Serie_A_1986-1987_-_Maradona+Platini

Il calcio prima della televisione, Scirea-Maradona e gli eroi del mondo di sogno

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(Fonte immagine)

Roma – Da una parte del campo la Squadra d’oro, l’Aranycsapat, la grande Ungheria di Ferenc Puskás e Sándor Kocsis. Nell’altra metà l’undici dei sogni con, tra gli altri, Scirea, Platini e Maradona. Un rettangolo verde da inventare in soggiorno, con la moquette di casa ritagliata, e una montagna di libri a far da spalti, come fosse il Maracanà o l’Old Trafford. Futbolandia, altro che il Subbuteo commerciale, è l’universo mitico dell’infanzia narrata da Giancarlo Liviano D’Arcangelo. Un luogo dove costruire la prima visione del mondo, frammenti di gioia non turbabile, durante lunghi pomeriggi consumati disputando partite oniriche.

Gloria agli eroi del mondo di sogno (Il Saggiatore, 296 pagine, 16 euro) è un omaggio dello scrittore al mistero di una passione planetaria, che sovrappone il piano della realtà con quello della fantasia fanciullesca. «Il gioco è la perfetta parodia della vita, proprio perché della vita reale riesce a forzare l’ordine neutro e naturale delle cose, a ribaltarne le istituzioni dispiegate gerarchicamente, a rendere reversibile la linearità della parabola umana. In campo il rapporto tra l’uomo e la realtà è agonistico. Perché esploda è sufficiente una scintilla». Il calcio conserva così il potere di una forma di narrazione autonoma, che consente a chiunque la licenza di edificare ponti immaginari con l’esistente.

Diego Armando Maradona, l’hombre de la calle, non fece altro, al Mondiale 1986. Inventò il gol più bello della storia del calcio (il secondo contro l’Inghilterra), come ad affrancare il pensiero dalle catene della razionalità. Chi, in Brasile, si aspettava da Messi qualcosa di più, il gesto coraggioso e risolutivo, è un amante destinato all’infelicità. L’autore, in modo condivisibile, ricorda, senza nostalgie di maniera, quale sia il prezzo che stiamo pagando all’esasperazione del gioco, al calcio muscolare omologato e automatizzato: l’irreversibile perdita del genio creativo che diventa quasi un orpello. «Il calcio moderno, nato dalle viscere della società industriale, è sempre stato e sarà un’appendice ludica della struttura del mondo, del modo di produzione e dei principi decisivi che nel corso del tempo influenzano il divenire della società».

Rinunciamo, dunque, alla pretesa illusoria di trovare nello sport professionistico un’oasi di purezza e redenzione dalle tribolazioni proprie della quotidianità. Il tempo del mito infantile si frantuma, ma non svanisce nell’attimo sospeso dal calcio d’inizio al triplice fischio finale. La bellezza non bisogna mai stancarsi di ricercarla nel campetto di periferia, in polvere battuta, che rimane una palestra di vita dal valore inestimabile. A Wembley, come al Fabbrica Rossa, un dribbling vincente libera l’anima. Non c’è applicazione tecnologica d’intrattenimento che tenga; equivale piuttosto alla lettura di un buon romanzo di formazione. S’impara a lottare per la vittoria, e a conoscere la sconfitta.

D’Arcangelo ha elaborato una galleria personale di miti. Ben inquadra, e colpisce, la descrizione del fuoriclasse Roberto Baggio: «(…) Conosceva un solo modo per esorcizzare quella malinconia corporea dipinta in viso: il tocco poetico. L’ultimissimo dei prìncipi inclini a guerreggiare con l’arma unica e sola del fantastico». Eleva Michel Platini a prìncipe del mondo di sogno. Emoziona con Gaetano Scirea, e la scoperta del dolore: «Il giocatore più corretto che abbia mai calcato un campo di calcio. Devi scegliere ciò che è giusto per poter camminare a testa alta tra gli uomini migliori, mi veniva detto, e nessuno come Scirea giocava a testa alta. Morire, e perché?».

Sorprende con Lothar Matthaus. Rende giustizia a Maradona. L’intesa solidale dei madridisti Puskás e Di Stefano restituisce l’essenza di una disciplina, che richiede all’egoismo una cessione di sovranità in nome di un obiettivo superiore. Viene svelata la debolezza che sovente si cela dietro al campione; talento e solitudine spesso vanno a braccetto. L’airone Sándor Kocsis sembrava un angelo intoccabile; senza il calcio, come tanti, affondò nell’alcolismo fino al suicidio.

Tanti nomi e cognomi importanti, ma sotto pelle ti conquistano anche i meravigliosi perdenti. Quelli che il talento tanto, ma il carattere, alla Dennis Bergkamp…Quelli che donano emozioni memorabili, e ti fanno disperare. Quelli che giocano per assecondare il senso dell’estetica. Oppure i mestieranti della middle class alla Terry Butcher; per i quali il pallone è fatica e sudore. Il libro, non eludendo la pervasività dei processi televisivi di mediazione, fornisce elementi per rispondere alla domanda di fondo: come può una semplice partita convogliare a sé l’attenzione di miliardi di persone e assurgere a ragion di Stato?

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
7 Commenti a “Il calcio prima della televisione, Scirea-Maradona e gli eroi del mondo di sogno”
  1. RobySan scrive:

    “Rinunciamo, dunque, alla pretesa illusoria di trovare nello sport professionistico un’oasi di purezza e redenzione dalle tribolazioni proprie della quotidianità.”

    Guarda che ci abbiamo rinunciato da mo’, ma da mo’!

  2. Mauro scrive:

    Apprezzo il fatto che giovani scrittori impegnino il loro tempo a cercare di raccontare lo sport, ma a volte la loro giovinezza riflette una inesperienza che si traduce in una maniera un po’ enfatica e a tratti confusa (la citazione che definisce il gioco una parodia della vita, per esempio). Non vorrei si pensasse che lo sport o il calcio in questo caso siano cose facili da raccontare, o più facili, che so, dell’amore o della politica, e che lo si possa fare così, en passant, una volta nella vita. Forse per questo pochissimi scrittori, quelli davvero grandi, hanno saputo farlo con esiti paragonabili, quanto a verità, a quello dei migliori cronisti sportivi idi professione?

  3. Stefano scrive:

    Io vorrei capire per quale motivo, stante la bravura e la passione che si percepiscono da questo articolo, dobbiamo continuare con le solite sciocchezze nostalgiche, per le quali il calcio non è più quello di una volta e quindi Messi non poteva fare qualcosa di più, aggiungendoci la solita idiota metafora sociale con i modi di produzione industriale. Come se Messi non avesse già fatto cose straordinarie ( e qualche lampo lo ha mostrato anche ai Mondiali, ed è un anno che gioca da fermo), come se ogni anno altri calciatori non facciano cose straordinarie. Davvero, perché? Posso ricevere una risposta?

  4. Axel Shut scrive:

    più che altro sono sicuro che già negli anni 80 si diceva che il calcio era più esasperato e meno ingenuo di quello degli anni 60 e negli anni 60 si rimpiangeva il calcio degli anni 30 e negli anni 30 si rimpiangeva quando il fuorigioco era a 3 eccetera eccetera
    a sto punto nel 2050 rimpiangeremo i tempi ingenui e arcadici di Messi

  5. Gabriele Santoro scrive:

    Grazie per gli appunti, e i punti esclamativi (RobySan).

    Per Mauro: Nel mio piccolo, provo a consigliarle (qualora non l’avesse già fatto), al fine di una più completa valutazione del lavoro, di acquistare e leggere il libro. Credo apprezzerebbe la qualità della scrittura e la conoscenza della materia dell’autore (Giancarlo Liviano D’Arcangelo).

    Grazie Stefano. Sarebbe sciocco mettere in discussione la straordinarietà atletica di Messi, e quanto ha realizzato insieme ai compagni con il Barcellona. Al contempo penso si possa discutere, senza lesa maestà, su cosa significhi essere un giocatore di “sistema” in senso lato e non di fantasia; con i pregi e i difetti propri di questa differenza. Non ho capito invece questo passaggio del commento, la cito: «(…) Solita idiota metafora sociale con i modi di produzione industriale». Per riprendere la recente presa di posizione di Sky, gran committente del movimento professionistico (un miliardo di euro investito nel prossimo triennio con Mediaset per il prodotto televisivo calcio), sull’affaire Tavecchio: «(…) Non è uomo di sport, ma figlio di una gestione politica dello sport. E potrebbe non avere le competenze adeguate alla guida di un’industria multinazionale quale il calcio moderno deve essere». Un’azienda, in crisi di governance, che in Italia ha i conti in profondo rosso. È lecito interrogarsi, come anche in passato, su quale sarà il ruolo e la libertà di movimento degli attori protagonisti del gioco-industria? Per esempio, oggi su Repubblica (cfr pag. 48-49), il presidente del Genoa, Preziosi, rispondendo alle esternazioni di De Rossi e Chiellini, in merito alla candidatura Tavecchio, suggerisce: «(…) No, i giocatori devono stare fuori dalle questioni politiche. Pensassero ai miliardi che prendono e a fare bene il loro mestiere».

    Per Axel Shut: Nessuna nostalgia. Ritengo, come argomenta d’altra parte il libro, si possa analizzare e dibattere una tendenza all’omologazione del gioco e dei calciatori (dal loro modo di comunicare in giù).

    Cari saluti, Gabriele

  6. Stefano scrive:

    Gabriele, grazie a te per la risposta. Ti do del tu se non ti dispiace, io sono dell’85, tu dell’84 giusto? Si può discutere di tutto certamente e non sono intervenuto per difendere Messi, la mia insofferenza è data dal fatto che l’autore cerca di piegare la realtà. L’autore non dice che Messi non poteva fare di più per motivi tecnici, ma per una misteriosa carenza metafisica, ovvero la perdita del genio in un calcio sempre più muscolare e automatizzato, conseguenza dei modi di produzione eccetera. Ora, ti chiedo, di cosa diavolo sta parlando? Di quale perdita del genio creativo? Messi non è solo uno straordinario atleta, tra l’altro se ha deluso è più che altro per questioni atletiche, è un genio puro, che nulla ha da invidiare a Maradona. Ha semplicemente un carattere diverso. Poi misà che è trasgressivo in senso opposto a Maradona. Maradona quel gol lo ha fatto all’Inghilterra, con la Germania non avrebbe potuto farlo ( in finale poi nei tempi regolamentari partita scialba e tre gol su quattro da calcio d’angolo, per dire. E vogliamo parlare di Germania Olanda del ’74, che gol iniziale a parte sembra una partita di dilettanti? ). Messi quel gol lo ha fatto in campionato (a dimostrazione che se ci sono le condizioni in campo le cose si possono fare, non ci sono capitalisti cattivi a impedirlo). Ha già fatto le cose straordinarie (il passaggio filtrante di 60 metri, credo col Belgio, cos’era?) che fece Maradona e continuerà a farle, perché il modo in cui il calcio è evoluto non impedisce al genio di esprimersi. Vogliamo parlare di Zidane, Ronaldigno, Ronaldo, Ibra, Pirlo eccetera? Oggi semplicemente un giocatore di classe deve anche essere un atleta, sennò l’altra squadra ti fa il culo, i modi di produzione non c’entrano un’acca e non hanno reso affatto il genio creativo un orpello. Poi certamente si può discutere di che tipo di calcio si gioca oggi, di come la tattica e le prestazioni atletiche stiano cambiando, di come si esprimono e di quanta libertà d’espressione abbiano, e di come l’industria calcio operi; va bene tutto, se si rimane ai fatti. Mi pare di leggere il Pasolini immondo degli scritti corsari sui giovani tutti uguali. Per quanto mi è venuta lo stesso voglia di leggere il libro.

  7. antonio1960 scrive:

    E’ difficile apprezzare e addirittura gioire per un gesto atletico, un passaggio “inventato” dal giocatore, un recupero del difensore prima che l’attaccante tiri nella porta libera, un gol, se manca quello stato d’animo di leggerezza ed allegria che deve accompagnare la visione di una partita di calcio….troppo spesso, purtroppo, il gioco del calcio, e tutto ciò che gli ruota intorno, diventa argomento di ricerca sociologica, di preoccupazioni, di economia, di ordine pubblico, roba da adulti che si parlano senza ascoltarsi e capirsi…l’altro giorno, ad un torneo rionale, un ragazzino di 14 anni che “volava” sull’ala destra, ci ha dato le stesse sensazioni di Bruno Conti durante il mondiale di Spagna (e non sembri un paradosso!)….basta poco per far riemergere il tempo del mito infantile!

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