Gabriela-Wiener

Gonzo & Sex

Pubblichiamo un’intervista di Tiziana Lo Porto, uscita su «D – la Repubblica delle donne», a Gabriela Wiener.

Prendete il gonzo journalism, il giornalismo vissuto in prima persona e sulla propria pelle fino all’estremo, e affidatelo a una giovane donna peruviana spregiudicata e coraggiosa al punto, per esempio, da affrontare da sola ladri, assassini e stupratori di un penitenziario maschile per chiedere loro di sollevare la maglietta, mostrarle i tatuaggi e soprattutto raccontare storie. Il risultato è Corpo a corpo (in questi giorni in libreria per La Nuova Frontiera nella traduzione di Francesca Bianchi), densa e appassionante raccolta di reportage della peruviana Gabriela Wiener che del contemporaneo raccontano i corpi, la fisicità, il sesso. Wiener è nata a Lima nel ’75 e lì è cresciuta. Dal 2003 vive a Barcellona. Ha sposato il poeta Jamie Rodríguez Z., peruviano anche lui, con cui ha avuto una figlia. Di mestiere scrive, e prima ancora, vive le storie che racconta.

Quelle di Corpo a corpo sono storie di scambisti, di donazioni di ovuli e gravidanze, di uomini poligami ma carismatici, di mistress, prostitute e trans. E il making of della storia, rigoroso e avvincente, più o meno è sempre così: scegliere la persona o le persone da raccontare, passarci insieme del tempo senza necessariamente riprendere, registrare, prendere appunti, poi tornare alla base e scrivere. Nel modo più autentico e diretto possibile.

Si diverte più a viverle o a raccontarle le sue storie?

Corpo a corpo è un libro di giornalismo narrativo, ma è anche un libro sulla mia propria esperienza fatta di coinvolgimento personale e di giornalismo gonzo. C’è molto di protagonismo, molto sesso, persino automobili e una droga beatnik, anche se io in privato sono molto più discreta e molto più sentimentale. Entro nella letteratura passando dalla finestra del giornalismo. Quello che nel giornalismo dei dati oggettivi è sacro, ovvero la frontiera, il confine tra osservatore e cosa osservata, nei miei testi si dissolve. La cosa più interessante per me è farmi coinvolgere fisicamente ed emotivamente dalle situazioni su cui sto lavorando, adoro scoprire nelle storie che scrivo cose degli altri ma anche di me stessa. E quindi non ho scelta, bisogna vivere per raccontare e raccontare per vivere. È il mio modo di scrivere, l’unico che conosco. Non so dissertare, non so inventare né scrivere bestseller, so soltanto aprirmi. L’intimità è il mio tema principale e il mio metodo di lavoro. Più che con il coraggio questa mia necessità di espormi ha una misteriosa relazione con la mia insicurezza che mi porta spesso sull’orlo del baratro e mi fa ritrovare in situazioni imbarazzanti dalle quali non so mai come uscire.

La più imbarazzante che le è capitata?

La storia d’amore di una coppia di transessuali. Non m’imbarazzava la storia in sé, ma l’averci messo cinque anni per scriverla. Anche se non stavo materialmente scrivendo, la storia stava crescendo dentro e fuori di me. Durante tutti quegli anni si stava scrivendo da sola. Anni in preda a quest’ossessione, mesi di indagine e di tentativi di completare il puzzle. La cosa più brutta è stata ritrovarsi nel Bois de Boulogne, il parco delle prostitute a Parigi, con zero gradi e una mastite galoppante per sovrapproduzione di latte, con 39 di febbre e pensando a mia figlia che era rimasta a Barcellona e piangeva perché io non c’ero, e io andavo con le puttane, mi tiravo il latte sulla vasca di una di loro e lo guardavo scorrere nello scarico. E alla fine la storia l’ho scritta in 48 ore.

La più comica?

Quella del guru poligamo, Badani. Il reportage su lui e le sue sei mogli gli era piaciuto così tanto che dopo l’uscita del libro ha invitato me e mio marito a cena. Quando siamo arrivati abbiamo scoperto che c’era anche un’altra donna, la settima! Mi hanno confessato che era una specie di donna di servizio sessuale della famiglia e mi hanno detto che non avevano voluto farmela incontrare durante i giorni del reportage. Alla fine della cena, Badani ha proposto a mio marito di sostituirlo, dopo la morte di Badani lui avrebbe dovuto portare avanti il suo esempio e avrebbe dovuto prendersi cura delle mogli. Siamo rimasti d’accordo che ci avremmo pensato.

E?

E lo stiamo ancora facendo.

Il libro lo hanno letto tutti i diretti interessati?

Alcuni sì, altri no. Badani, il poligamo, sì, sicuramente: dopo quell’esperienza ha iniziato a studiare giornalismo.

Le capita mai, scrivendo, di doversi autocensurare?

Autocensura poca. Piuttosto il contrario. Mia madre mi diceva sempre di tener dritta la schiena, di eliminare i peli superflui dalla faccia e di non mangiarmi le unghie. Per vendicarmi mi sono messa a scrivere del periodo in cui ero una ragazzina viziosa che si masturbava col suo bambolotto preferito. Sono una persona che anni fa ha perso la sua migliore amica per colpa della lussuria e che adesso maltratta i divi del porno.

Suo marito è il primo a leggere le sue storie?

È sempre il primo, è il mio editore a domicilio. Non pubblico niente che non passi prima dalle sue mani. È probabile che sia lui a censurarmi ogni tanto.

A che età farà leggere Corpo a corpo a sua figlia?

È nella mia libreria, quando vorrà potrà leggerlo. Credo però che la lettura del libro sia consigliata a partire dai 13 anni. Cercheremo di rispettare il consiglio.

Che accoglienza ha avuto il libro in Spagna e in Perù?

In Spagna la cosa forse più interessante è il fatto che venga percepita la letterarietà della mia scrittura, nonostante io scriva crónica, e che venga valorizzata la mia predisposizione al rischio a all’avventura. In Perù mi vedono come una giornalista e mi criticano perché mi ritengono una persona esibizionista e alienata.

Questo perché in Spagna la sessualità viene vissuta in maniera più libera che in Perù?

Sì, in Spagna senz’ombra di dubbio la sessualità è vissuta in maniera più libera e ci sono state molte più aperture rispetto al Perù, ma non necessariamente il sesso è migliore quando è più libero.

Dalle sue esperienze, tra uomini e donne, chi è più libero?

Sarebbe bello se sempre più donne iniziassero a tenere blog in cui descrivono le proprie avventure sessuali e sempre più uomini facessero altrettanto per raccontare che non riescono a trovare l’amore. Credo comunque che siamo sulla buona strada, o per lo meno io conosco un sacco di donne che se si tratta di raccontare la propria vita sessuale sono molto più avanti degli uomini. Attualmente esiste una vera e propria tendenza, dai libri alle serie televisive, d’ispirazione post-femminista, fatta di emancipazione, estrema sincerità e, fortunatamente, ironia, molta ironia. Può anche essere vero che gli uomini fanno più sesso delle donne ma non credo che si siano liberati dalla repressione, dai complessi, i traumi o l’insoddisfazione. La libertà non si misura in base alla frequenza con cui si fa sesso o alla quantità di relazioni sessuali, ma in base alla capacità di provare piacere, di dare e di ricevere piacere e credo che su questo non si possa generalizzare, uomini e donne imparano molto l’uno dell’altra a letto.

Nel primo reportage del libro, Guru & famiglia, il guru poligamo dice che “se il sesso è senza possesso si arriva al settimo cielo”. Lei è d’accordo?

Nessuno aveva mai convissuto con la famiglia Badani e il merito di aver scritto questo reportage è stato proprio quello di aver passato due notti con loro come una specie di settima sposa. Più che Badani stesso, che è comunque un personaggio affascinante, di questa storia mi interessavano le sue signore. Quando mi sono messa a scrivere della concezione del sesso delle mogli di un poligamo ho sentito l’esigenza di confrontarla con la mia, di ripensare la mia esperienza personale e persino di metterla in discussione. Vedevo queste donne come schiave sessuali, che passavano la giornata a ricamare biancheria intima, al riparo nella loro casetta mentre l’uomo era al lavoro, che cucinavano per lui e all’improvviso ho sentito che volevo anch’io vivere in quel modo. Stufa della mia vita di donna moderna che non scopa o che si masturba in fretta perché deve consegnare un articolo, crescere un figlio e fare arte e mi sono detta: come se la passano bene queste signore, e se diventassi anch’io una schiava, se dedicassi tutte le mie giornate a ballare la danza del ventre per mio marito J? Per questo motivo affermo che per queste donne la libertà è la possibilità di scegliere la propria schiavitù. Una volta sono entrata nella doccia con una di loro che mi ha insegnato come insaponare il mio uomo. Una cosa molto all’antica. In realtà credo che la famiglia felice sia un’utopia, e per una famiglia poligama vale lo stesso se non di più. Non so se senza possesso si arriva al settimo cielo ma sicuramente con il possesso la vita è un inferno.

I corpi nel suo libro ogni tanto sono prigioni, altre volte sono zone di libertà. Lei come lo vive il suo di corpo?

Mi è sempre piaciuto parlare di sesso o di qualsiasi cosa considerata scandalosa. Ricordo che quando avevo tredici anni leggevo dei brani de Il secondo sesso di Simone de Beauvoir ai miei compagni di scuola. Mi piaceva vedere le loro facce mentre mi ascoltavano. Mi divertivo. Poi ho cominciato a fare la cronista orale della mia vita sessuale, soprattutto a letto con i miei fidanzati. Ma loro sbadigliavano, quando non mi mollavano un ceffone. Era terribile, ma io mi divertivo. È comprensibile che si annoiassero, non sono certo Catherine Millet, non mi sono fatta penetrare in tutti gli orifizi del corpo da venti persone contemporaneamente dentro un bosco, ma qualcosina ho fatto anch’io. Una volta uno scrittore mi ha dato un buon consiglio: non sopravvalutare le esigenze del lettore. E così sono andata avanti. Ma non a letto. Credo di aver imparato a non dire, a non ostentare ed è così che ho cominciato a scrivere delle vite degli altri, che poi è più o meno ciò che fa un giornalista. Ma ci sono dei vizi molto difficili da eliminare ed è per questo che m’infilo sempre nelle storie che scrivo. Perché sono tanto recidiva non lo so. Forse perché il sesso crea dipendenza. O forse perché c’è sempre qualcuno disposto a pagarti per farti fare sesso. E io spero sempre che ci sia anche amore. Mi piace molto una frase che Julio Villanueva Chang ha detto a proposito di questo libro: più che un circo sessuale è un’avventura della conoscenza. Adesso più che il sesso mi interessano le vite private, non come a un paparazzo, ma piuttosto come a un detective. E rispondo alla sua domanda: la mia relazione con il corpo è pessima, lo è sempre stata, anche quando pesavo la metà di adesso.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
4 Commenti a “Gonzo & Sex”
  1. Paolo1984 scrive:

    se er famiglia felice si intende una senza conflitti penso anch’io che sia utopia ma se si intende una famiglia che quando possibile sa risolvere i conflitti, allora è possibile

  2. davide calzolari scrive:

    intervista noiosissima

  3. Paolo1984 scrive:

    aggiungo comunque che se una cosa è fatta volentieri e per scelta non si può parlare di proprio di “schiavitù”. almeno secondo me

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  1. […] a qualcosa di unico. Vale la pena di citare Corpo a corpo. Storie di giornalismo Gonzo di Gabriela Wiener (La nuova frontiera, 2012 – 254pp. – euro 13,00) e Pulphead di John Jeremiah Sullivan (ancora […]



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