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Quarant’anni dopo il golpe in Argentina, per non dimenticare Marie Anne Erize

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Quarant’anni fa, in Argentina, la giunta militare guidata da Jorge Rafael Videla, Emilio Eduardo Massera e Orlando Ramón Agosti consumò il colpo di stato che consegnò il paese sudamericano alla dittatura. Marie Anne Erize, modella e attivista, fu una tra le migliaia di desaparecidos vittime del regime. Di seguito un’intervista realizzata via e-mail di Gabriele Santoro con la sorella di Marie-Noelle, sorella di Marie Anne, a cui hanno partecipato anche la madre, Françoise, l’altra sorella, Yolande, e il fratello, Marc.

Poche righe, sempre le stesse, pubblicate il 15 ottobre di ogni anno sulle colonne di Página 12, come se fossero una promessa imprescrittibile di giustizia: «Noi ti ricordiamo sempre, specialmente in questa giornata. Ti amiamo e ci manchi profondamente. La tua famiglia, tutta». Era difficile restare indifferenti alla passione per la vita e alla bellezza densa d’inquietudine che animavano Marie Anne Erize.

L’8 novembre del 1978 Valéry Giscard d’Estaing accettò d’incontrare con discrezione all’Eliseo l’ammiraglio Massera. Il ventesimo Presidente della République voleva la lista degli scomparsi con passaporto francese. Accanto al cognome Erize non compariva l’asterisco, col quale il militare voleva evidenziare l’accertato decesso. A quarant’anni dal golpe militare argentino e dal rapimento della giovane franco-argentina non c’è ancora una tomba sulla quale piangerla. I suoi resti non sono stati rinvenuti nelle numerose fosse comuni emerse a San Juan, luogo dove consumò le ultime ore di libertà prima della tortura.

Voglio essere libera, vivere, apprendere, viaggiare, diceva Marie Anne. Françoise, donna, madre di carattere, sulla parete di casa ha attaccato un ritratto della figlia e uno dei suoi disegni con la china, che ritrae una donna e il suo bambino. Questa è una storia di ritratti in bianco e nero per l’eternità. Oggi Françoise ha 87 anni e non si arrende. Costretta sulla carrozzina ha viaggiato da sola da Buenos Aires alla Spagna, dove si è riunita con i figli Marie-Noëlle e Marc, che vive in Brasile, prima di raggiungere Roma. Anche nell’inverno della propria esistenza conserva acceso il lume della speranza e ieri l’ha detto in Vaticano al Pontefice.

Sradicare la sovversione, la missione dei militari. Marie Anne andava scalza nelle villas miseria, si sentiva felice in quei luoghi. Concretizzava la propria ribellione nell’impegno quotidiano, nella solidarietà ai più poveri fra i poveri, conosciuti a Bajo Belgrano. Appena ventenne sognava di cambiare il mondo, il ritorno in patria di Péron e fece i conti con la sconfitta: «Abbiamo perso tutte le battaglie», scrisse al padre in una delle ultime lettere. Terza di sette figli, cresciuta nell’ambiente della comunità francese, si sentiva pienamente cittadina della terra in cui era nata. A casa i genitori parlavano la lingua dell’emigrante Louis Tisseau, padre di Françoise che s’imbarcò a Bilbao nel novembre 1941 destinazione Buenos Aires.

Di Marie Anne restano fotografie stupende, che narrano le tappe della sua vita breve e intensa. In uno scatto del 1971 appare nel liceo francese di Buenos Aires. Amava lavorare con i bambini e lì ebbe un incarico come assistente nella sezione della scuola materna. Contemporaneamente i suoi occhi verdi, il fisico slanciato e il sorriso non passavano inosservati. Iniziò a posare per book fotografici e a sfilare come modella. Finì sulle copertine delle riviste patinate di maggior tiratura. A Parigi, a Saint Tropez e New York venne immortalata insieme all’amico Paco de Lucía. Incrociò il mondo del jet set, ma il richiamo di Buenos Aires era irresistibile. Nel 1973, militante di base montonera, era in piazza con gli striscioni Péron vuelve. Decisivo per il suo impegno sociale fu l’incontro con Padre Carlos Mugica. In un’altra fotografia la vediamo insieme al compagno Daniel Rabanal, quadro dirigente Montoneros. Lui appare sfocato, mentre fa dondolare un neonato. Lei, sdraiata sul divano, sorride guardando la scena.

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Nel febbraio del 1976, in seguito all’arresto di Rabanal, Marie Anne si trasferì nella cittadina di San Juan, dove non interruppe il proprio lavoro nelle villas. La mattina del 15 ottobre 1976, il primo giorno di primavera, una storia criminale la fece sparire. Il tempo di uscire dal negozio dove aveva portato a riparare i freni della propria bicicletta. Gli aggressori, militari in borghese, la caricano con violenza a bordo delle tristemente note Ford Falcon. Solo una settimana più tardi la famiglia seppe l’accaduto e cominciò a temere il peggio dopo una violenta perquisizione a casa. Alla Marquesita, vecchio complesso sportivo alla periferia di San Juan, oggi l’erba è alta. Rimane il vialone che dal 1976 al 1983 conduceva all’orrore di un centro attrezzato per la tortura, dove violarono Marie Anne.

La vicenda giudiziaria connessa alla sua sparizione è complessa e ha coinvolto l’Argentina, la Francia e l’Italia. Nel 2000 Jorge Olivera, poi condannato all’ergastolo dal Tribunale Federale di San Juan, fu arrestato all’aeroporto di Fiumicino con l’accusa di sequestro di persona su richiesta del giudice parigino Roger Le Loire e successivamente rimesso in libertà dai tre magistrati romani che si occuparono del caso. Motivazione: il reato contestato per la legge italiana era prescritto. In un’intervista concessa al giornalista francese Philippe Broussard per il libro La disparue de San Juan, il magistrato Serenella Siriaco dichiarò: «Se l’accusa formulata fosse stata di omicidio la nostra riflessione sarebbe potuta essere differente, perché in Italia è un crimine considerato imprescrittibile». La scarcerazione creò molto rumore.

Olivera, oggi latitante, viene presentato così nel documento Fundamentos de la sentencia n° 1012 del Tribunale Federale di San Juan: «Tenente, sezione intelligence (S2) del RIM 22. Il nominato si trovava al vertice nei compiti di intelligence e da lì intervenne attivamente in tutte le attività repressive. La sua funzione di intelligence, come è già stato ampiamente spiegato in tale documento, era fondamentale per innescare le altre fasi del piano anti sovversivo. La supremazia che esercitava in tale area, che era quella più importante, spiega la sua presenza in alcuni processi di detenzione e nel Carcere di Chimbas per gli interrogatori sotto tortura a prigionieri politici, aspetto che è stato menzionato da numerosi testimoni».

Dal 2011 è residente in Italia Carlos Malatto, che gode della doppia cittadinanza, italiana e argentina. Parenti di origine ligure emigrarono. Malatto è stato tenente di fanteria nello stesso reggimento di Olivera. Nel documento sopracitato viene descritto così: «Sezione Personale (S1), fu uno degli Ufficiali responsabili della presa del palazzo di Governo il 24 marzo del 1976; partecipò attivamente in vari processi di detenzione e fu uno degli incaricati dall’ex Legislatura provinciale, quando questa funzionò come CCD (Centro Clandestino di Detenzione), durante la settimana successiva al colpo di stato militare. È uno dei più segnalati dalle vittime per la partecipazione agli interrogatori sotto tortura. Fu inoltre, incaricato dei trasferimenti dei detenuti dal Carcere di Chimbas in altri centri di detenzione, soprattutto all’Unità 9 di La Plata».

La vicenda che ora lo coinvolge trae origine dalla presentazione nell’agosto del 2012 di una domanda di estradizione da parte delle Autorità argentine nei suoi confronti, avanzata sulla base di tre distinti ordini di cattura emessi il 15 agosto 2011. Con sentenza datata 4 aprile 2013 la Corte di Appello de L’Aquila dichiarava la sussistenza delle condizioni per l’estradizione di Malatto, qualificando i reati contestati quali crimini contro l’umanità. Nel luglio del 2014 la Cassazione, su ricorso presentato dagli avvocati Franco Sabatini e Augusto Sinagra, lo stesso che difese Olivera nonché Licio Gelli, annullò senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l’insussistenza delle condizioni per disporre l’estradizione. La documentazione trasmessa dalla Repubblica Argentina era carente sugli elementi indiziari sulla effettiva partecipazione del Malatto ai singoli episodi contestatigli: «Teorema accusatorio che permea l’intera documentazione acquisita si basa esclusivamente sulla appartenenza del Malatto al Reggimento n. 22».

Malatto non è mai stato condannato in Argentina e la mancata estradizione ha impedito lo svolgimento del processo nel paese latinoamericano. La denuncia contro Malatto dell’Associazione 24 Marzo, depositata nel luglio 2015 al Tribunale di Roma, sottolinea il rapporto di stretta contiguità operativa tra Malatto e Olivera e la procedibilità dello Stato italiano nei suoi confronti per sequestro e omicidio aggravato, in concorso e compartecipazione nel reato con altri soggetti, nei confronti delle vittime Angel José Alberto Carvajal, Juan Carlos Cámpora, Jorge Bonil e Marie Anne Erize. Il 22 ottobre 2015 il Ministro della Giustizia Andrea Orlando ha firmato, in base all’articolo 8 del nostro codice penale, l’autorizzazione a un eventuale processo Malatto. La sentenza della Cassazione non costituisce alcuna preclusione all’esercizio dell’azione penale in Italia.

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Marie Anne con la sorella, Marie-Noëlle.

 

Marie-Noëlle, donna solare, volitiva, che guida a Marbella un’importante agenzia di comunicazione e ha una bellissima famiglia, riannoda insieme alla sorella Yolande e a Françoise i fili della memoria di una storia che non è una questione privata.

Le chiedo di aiutarci a ricostruire un ritratto della personalità di Marie Anne. Raggiante è l’aggettivo più ricorrente. Era una ragazza piena di vita, spontanea, mossa da inquietudini intime, radicate nella ricerca della giustizia sociale?

«In effetti Marie Anne era tutto ciò. Aggiungerei idealista, generosa, anticonformista ed esigente. Il suo senso per la giustizia sociale era particolarmente accentuato, avanzato. All’epoca la gioventù era ricca di entusiasmo e di misticismo. La Teologia della liberazione, il riferimento all’Uomo Nuovo, all’uomo che cerca il benessere dell’altro, alla speranza di cambiare le strutture capitaliste, riuniva gli idealisti di tutti i partiti politici. Si leggevano le pagine del Concilio Vaticano II, Medellín, Puebla. Arturo Paoli, Helder Cámara, Paulo Freire, la Bibbia…Marie Anne si sentì del tutto identificata nella prospettiva dei poveri e degli oppressi, che entrava nella riflessione teologica».

Marie Anne era pienamente integrata nella società argentina, nonostante le origini e i legami familiari con la Francia? L’Argentina rappresentava il paese della sua anima?

«Ricevemmo un’educazione molto francese, respirando l’atmosfera della nostra cerchia sociale franco-argentina. Marie Anne, come d’altra parte me e gli altri fratelli, apparteneva al movimento Scouts di Francia a Buenos Aires. Eravamo le Guide, ragazze culturalmente sospese fra due paesi, tuttavia le attività scoutistiche erano sul territorio, permettendo un contatto diretto con la società argentina. Marie Anne e Yolande, un’altra sorella, hanno partecipato per molti anni ai campi di lavoro solidaristico: ridipingevano le scuole, attrezzavano e organizzavano le biblioteche, si occupavano degli orti con gli studenti nell’entroterra del paese ed erano sempre accompagnate da sacerdoti francesi. Sì, l’Argentina era il paese del suo cuore».

In che modo Marie Anne spiegava la propria attenzione alle villas miseria, il bisogno di essere povera fra i poveri? Furono l’influenza dei valori cristiani di una famiglia molto religiosa, la vicinanza a una figura quale Padre Mugica, il clima politico o la generosità a non farle scegliere un’esistenza agiata?

«È certamente vero che i nostri genitori ci inculcarono un profondo sentimento religioso, cattolico, di carità e compassione. Ma l’attenzione ai poveri che popolavano le bidonvilles, come il fatto di portarci la scuola per i più piccoli, era abituale, diffusa fra i giovani idealisti che volevano cambiare il mondo. Era una missione evangelica e loro gioivano di poterla condurre a compimento. Per aiutare i poveri bisogna conoscere come vivono. Marie Anne camminava scalza nelle villas miseria. Quando era troppo tardi per rincasare, restava a dormire nelle abitazioni di fortuna delle famiglie che riconoscevano la sua dedizione alla causa. Lei era felice di condividere questa realtà con amici animati dalle stesse necessità. Al contempo lavorava come modella, dunque conobbe il mondo di sopra e quello di sotto, scegliendo quest’ultimo».

Il lavoro prezioso del giornalista biografo Philippe Broussard sottolinea quanto la militanza di Marie Anne nella Jeunesse péroniste e nell’ala sinistra dei Montoneros fosse una scelta politica cosciente, non determinata dal legame sentimentale con il dirigente montonero Daniel Rabanal. All’epoca era possibile stabilire una linea di demarcazione tra l’impegno politico e quello sociale?

«Ero molto piccola, però avendo ascoltato soprattutto i racconti di mia sorella Yolande, credo che all’inizio quel confine fosse osservabile, dopo non più. Marie Anne era fondamentalmente peronista. Cercava di migliorare la condizione di vita di coloro che vivevano a poca distanza dalla nostra casa. Abitavamo a non più di cento metri da una bidonville. Il suo impegno sociale religioso si trasformò del tutto naturalmente in un coinvolgimento politico. Divenne peronista e conobbe Daniel Rabanal. I Montoneros erano parte del movimento che sognava il ritorno di Perón».

È corretto sostenere il rigetto assoluto della violenza da parte di Marie Anne?

«Esattamente. Non tollerava tanto l’ingiustizia quanto la violenza. Ma i giovani avevano preso coscienza che il colpo di Stato, lo stato di assedio, la distruzione del sistema democratico compiuta dalla giunta militare costituivano un fenomeno violento ed era comprensibile che ci fosse un movimento in grado di fronteggiarlo anche con atti violenti. Marie Anne non partecipò mai a queste azioni, non apparteneva a questi gruppi di azione, poiché lo riteneva incoerente con il proprio ideale di giustizia».

Che cosa rappresentava il mondo delle sfilate per Marie Anne?

«Oltre a una maniera onesta per il proprio sostentamento economico, suppongo che soddisfacesse la sua voglia di socializzare, di conoscere le persone e soprattutto di viaggiare. Quel mondo la divertiva, ma occorre ricordare che quella realtà, quarant’anni fa, era tutta un’altra cosa al confronto con l’oggi. L’industria della moda, il mondo delle indossatrici dopo è molto cambiato. Si viveva un’altra atmosfera, tutto era più intimo e con meno frivolezza rispetto a ora».

Marie Anne era una disegnatrice appassionata, foglio bianco e china.

«La sua anima ricca, tumultuosa, esprimeva i sentimenti mediante il disegno, la poesia e la musica. Amava suonare la chitarra. Conserviamo diversi schizzi di una bellezza e semplicità disarmanti. Moltissime lettere erano accompagnate da disegni con la china. Ricordo una madre stilizzata con un neonato in braccio. La poesia, poi. Broussard riporta alcuni suoi versi. Una volta scrisse: “Non chiuderti mai nella tua prigione, rinchiudersi in sé stessi significa cominciare a morire”».

Quale traccia resta della notte del 21 ottobre 1976, della perquisizione violenta nella vostra abitazione, in Avenue Monroe, e delle minacce angoscianti dei militari in borghese: «Metteremo Marie Anne due metri sotto terra; la condanneremo a morte, evitate di scriverle, pregate per la sua anima»?

«Quella notte fui svegliata da una pistola puntata sulla mia tempia da uno degli uomini entrati in casa dal balcone. Abitavamo al primo piano. Erano militari in borghese. L’uomo mi domandò il nome e ricordo di averlo implorato di non svegliare mio fratello piccolo Jean, che dormiva al mio fianco nella stessa stanza da letto. Scendemmo le scale e vidi due altri fratelli stesi sul pavimento, faccia a terra, le braccia intorno al collo, minacciati dalle armi. I miei genitori discutevano nel garage con altri uomini che frugavano e frullavano via gli oggetti di Marie Anne. Non ricordo l’istante esatto nel quale pronunciarono quelle parole, poiché ero sotto lo shock emotivo di subire tutto ciò appena quattordicenne. Equivalse a diventare adulti nello spazio di qualche minuto. Il dramma era palpabile e i miei genitori rimasero assolutamente lacerati, dilaniati da quelle affermazioni».

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Marie Anne con Paco de Lucía

 

Il giorno in cui l’Argentina piombò nella dittatura della giunta Videla aveste l’immediata percezione dei rischi maggiori che avrebbe corso Marie Anne?

«Non del tutto, credo che nessuno avesse l’esatta previsione o presentimento di quel che poi è avvenuto. Occorre dire che non eravamo coscienti di tutto quello che succedeva, quando venne messa in moto la macchina della persecuzione. La stampa, la complicità delle autorità civili e la paura non hanno consentito alla popolazione di comprendere la portata della situazione. In grave ritardo, molto tempo dopo la gente ha iniziato a realizzare che il pericolo era reale, quando i familiari e gli amici sparivano. Marie Anne stessa non capiva perché la pedinassero, la cercassero, non aveva commesso nessun delitto. Sognava un’Argentina migliore».

Qual è il ricordo dell’incontro datato 30 marzo 1976 a San Juan tra Françoise e Marie Anne: perché quest’ultima rifiutò di espatriare salvando così la propria vita?

«Non essendo presente a quell’incontro, non posso che alludere alle memorie di nostra madre. Lei suppone che Marie Anne non fosse pienamente conscia del pericolo. Daniel era stato arrestato e credeva di passare inosservata. Françoise non ha mai capito perché non volle attraverso l’Ambasciata francese partire, andarsene all’estero. “Non sono una terrorista”, ripeteva».

A San Juan, dove Marie Anne riparò dopo l’arresto di Rabanal, la repressione fu feroce non solo nei suoi confronti. Le autorità ufficiali di polizia rispondevano alla diplomazia francese che non sapevano nulla. Possiamo definire decisivo l’incontro tenutosi all’Eliseo fra Giscard d’Estaing e Massera? Un rendez-vous scomodo in cambio della lista con i nomi dei desaparecidos francesi. All’ottava riga c’era scritto «Marie Anne Erize 15 oct 1976 III CPO EJ».

«Sicuramente l’interesse di Giscard d’Estaing ha contribuito a conoscere qualcosa sulla sorte di Marie Anne. Fino a quel momento la famiglia non sapeva niente di ufficiale su di lei. Ma soprattutto il governo Mitterand si è preoccupato dei francesi spariti in Argentina, avendo ingaggiato Mendez Carreras per svolgere ricerche difficoltose».

Il Tribunale Federale di San Juan ha condannato Olivera e altri militari per la tortura, violenza sessuale, infine la sparizione di Marie Anne. In che modo è riuscito a evadere?

«Dopo essere stato condannato nel 2013, Olivera ha domandato il permesso medico per il trattamento di una presunta malattia dermatologica presso l’Ospedale Militare di Buenos Aires, a oltre mille chilometri di distanza da dove era imprigionato. La sua compagna lavorava in quell’ospedale come psicologa e ha certamente orchestrato la fuga con la complicità di altri impiegati. Marchi, che è stato condannato contemporaneamente a lui, è stato già catturato. Quel che è avvenuto ci indica che ancora ci sono molti complici che aiutano, sostengono, i militari responsabili delle sparizioni».

Il tempo della giustizia è sempre più lento di quello delle lacrime. In quale anno avete avuto la sensazione di riuscire ad accendere una luce, seppure fioca, sulla scomparsa di Marie Anne?

«Mia madre, senza che mio padre lo sapesse, presentò una denuncia quando nel 1979 una delegazione dell’Organizzazione degli Stati Americani soggiornò a Buenos Aires al fine di raccogliere testimonianze sulle violazioni dei diritti dell’uomo. Raggiunse il centro città dove giuristi internazionali avevano aperto una sorta di ufficio denunce. In quell’occasione raccolsero 5580 querele, numero che restituisce una dimensione degli eventi. All’epoca era ancora difficile parlare apertamente della vicenda di Marie Anne. Troppe le minacce, troppe le insicurezze, troppe le complicità nella rete di spionaggio che appoggiava i militari. Se ne sapeva più all’estero che in Argentina. Penso che solo a partire dagli anni Novanta si è avuta la sensazione che si potesse cominciare a cercare la verità su quello che è capitato a Marie Anne».

Può presentare l’avvocato Mendez Carreras, al quale accennava in precedenza?

«Ha giocato un ruolo decisivo nella storia ritrovata di Marie Anne. È colui che ha ricostruito tutti gli anni successivi alla sua scomparsa. Ha incontrato testimoni che si sono rivelati di importanza estrema per imputare coloro che ora sono giudicati e condannati. Gli saremo riconoscenti in eterno. Il suo lavoro è stato impeccabile e fondamentale nella nostra storia familiare».

Avete mai perso la speranza di ritrovare e poter piangere il corpo di Marie Anne?

«Non perdiamo la speranza, ma siamo consapevoli che diventa sempre più difficile. Il tempo trascorre, e nessuno ancora ci ha detto dove poterla ritrovare e piangere».

Qual è stato il ruolo della Chiesa in questa vicenda? Le autorità ecclesiastiche hanno sostenuto o meno la disperazione della famiglia Erize?

«All’epoca la Chiesa cattolica era divisa in due: una parte appoggiava i militari, dunque il blocco storico dell’estrema destra, l’altra invece lavorava al fianco dei poveri, socialista direi, come Padre Carlos Mugica, assassinato, con il quale Marie Anne collaborava. Quando mia sorella fu fatta scomparire, mio padre scrisse una lettera al vescovo di Neuquén, domandando un aiuto per ritrovarla, senza avere molto successo. Dal mio punto di vista la Chiesa era attraversata da una profondissima convulsione interna, lacerata dalle differenti visioni e interessi».

Avevate già incontrato Papa Francesco?

«No, questa è stata la prima volta. Da una memoria ricevuta, confidata, mia madre crede che il Pontefice abbia conosciuto Maria Anne durante il suo impegno nella bidonville Villa 31, a Retiro, Buenos Aires. L’incontro è stato veramente emozionante. Eravamo vicino a lui durante l’udienza generale. Quando è sceso, affinché potessimo vederlo e parlare, è stato molto amorevole con mia madre, che gli ha offerto il libro scritto da Broussard. Quando gli ha detto: “Ecco, questa era mia figlia”, il Papa le ha preso le mani e le ha baciato la fronte. Poi ha avvicinato la fronte alla sua ed è restato in silenzio, per poi sussurrare: “Vi abbraccio come se rappresentasse tutte le madri che hanno sofferto la sparizione dei propri figli”. Ha solidarizzato con la sofferenza di mia madre. È stato molto forte perché si è trattato di un contatto fisico. L’ha abbracciata ripetutamente come qualcosa d’autentico. Dopo ci siamo abbracciati tutti e abbiamo pianto».

Quale stato d’animo ha accompagnato questo viaggio a Roma?

«Penso soprattutto alla felicità, alla gioia di mia madre nel poter trovare un minimo di consolazione dal Papa. È profondamente cattolica e l’opportunità di salutare personalmente Francesco le è stata di conforto. Non si potrà mai immaginare il dolore di una madre che perde la propria figlia in circostanze così terribili. È la sua fede ad averla sostenuta in questi quarant’anni di grande dolore e disperazione. Ma l’obiettivo principale di questo viaggio è parlare con i magistrati, affinché la giustizia faccia il proprio corso».

Nel 2000 giudici italiani dopo l’arresto all’aeroporto di Fiumicino rimisero in libertà Jorge Olivera. Avete fiducia nella giustizia italiana?

«Non nascondiamo qualche ragione di diffidenza per quella vicenda. Ora è stata intentata una nuova causa contro un altro tenente del regime dittatoriale, Carlos Malatto, che riteniamo corresponsabile ed è difeso dallo stesso avvocato di Olivera. Solo il tempo ci dirà se abbiamo avuto torto o fatto bene a riporre la nostra fiducia nelle persone che attualmente amministrano la giustizia in Italia. Non bisogna mischiare e generalizzare i giudizi».

Malatto, nella denuncia penale vergata dall’Associazione 24 Marzo, è definito vicino a Olivera. Credete che sussistano degli elementi che possano condurre a un nuovo processo?

«Ringraziamo sinceramente il lavoro dell’Associazione 24 Marzo per il passo mosso contro Malatto. Olivera è stato condannato all’ergastolo in Argentina. La sua responsabilità è stata dimostrata ed è passata in giudicato. Puntiamo a ottenere gli stessi risultati contro Malatto, poiché ci sono molti testimoni contro di lui. Era membro del reggimento militare RIM22, che seminò il terrore nella provincia di San Juan».

Dopo tutto, oggi che l’orrore è diventato storia, che cosa resta di quegli anni nella coscienza nazionale argentina?

«L’Argentina sta vivendo ancora la stagione della ricostruzione della memoria e ovviamente restano ancora moltissime le ferite non suturate. Sfortunatamente c’è ancora chi crede alla teoria “dei due demoni” e giustifica la dittatura militare. Ma i procedimenti contro i responsabili di quell’epoca hanno contribuito a rivedere il passato e a rendere pubbliche le atrocità perpetrate. In ogni caso trovo coraggioso che lo Stato argentino abbia voluto giudicare i responsabili. Se compariamo con la Germania nazista, la Spagna dei franchisti, l’Argentina ora è senza dubbio all’avanguardia nella battaglia pubblica per i diritti umani».

In che modo si può vincere la battaglia contro l’oblio, non rendendola una questione privata?

«Evidentemente ci sarà sempre un aspetto privato, poiché noi siamo le famiglie dei e delle desaparecidos, che non permetteranno che ciò scivoli nell’oblio. Ma occorre anche insistere affinché i governi assumano misure che impediscano che si riproduca nell’avvenire, innanzitutto perseguendo le responsabilità dei colpevoli. Serve una vera e propria educazione al rispetto della vita umana. Il terrorismo di Stato non dovrà mai più esistere».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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