Riexinger

Gli unici tedeschi che stanno con i greci

Riexinger

Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

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“Se Tsipras e Varoufakis non ricevono l’appoggio dei grandi Paesi europei, e in primis di Francia e Italia, è difficile che la loro azione abbia un senso. Tutti noi che crediamo in un’Europa coesa, solidale e votata allo sviluppo sociale, tutti noi dobbiamo offrire aiuto e supporto ai greci. Altrimenti l’Unione finirà sotto il fuoco incrociato degli egoismi nazionali in lotta fra di loro”. Siamo a pochi passi da Alexanderplatz e a parlare è uno dei due leader della terza forza politica tedesca. Fa un certo effetto ascoltare proprio qui parole che sono anni luce lontane da quello che l’unilateralità dell’informazione ha ormai accreditato come “pensiero unico tedesco”. Ma lo stordimento cade subito quando ci si ferma a pensare a chi, in questi anni, e soprattutto in questi ultimi mesi, abbiamo ascoltato quasi fosse il portavoce di un popolo più che l’integerrimo Ministro delle Finanze di un governo democraticamente eletto. Ossia, Wolfgang Schäuble, pronto a ripetere (fino a pochi giorni fa in una conversazione uscita su Repubblica) che il vero problema della Grecia è la perdita di competitività. “Chissà perché, eh! Strani giochi del destino. Se un Paese prostrato da anni di austerità e tagli perde competitività c’è davvero da sorprendersi” sorride ironico Bernd Riexinger. Cinquantanovenne, ex banchiere e sindacalista, Riexinger esattamente tre anni fa, assieme a Katja Kipping, è diventato Presidente di Die Linke, ossia La Sinistra, e ora si aggira fra pile di carte distribuendo caffè agli ospiti, mentre un improvviso sole ha aperto l’estate anche qui a Berlino.

Nella storia di questo partito socialista democratico che ondeggia attorno al dieci percento dei consensi, una forza tanto importante quanto sottovalutata all’estero, si specchia, rifrangendosi in una sintesi perfetta, tutta la storia politica tedesca fra Novecento e primo scorcio del nuovo millennio. Non è una storia semplice, dunque, eppure riusciamo a vederla riassunta addirittura nelle pietre di questo edificio, la Karl Liebknecht Haus. Fu qui, infatti, che nel 1926 prese sede il KPD, il Partito Comunista tedesco, intitolando quella che era nata come una fattoria alla memoria dell’avvocato che nel 1914 aveva fondato, assieme a Rosa Luxemburg, la Lega di Spartaco (movimento rivoluzionario socialista) e cinque anni dopo il Partito Comunista, poco prima di essere torturato e ucciso. Nel 1933 sul palazzo fu issata la bandiera incisa dalla svastica, il nome di Liebknecht fu sostituito da quello di Horst Wessel (attivista nazista assassinato) e in queste stanze occupate dalla polizia, si susseguirono detenzioni e torture di ebrei e avversari politici fino a quando il dipartimento per le finanze dello stato prussiano rese il Palazzo solo apparentemente più accettabile. Nel 1948, semidistrutto, l’edificio tornò a onorare la memoria di Liebknecht, accogliendo l’Istituto marxista leninista fino al 1990. È allora, caduto il muro, che questa ex fattoria inizia a raccontare definitivamente la storia della Linke. Il PDS, Partito del Socialismo Democratico, erede della SED, partito unico della Repubblica Democratica Tedesca, sostituisce l’Istituto marxista leninista e comincia il suo percorso di maturazione. Nel 2005 il PDS si prepara ad accogliere l’abbraccio di un altro partito nato in quegli anni nella nuova grande Germania unita. Sindacalisti e politici (tra cui Oskar Lafontaine), delusi dalla svolta liberista con cui Schroeder sta trasformando la SPD (il partito socialdemocratico), hanno infatti creato la WASG, Partito della Giustizia Sociale, che nel 2007 assieme ai cugini dell’est va a formare Die Linke.

“Oggi il partito deve affrontare i pregiudizi di una società profondamente anticomunista che in parte vede ancora in noi gli eredi della DDR” spiega Bernd Riexinger “C’è molta demagogia, ovvio. Siamo il partito del socialismo democratico mica un monopartito da socialismo reale. Tuttavia, è politicamente conveniente inserire l’avversario in una zona d’ombra dove cresce la paura dell’elettore. Qualcosa però sta cambiando. Le ultime elezioni regionali in cui è stato per la prima volta eletto un Presidente del nostro partito, Bodo Ramelow, in Turingia, hanno dato un segno: è possibile cominciare a immaginare una situazione di normalità politica in cui Die Linke sia accettata dalle coscienze di tutti i tedeschi”. Il caso della Turingia è notevole. Ramelow è stato eletto con il supporto del voto socialdemocratico e verde. Un’alleanza che a livello locale è molto più semplice che su scala nazionale. “Ma noi non ci precludiamo la possibilità di un’ alleanza con la SPD. Ci sono molti problemi aperti – è evidente. La precondizione necessaria per noi è che essi abbandonino le politiche neoliberiste. Diversamente, nessun punto di vista comune sarebbe immaginabile”. La possibilità di un cambiamento interno non è dietro l’angolo e Riexinger lo sa bene. L’epoca della Merkel non accenna a finire: “La propaganda governativa finora ha lasciato poco spazio agli oppositori. Da una parte essa ha a che fare con l’orgoglio nazionale, dall’altra con la paura. Mi spiego. Sono stati molto abili nel far credere ai tedeschi che qui da noi tutto va bene e che le colpe e i problemi si annidano soltanto nei Paesi più deboli economicamente. È infatti molto semplice e altrettanto convincente dire: rispetto a Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, noi stiamo bene. A questo senso di orgoglio si contrappone la paura che tutto ciò possa finire, e questa fine si fa coincidere con la paventata fine del lungo periodo di potere di Angela Merkel. Cosa succederebbe senza di lei? – ci si domanda. La polarizzazione così diventa fortissima. Ma sotto la superficie le cose stanno cambiando. C’è una progressiva presa di coscienza. Le crepe di questo gioco di potere e di propaganda iniziano a mostrarsi”.

In Europa, dopo la vittoria di Syriza, queste crepe sembra siano state riassorbite in uno scontro frontale in cui sia i governi che la stampa hanno lasciato soli i greci. Le accuse politiche a Varoufakis si sono mescolate a una campagna mediatica di delegittimazione senza precedenti. “C’è un deficit di competenza nell’analisi macroeconomica che unisce tutti i Paesi. Si fonda sull’idea che il modello tedesco possa funzionare anche altrove. Eppure chiunque, anche un inesperto, può rendersi conto che si tratta di un controsenso. L’economia tedesca è fondata sull’esportazione ed è evidente che non possono esportare tutti. Ma c’è un’altra questione: Merkel e Schäuble coltivano solo gli interessi nazionali. E guardano all’Unione Europea soltanto per la competitività del mercato e non per lo sviluppo sociale. Per questo, ripeto che dovremmo tutti sostenere la Grecia nelle trattative aperte dopo la vittoria della sinistra. L’austerità non ha portato a nulla e se lo spazio di azione dei greci è talmente stretto che un governo democraticamente eletto non può proporre la ricetta che vuole, significa che siamo arrivati a un punto di non ritorno. Dobbiamo tutti contribuire a cambiare la natura dell’Unione Europea, altrimenti finirà con una guerra intestina dagli esiti imprevedibili”.

Per Riexinger, uno dei primi passi necessari da compiere è una presa di coscienza legata alla capacità di scardinare alcune questioni date ormai per scontate, certezze che nessuno più mette in discussione. “Per esempio l’idea che i soldi alla Grecia servano a salvare i greci e invece sono soldi che vanno alle banche. Oppure l’idea che la crisi greca coincida con il fallimento del Paese, dello Stato, laddove si tratta di una crisi finanziaria”. Analogo il discorso per la questione ucraina. Dove sono all’opera evidentemente “interessi geopolitici e militari”. Non è strano dunque che, mentre si discute di quanto gli europei dovrebbero pagare alla Grecia, si passi sotto silenzio quanto gli europei stanno pagando per l’Ucraina. “Ma un’Europa pacifica esiste solo con la Russia. Senza, invece, sarà completamente impossibile. Dunque è necessario normalizzare le relazioni con Putin, perché quel che sta succedendo può rientrare negli interessi degli Stati Uniti ma non certo di noi europei”. Quanto all’Italia? A parlar di noi, Riexinger si illumina. Sorride. Apre le braccia. “Quando ero giovane vi invidiavo. Venivo spesso. Avevate quello straordinario partito che era il PCI. Poi la frammentazione, i dissidi interni hanno sbriciolato un grande patrimonio. Credo che ci sia davvero bisogno di un partito di sinistra vitale che restituisca speranza e motivazioni, che sappia unire e non dividere. Io sono fiducioso. Conosco le vostre risorse”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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