perché il corpo è importante veicolo di senso quando si è chiamati al compito di raccontare storie. Penso per esempio che sia impossibile leggere bene stando seduti dietro la cattedra.
    Sono sempre stata invitata per parlare dei miei romanzi dopo che gli studenti li avevano letti e avevano delle domande da farmi.
    Ho sempre invitato scrittori dopo averne letto i testi insieme ai miei studenti e aver ragionato con loro su quanto avevamo letto. L’incontro con questi scrittori è sempre stato fruttuoso, anche quando è stato deludente, perché ha mostrato che l’opera e l’uomo non sono la stessa cosa.
    Comunque quando si risponde a una domanda su un romanzo non si risponde mai solo alla domanda posta e il romanzo in questione è sempre un pretesto per raccontare altro, di solito, appunto, un’esperienza della letteratura. Si finisce sempre con il raccontare una passione e per farlo si usano spesso le parole dei maestri perché sono quelle che l’hanno nutrita. Gli scrittori che ho invitato hanno sempre finito con il parlare dei loro autori di culto (Maurensig fece una lezione sulla letteratura mitteleuropea, Mari una su un paio dei suoi “Otto scrittori”).
    La fascinazione della distanza è generata dalle parole non solo dagli atteggiamenti. Ma certo chi pensa che porsi sullo stesso piano dell’uditorio lo conquisti (vedi alla voce propaganda), con gli studenti, dentro le aule scolastiche, rischia un gigantesco fiasco.

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  1. […] a scuola e del loro atteggiamento durante i cosiddetti “incontri” con le scolaresche (lo trovate qui; e leggete anche il primo commento, lo ha lasciato Emanuele Trevi, scrittore vero, non è […]



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