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Goffredo Parise e le coppole rosse

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di Dario Borso

Nel corso degli anni 70 e oltre il Corriere della sera ospitò tre commentatori politici d’eccezione: Pasolini, Calvino, Parise. Politici nel senso che a mo’ di sismografi sapevano intercettare, ciascuno a modo suo, i sommovimenti del costume, ovvero l’etica.

Possono dirci ancora qualcosa? Secondo me sì. E in ogni caso spero che il lettore mi sarà grato se riesumo un articolo parisiano del 23 febbraio 1983, mai più ristampato, recante a titolo: DAI PRODOTTI FURTICIDI ALLE POESIE DI CUTOLO.

In un negozio di ferramenta e casalinghi a Roma ho visto esposto un prodotto dal nome: “furticida”. Si tratta di una catena d’acciaio foderata di nylon blu, con lucchetto, pesantissima, confezionata dentro una scatola. Ne avevo già viste in vendita, ma si trattava di prodotti provvisori, fatti all’uopo e artigianalmente, a metraggio. Qui si tratta invece di un prodotto industriale, inscatolato, brevettato. Mi ha condotto a varie riflessioni di cui la più interessante è questa. Che nel nostro Paese il furto si è istituzionalizzato al punto da produrre industrie, con tanto di operai, macchine, paghe sindacali eccetera, per prevenire le conseguenze di un’altra industria: quella appunto del furto. In tutti i tempi è esistito il ladro ma mai su scala istituzionale e industriale.

Così invece avviene nel nostro Paese che tacitamente accetta il furto come una “produzione” che ovviamente obbliga alla fioritura di altre “produzioni” per così dire collaterali. Come i pezzi di un’automobile. Esiste l’industria automobilistica ed è noto che esiste intorno all’industria automobilistica tutta una costellazione di industrie piccole e grandi collaterali e in un certo qual modo conviventi, con e per mezzo dell’industria dell’automobile. Così per il furto.

Questo tipo di catene che servono, così dice la pubblicità, per auto e motorini, implicano non soltanto l’esistenza ma ovviamente la fioritura e il successo dell’industria maggiore che le giustifica e le fa vivere, cioè ancora una volta il furto. Come dire: si sa, è noto che contro il furto non c’è niente da fare, è noto che è ormai una istituzione, che non viene punito né risarcito da alcuno né ammortizzato. Dati questi presupposti reali, è necessaria una fabbrica collaterale al furto e altrettanto reale, che in qualche modo tenti di impedirlo, di prevenirlo. Ed ecco le catene confezionate industrialmente, in serie, con tanto di slogan come nel migliore dei mondi possibili.

Al tempo stesso, insieme agli innegabili e reali successi della camorra (nessun maggiore successo è possibile ottenere oltre la morte, la sparizione dalla faccia della terra del nemico) si hanno i primi annunci di una produzione poetica che inneggia a questi successi e soprattutto alla realtà della camorra.

Il Catullo della produzione industriale della morte, leggi camorra, non poteva essere altri che Raffaele Cutolo, appunto il re e il poeta della camorra. Egli ha composto la poesia seguente, in dialetto napoletano: “Te mena ‘a curtellata a scassa-scassa / sott’ ‘o prummone, ca te verà ‘a tosse / te fa spuntà ‘nu poche ‘e schumma rossa / te vere caré a terra e po’ te lassa”. (Ti dà una coltellata da parte a parte sotto il polmone, che ti fa venire la tosse e sputare un po’ di schiuma rossa. Ti vede cadere a terra e poi ti lascia).

Anche la poesia, si sa, è, oltre che un’arte, un’istituzione. È dovere critico e linguistico (di analisi stilistica) dire che questa poesia, nella sua ferocia, è molto bella. È il realismo, il materialismo italiano puro, e la poesia si richiama a quel realismo di Porta e Belli a cui, secondo il mio parere, non ha nulla da invidiare. Anzi, porta con sé una carica di materia che nessun poeta, a mia memoria, ha mai conosciuto. Ma il fatto che questa breve e feroce descrizione abbia in qualche modo potuto concretizzarsi in realizzazione poetica nella mente del Principe (come viene chiamato Cutolo, creando in questo modo una inconsapevole quanto esatta analogia storico-letteraria) significa che il realismo è, nel nostro Paese, in piena fioritura. Quale tipo di realismo? Ma quello italiano, della tradizione storica italiana, che fece la grandezza italiana. Quella “schumma rossa” di gatto sgozzato è il “clou” del componimento poetico, anche, se vogliamo, ideologicamente. Da dieci anni viviamo dentro la “schumma rossa”, e perché non descriverla, non metterla in poesia? Ogni istituzione porta con sé i suoi Principi e i suoi poeti. 

Isaia Sales nella seconda edizione de La camorra, le camorre (Roma 1993) segnalò che quei versi compresi nella cutoliana raccolta Poesie e pensieri (Napoli 1980) erano in realtà tratti dal sonetto Coppola rossa composto a fine 800 dal giornalista e poeta napoletano Ferdinando Russo.

Oltracciò il napoletano Antonio Franchini ne L’abusivo (Venezia 2001), parlando dell’“esibizionismo mio quando recitavo ai milanesi” proprio quella quartina di Coppola rossa, ne ha descritto l’autore così: “nella vita preferiva più atteggiarsi a guappo che a scrittore; posava anche lui, insomma, alla sua maniera e come si poteva ai suoi tempi per fare il personaggio, ma poi fu dimenticato al punto che Cutolo s’impadronì impunemente dei suoi versi senza che nessuno intervenisse a precisare”.  E generalizzando: Russo, “membro della nostra borghesia napoletana”, è “uno di noi che, ancora oggi, per differenziarci dall’unanime mediocrità, ostentiamo una supposta confidenza col crimine, come se da questa vicinanza ce ne venisse una superiore scaltrezza, una più profonda scienza del mondo, il riverbero sinistro che dovrebbe esaltare il nostro saperci convivere”.

La prospettiva di Franchini, per quanto distante da quella di Parise, sembra dunque convergere, con una correzione però: il realismo di cui il secondo vedeva i prodromi  è tanto potente quanto farlocco, riflesso sociologico di quella vanteria che per Aristotele è il contrario dell’ironia oltreché della verità.

Commenti
Un commento a “Goffredo Parise e le coppole rosse”
  1. db scrive:

    pare che Saviano si sia irritato per questo articolo, che non è mio ma di Parise.
    (con ciò peno di aver risposto, a modo mio – o suo? e suo di chi? ma di Parise!)

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