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Glossario minimo sul “fine vita”

di Marco Mantello

Cari lettori abituali di questo sito,
Cari operatori culturali e giornalisti uniti dalla religione dei motori di ricerca,

Certe letture online possono uccidere e me ne rendo conto, ma su alcuni profili del “fine vita” occorre essere consapevoli delle distinzioni di temi e problemi e quindi farsi delle idee, specie se si scrive su giornali o si va in tv. In questo glossario sul cosiddetto “fine vita” uso anche espressioni tratte dal linguaggio giuridico tedesco, che ha abolito la parola eutanasia, ma giusto per indicare cose molto diverse fra loro anche nella sfera dell`opinione pubblica, e senza tacere possibili punti critici di contatto e casi limite. La mia opinione come forse leggerete è questa: più che dubitare in base a massimi sistemi se esita o meno un astratto diritto a morire, si tratta di riaffermare l`idea che non esiste un dovere di vivere, e stabilire quando e entro quali limiti la società possa aiutare qualcuno a morire senza farne un business, o una questione di riduzione della spesa sanitaria pubblica. Il dovere di vivere non esiste, e il povero Hume ne sarebbe felice, nei paesi più o meno civilizzati non esistono per fortuna sanzioni penali per i tentativi di suicidio andati a male.

Nel caso specifico della “galassia del fine vita”, affermare che non esiste un dovere di vivere, magari imposto da un dio, da una morale, da una procedura prevista da una legge, da un tribunale, non significa di per sé legittimare omicidi connessi a una parola molto vaga come “eutanasia”. Le cose umane sono molto ma molto più difficili di un`espressione che ha segnato la storia del ´900. Il fine di tutto, oggi, dovrebbe essere “evitare catastrofi” per il presente storico, e forse il linguaggio può dare una mano anche se non risolve la dura materia delle situazioni reali che cerca di individuare e distinguere.

Per chi volesse approfondire, ho trattato questi problemi su questo sito, in un pezzo molto lungo e noioso:

“il discorso sui massimi sistemi”,

qui il link:

http://www.minimaetmoralia.it/wp/il-discorso-sui-massimi-sistemi/#respond

Qui invece il glossario minimo. Buona lettura.

1. Passive Sterbehilfe. È il legittimo RIFIUTO, anche con direttive anticipate, testamenti biologici, fiduciari, mandatari, dell`inizio o della prosecuzione un trattamento medico offerto per i casi di stati vegetativi permanenti. Qui il problema è: non si tratta di “consenso” ma di “rifiuto” di un trattamento medico nei casi in cui il medico pensi che il trattamento sia adatto a curare e lo offre al paziente, che può dire di no, anche in anticipo con le direttive anticipate di trattamento, per i casi futuri in cui si ritrovi in stato vegetativo e sia incapace di intendere e di volere. Ma questo vuol dire che ci saranno ipotesi in cui un medico può non offrire un trattamento medico perché reputato inutile, futile, e fin qui la cosa si risolve nella prassi di accertamento di una morte cerebrale o nel fatto che qualcuno rimanga appeso da anni a un macchinario o a un sondino nasogastrico in totale stato di incoscienza (in quest`ultimo caso se ci fossero conflitti fra medici e fiduciari del paziente, molti sistemi adottano il ricorso all´autorizzazione di un tribunale per lo stacco della spina o meno).
Il problema vero (vedi Stati Uniti) è mantenere in vita sistemi di sanità pubblica dove gli ospedali non funzionano come società per azioni, cioè evitare nelle prassi degli ospedali mancate offerte di trattamenti medici semplicemente perché troppo costose, o perché una persona non ha l`assicurazione sanitaria, sono cose molto diverse fra loro ancora una volta e non riassumibili nel bianco o nero dell´ “esiste o no un diritto a morire”, e del quando dietro questa formula non si celi invece un dovere di morire per ragioni di bilancio di un´impresa privata o pubblica, di costi delle cure, o di congestione dei posti letto e del numero dei pazienti rispetto al numero del personale.

2. Indirekte Sterbehilfe di malati terminali, del tutto lecito ovunque (cure palliative fino alla morte per i malati terminali). Qui esiste di fatto un punto di rottura dato dal costante aumento delle dosi ad esempio di morfina, necessarie a alleviare il dolore, per cui ci sarà un momento nel normale decorso della fine di una vita umana sotto assistenza medica con cure palliative, che la quantità di morfina applicata per alleviare il dolore coincide con un quantitativo di morfina o di altri farmaci palliativi di per sé idoneo a uccidere una persona.

3. La vecchia eutanasia, intesa come “dare la morte” contro il consenso di una persona, e oggi vietata perché omicidio.

4. L`interruzione o la non prosecuzione di un trattamento medico svincolata da una deliberazione dell`interessato è presente nelle pieghe profonde e fattuali di tutti i sistemi sanitari e procedure medico-infermieristiche, in alcuni casi di fine vita attuati inevitabilmente “senza” (non “contro”) il consenso della persona, vale a dire su persone incapaci di intendere e di volere in stato terminale o su persona in coma irreversibile e in assenza di testamento biologico, talora in base a parametri “imperfetti” e pseudo-oggettivi come il “Best Interest” o fittizi e pseudo- soggettivi come la “volontà presunta” della persona.

5. Il divieto della Aktive Sterbehilfe, che in gran parte coincide con il divieto penalistico dell`omicidio del consenziente attraverso condotte attive di un terzo.

6. Il problema, immenso, del se e quando lasciar morire neonati “gravemente malformati”. Eutanasia senza il consenso di una persona ab origine “incapace di intendere e di volere”. In tedesco si dice ancora: Früeuthanasie… Esiste un “diritto alla malattia” e come si va a bilanciare questo diritto con i diversi casi di valutazione di un “Best Interest” ispirato al principio di non maleficenza e alla possibile catastrofe di lasciare in vita un essere umano con prognosi di due mesi al mero fine di attuare sul corpo qualcosa di non molto diverso dalla sperimentazioni farmaci senza il consenso della persona interessata?

7. Il suicidio assistito di malati terminali coscienti , tema che pone la questione dei limiti di operatività di una “posizione di garanzia” del medico o di terzi sul bene giuridico della “vita” a livello penalistico. In questa accezione il suicidio assistito è una modalità di accompagnamento alla morte alternativa alla indirekte Sterebhilfe e alla somministrazione senza limiti di cure palliative anche contro il consenso di un malato terminale perfettamente cosciente che si è rotto il cazzo di espiare “dolore” e sfondarsi di droghe e antidolorifici con una prognosi di poche settimane di vita, o con un cancro all`ultimo stadio. Nei sistemi che non prevedono il suicidio assistito come reato succede che alcuni giudici in casi di “fine vita” comincino a trasformare ipotesi (lecite) di suicidio assistito in ipotesi vietate di omicidio del consenziente. Tipico il caso mitteleuropeo in cui il medico, ormai agito dalla paura di subire imputazioni penali, lasci un bicchiere con una dose di farmaci letale sul tavolo del paziente in stato di malattia terminale e lo faccia ovviamente su sua richiesta… La furia del diritto penale e dei suoi concetti porta a situazioni in cui si valuta come reato il caso in cui il medico abbia lasciato la stanza per permettere al paziente di bere dal bicchiere, e poi sia rientrato in stanza e… non lo abbia rianimato…

8. La legalizzazione del suicidio assistito come espressione di un diritto a morire fuori dai casi di stati vegetativi permanenti o malattie terminali, e in presenza di persone coscienti attaccate da anni a “macchinari” . Altra cosa diversa ancora: l`individuazione di presupposti di liceità di altre ipotesi di suicidio assistito lecito in deroga al divieto penalistico. Altra cosa ancora: l`abolizione del divieto penalistico.

9. Altra cosa diversa ancora: l`eutanasia sociale come prodotto del positivismo già a fine ´800, cioè rivista e praticata poi dai nazisti, ma in parte già teorizzata da un articolo del 1895 su base utilitaristica, scritto da uno studente di economia che si chiamava Adolf Jost, e il cui titolo, piuttosto fuorviante, era “Il diritto a morire”. Altro testo, uscito a Friburgo negli anni ´20 del ´900, e scritto da un penalista e da un medico, era ‘Die Freigabe der Vernichtung Lebensunwerten Lebens’. Cioè: il compito dell’eliminazione delle vite senza valore, autori Karl Binding e Alfred Hoche. Su questo testo come è noto si sono poi basati i nazisti per l’Aktion T4 (Tiergartenstraße numero 4, a Berlino…) poi resa nota da Hitler e il suo entourage al resto della truppa nel corso di una conferenza in una villetta davanti al Wannsee. Come tutti sanno la AT4 portò alla “Vernichtung” (parola oggi abolita, e che i tedeschi non vogliono sentire) delle “razze inferiori”, degli inabili al lavoro, dei folli, degli asociali…

Paradossale che nelle moderne discussioni di bioetica questo libro sia citato nella sua tragica ambivalenza di punto di inizio convenzionale delle discussioni sull’eutanasia sociale dei nazisti (ad esempio delle persone con handicap) e della tematizzazione del diritto all’autodeterminazione individuale nelle scelte di fine vita di persone capaci di intendere e di volere (!). Nella Freigabe si riprendevano e si sviluppavano recezioni dell’utilitarismo in Germania che si fanno normalmente risalire al breve saggio di Adolf Jost, in cui come ho già accennato si discuteva di ‘valore’ della vita umana in base all’analisi costi-benefici e al problema della minimizzazione del dolore e della coscienza di stare al mondo, legittimando di fatto l’eliminazione dei ‘diversi’, e di coloro che non avevano volontà. Nel libro di Binding e Hoche per molti studiosi si precorreva anche il discorso moderno sull’autodeterminazione, un discorso che ha dovuto emanciparsi con fatica dalla parte malata e criminale delle sue origini storiche più recenti, e in parte deve farlo ancora oggi. La cosa, se paragonata a certe visioni rigide e attuali dell`utilitarismo applicato al “fine vita” come quelle di Peter Singer (sì, proprio lui il “mitico” autore di Animal Liberation) ha un che di paradossale e tragico, direi, come tutti i discorsi sui massimi sistemi che si rispettino, nella loro incapacità di restituirci l’esperienza delle cose reali, e nel loro essere mediati dai mezzi di comunicazione di massa, a volte dalle banalizzazioni, e dalle creazioni di icone e casi simbolici che spesso non aiutano (anche) a ragionare.

Commenti
Un commento a “Glossario minimo sul “fine vita””
  1. Tiziana B. scrive:

    Ottimo glossario per tutti quelli che non hanno chiare alcune definizioni su un tema attualissimo e per certi versi contestato…

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