astrattismorusso-malevic

Gli studenti di lettere

(Immagine: Kazimir Severinovič Malevič.)

di Luca Ricci

Chi impiega la propria giovinezza la spreca, forse anche per questa ragione avevamo scelto la facoltà di Lettere. E più che le aule universitarie bazzicavamo il tavolino di un bar, sempre lo stesso, dall’ora dell’aperitivo in poi, a oltranza. Discutevamo di tutto, soprattutto di cose da niente, e tentare di avere la meglio sulle opinioni degli altri ci sembrava un buon modo di mettere a frutto, cioè a ben vedere di sperperare, il nostro sapere umanistico. Ci disponevamo attorno al tavolino dopo mattinate e pomeriggi tutti uguali in cui non combinavamo granché, e ubriacarsi erano l’unico modo d’illudersi di non aver trascorso un’altra giornata invano. Io e i miei amici ci sentivamo tutto sommato migliori degli altri studenti universitari, migliori perché peggiori, disillusi al punto di farsene un vanto, con le ali spezzate ancor prima di spiaccare il volo. Ridevamo di questo o quello studente d’Ingegneria, che di sera giocava a fare l’anticonformista al bar ma che poi vedevamo al mattino con i libri sottobraccio recarsi in tutta fretta in facoltà, per frequentare diligente una lezione, o segnarsi coscienzioso a un appello.

Corteggiavamo soprattutto le ragazze iscritte a Economia, così diverse da noi, così fresche e profumate e con un futuro radioso davanti. Ci consideravano perché dovevamo apparire molto esotici, e in fondo di gran lunga più interessanti dei loro colleghi maschi di facoltà. Noi eravamo la loro piccola trasgressione serale, l’innocente follia di una notte, lo strappo momentaneo alla regola per continuare a essere in regola. Andò tutto bene fino a quando un grave problema alla mano mi costrinse a saltare qualche bevuta. Inizialmente si trattò di una banale frattura al quinto metacarpo che però in seguito evidenziò l’insorgere di un tumore osseo maligno. A dirla tutta i medici mi dissero che avrei dovuto rinunciare alla mano, se avessi voluto salvarmi. Dissero proprio così, evitando di usare l’espressione più consona rispetto al mio problema: amputazione.

Quando tornai al bar senza una mano, o con una mano in meno come dichiarai per sdrammatizzare, i miei amici mi accolsero con affettuose pacche sulle spalle, seguite però immediatamente da sguardi allarmati, per non dire circospetti e disgustati. Continuammo a bere tutti insieme ancora per un po’ ma io sentivo che qualcosa era cambiato, il clima non era più diabolicamente spensierato come prima. All’inizio furono soltanto impercettibili malumori che si traducevano in cose da niente: al momento dei brindisi c’era chi mi guardava con insistenza, altri invece abbassavano subito lo sguardo (due modi opposti, ma tutto sommato identici, per dimostrare un fastidio). Poi le parole cominciarono a diradarsi, quelle che gli amici mi rivolgevano, e di conseguenza quelle che io rivolgevo agli amici. Relegarmi in un angolo del tavolo fu peggio che allontanarmi. Avrei preferito che qualcuno lo dicesse chiaro e tondo, che un mutilato era troppo, troppo anche per quella compagnia di letterati e presunti anticonformisti che si vantavano  di continuo della loro mostruosità sociale. Ma nessuno disse niente e in fondo quel silenzio si tramutò ben presto in un invito pressante a lasciare il tavolo, a cambiare giro.

Cominciai a bere da solo, a uno dei tavoli accanto, tenendoli sotto tiro ma con l’aria di guardare altrove, spesso anche soltanto dentro il bicchiere. Eppure eravamo ancora così simili: come tutti gli altri, anch’io ero sistematicamente indietro con gli esami. Ma ormai i miei esami saltati non rientravano più nel gioco dello studente maledetto, bensì erano la triste conseguenza di un handicap. I miei amici continuavano a gozzovigliare, a riempire il tavolo di bottiglie vuote e il posacenere di mozziconi di sigaretta, a blaterare sofismi divertiti su Sartre e Baudrillard, e a far accomodare accanto a loro qualche studentessa di Economia dal volto angelico incorniciato da una costosa pashmina di seta. Passò ancora qualche mese, forse qualche anno, quando seppi dell’incidente automobilistico che aveva coinvolto uno dei miei amici: a un tornante era andato dritto, schiantandosi giù per un dirupo. Il paraplegico tornò al bar accolto da un applauso liberatorio e gli venne fatto posto al tavolo che ormai poteva occupare solo in carrozzella. Inutile aggiungere che la sua emarginazione fu implacabile almeno quanto la mia, ormai conoscevo a menadito la trafila. Prima il fastidio, poi il silenzio, infine l’allontanamento forzato e volontario al tempo stesso. E quello non fu l’ultimo incidente.

Qualche mese o anno dopo un altro amico durante una partita di calcetto venne sgambettato e finì sul ferro aguzzo della recinzione, ottenendone un calcio di punizione e una parziale cecità. Il gruppo degli studenti di Lettere subì un duro colpo dal quale non si rialzò più: i sani infatti cominciarono ad essere in inferiorità rispetto ai menomati. E poi non c’era più tempo, gli studenti delle altre facoltà si stavano per laureare, la nostra generazione era incalzata dalla generazione successiva, smaniosa di prendere posto attorno al tavolo del bar che era stato nostro. Quell’ultimo incidente, per così dire, sancì ufficialmente la fine della nostra giovinezza, e io in tutta onestà non ne ebbi rimpianto, visto che ero stato il primo a sperimentare l’emarginazione del gruppo. Ormai passavo dal bar saltuariamente, come può passarci un adulto, e di solito m’imbattevo in facce sconosciute, quelle dei nuovi giovani che bevevano e protestavano e studiavano, esattamente come avevamo tentato di fare noi. Per un periodo molto lungo mi scordai dei miei amici di Lettere, cercai di allontanarli dalla mente come si scaccia un pensiero cattivo o una mosca, ma poi un giorno qualcuno per strada mi strattonò. Lo riconobbi a stento perché un’allergia congenita l’aveva riempito di macchie e bolle, ma doveva proprio trattarsi di uno dei miei vecchi amici, uno della combricola storica. Mi propose una rimpatriata al bar, avremmo dovuto cercare anche tutti gli altri, una serata di bevute come ai bei tempi andati, ti ricordi? Annuii esageratamente, come se mi stessi prendendo una rivincita.

Cominciò allora la ricerca di tutti gli altri, indirizzi e numeri di telefono conservati in rubriche consunte o sulle schede di qualche modello di cellulare superato. Non fu semplice ma alla fine, in data concordata con largo preavviso, per una sera tornammo ad essere i padroni del bar e riprendemmo possesso del nostro tavolo. C’eravamo proprio tutti, non mancava nessuno. E ci mettemmo a ricordare le copisterie della giovinezza, metafora perfetta della nostra emerita facoltà. Non era forse vero che al di là di un anticonformismo di facciata a Lettere gli studenti erano uno la fotocopia dell’altro? Inoltre in sede d’esame dovevano effettuare una semplice fotocopia delle idee del prof., spesso e volentieri fotocopiate a loro volta dalle idee dei vari saggisti, critici e scrittori che componevano il programma. Parlammo anche delle studentesse di Economia. Certe avevano lasciato la città per lavoro, in alcuni casi erano andate all’estero per avviare carriere brillanti. Alcune invece si potevano ancora vedere trascinare stanche dei passeggini con i sederi raddoppiati e un vago rammarico negli occhi. Proposi un brindisi nella maniera sguaiata che c’era appartenuta, e subito tutti alzarono i rispettivi calici. “La vita toglie per dare, e dà per togliere!” urlai. A vederci da fuori dovevamo essere uno spettacolo grottesco: l’Amputato, il paraplegico, l’Orbo e il Deturpato, di nuovo felici di stare insieme, di nuovo identici in quelle ripugnanti difformità, cristallizzati nella sconfitta, studenti di Lettere per sempre.

Commenti
15 Commenti a “Gli studenti di lettere”
  1. behemoth scrive:

    Mah…
    non capisco se è biografia, racconto o parabola.
    Soprattutto: non capisco.
    C’è una sottile metafora o il gusto del melodramma e basta?

  2. Linda di Natale scrive:

    Più che “Studenti di lettere”, trattasi di “Non studenti di lettere” e per giunta anche sfigati!!!

  3. Ugnello scrive:

    Il finale assume toni assolutamente grotteschi. E’ ovvio come l’autore voglia rimarcare la bassezza di certi “molluschi culturali” in ambito universitario offrendoci una favoletta parodica didascalica sul presunto senso di alienazione proprio degli “studenti di lettere”; un senso percepito da loro stessi, un’aura di misticità e sacralità che si svilirà nel più bieco dei modi ( la non accettazione delle malformazioni da parte del gruppo) fino a divenire un percorso di catarsi al rovescio, in un anti-climax distopico ( il ricongiugimento finale degli amici) senza che stavolta nessuna vanità e nessun interesse possa distoglierli dalla loro condizione di realmente alienati.

  4. Norita scrive:

    Una sezione trasversale che analizza in maniera originale una mentalità, un gruppo, un individuo in maniera originale, viva e senza troppi pietismi. Il giusto equilibrio fra melodramma, assurdo e piccolo ritratto generazionale, tratteggiando in pochi tocchi i limiti e le aspettative di tanti ragazzi in cui mente e corpo non hanno seguito lo stesso ritmo di crescita o maturità, rimanendo intrappolati in una dimensione di ostentata ribellione (che per la sua natura “teatrale” ha quindi i caratteri della limitatezza e del vacuo).
    L’ho apprezzato molto, complimenti all’Autore.

  5. Enrico Marsili scrive:

    Divertente.

  6. Giuseppina scrive:

    è vero, siamo proprio così

  7. Matteo scrive:

    Mi piace molto, ma a patto che possa rientrare nell’autofiction.

  8. Rolando scrive:

    l’Amputato, il paraplegico, l’Orbo e il Deturpato sono i reduci di una guerra (mai dichiarata) ad un mondo e ad un Tempo altrettanto ripugnante e incomprensibile. A quel tavolino del bar allora puoi incontrare quell’umanità in trincea, sconfitta in partenza, ostinata eppure non avvilita dallo scacco esistenziale: per dire sì ci sarà sempre tempo……

  9. Magnifico. Gran bel pezzo!

  10. Bandini scrive:

    Notevole. C’è qualcosa di vagamente kafkiano, oltretutto.

  11. Edoardo A. Gino scrive:

    Bah. Piatto. Robaccia.

  12. davide calzolari scrive:

    mah!la morale c’è,non c’è,o è troppo visibile?

    cmq io di giovani donne diventate mamme ne conosco,ma se la passano molto meglio di quelle emigrate per lavoro,altrochè carriera,anche fra le laureate in economia

  13. Marco Marzagalli scrive:

    Avverto uno spiccato sarcasmo, un surrealismo un po’ dada.
    Se la struttura pare un poco naïf, fosche tinte a chiazze, sarà a causa delle restrittive condizioni narrative: in due pagine si racconta quasi una vita o una parabola attinente.
    Il simbolismo esistenziale è fin troppo evidente. La mano amputata può impedire le bevute ma pure la scrittura. Che dire poi di tutte quelle difformità (non solo fisiche) che ci affliggono: c’è persino il rischio di identificazione.
    Le prerogative non sono consolatorie, appaganti, esaustive… ma la questione è tutta lì: si vuole prendere alla gola il lettore senza cadere in una narrativa di genere.

    Io intravedo del metodo in tutto questo.

  14. Daniele Lo Vetere scrive:

    No, non eravamo così.

    C’era anche chi non si sbronzava, s’era iscritto perché Lettere non impegna troppo, leggeva Baricco e Baudrillard manco sapeva chi fosse, la sera discuteva al pub con gli amici, che Baricco manco sapevano chi fosse, in quale disco andare a ballare.

    C’era chi si chiudeva nella biblioteca di Lettere classiche e s’ingobbiva sugli appunti e i testi d’esame, ma se gli chiedevi cosa ne pensasse di Eliot o Baudelaire o Rebora o Gadda o Pasolini o Contini o Debenedetti lasciava intendere che la letteratura è una cosa troppo seria per potersi permettere la passione.

    C’era chi s’era iscritto a Lettere perché era un appassionato di cinema d’essai e chi amava leggere da quando aveva 6 anni.

    C’era chi ogni tanto o più che ogni tanto si sbronzava, ma studiava pure (magari leggendo Eliot o Baudelaire o Rebora o…).

    C’era l’amico dell’iscritto a Lettere, studente di Economia o Ingegneria, che faceva un salto, felice della presenza di tante ragazze, ma anche interessato alla lezione su Calvino, di cui dichiarava modestamente di non saper dare una giusta valutazione critica, ma di cui aveva letto più romanzi dell’amico letterato.

    C’erano individui che erano una mescolanza di tutti questi tipi.

    Dico tutto questo non all’autore, il cui intento non mi sembra sia mimetico ma parodistico, anche se di una parodia amara, ma a chi l’ha preso per specchio fedele della realtà: no, non eravamo/siamo SOLO così.

  15. Clelia scrive:

    è così, porca miseria se non è così
    beninteso, io le studentesse di Economia le ho sempre e solo guardate con ripugnanza assoluta e mai le avrei fatte sedere al mio tavolo. sono questioni di genere, le famose questioni di genere.
    e il bar me lo sono andato a cercare altrove, sotto un altro cielo.
    ma sono sempre lì, Storpia, con l’orrore negli occhi di essere un professore al 30%, ma soprattutto di vedere che i miei studenti di Lettere non sono più niente. Dust to dust.

Aggiungi un commento