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Il governo come costruzione e rappresentazione del potere, ovvero: l’antitesi della dialettica pedagogica

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di Miriam Aly

Lo scorso giovedì 8 Agosto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, in colloquio a Palazzo Chigi con il premier Conte, ha esplicitato l’intenzione di tornare al voto il prima possibile, rimuovendo di fatto il sostegno della Lega al governo, a causa (a suo dire) dell’instabilità e dei continui contrasti politici all’interno della maggioranza.

In attesa della vera e propria mozione di sfiducia, il giorno stesso il presidente Conte ha sostenuto in conferenza stampa che Salvini “ha anticipato l’intenzione di interrompere questa esperienza di governo e di andare a votare per capitalizzare il consenso di cui il suo partito attualmente gode’’, mentre lo stesso Salvini si dirigeva a Pescara per un comizio durante il quale ha dichiarato l’intenzione di candidarsi come premier per le prossime elezioni politiche, mostrando la sua volontà di ergersi in assoluto come principale burattinaio dei tempi della crisi.

Al termine del comizio il ministro ha sostenuto di volere dagli italiani ‘’i pieni poteri […], senza rallentamenti e senza palle al piede’’. Tre giorni prima, il 5 Agosto, veniva convertito in legge il Decreto sicurezza bis, che è stato però sospeso lo scorso 14 agosto da una decisione del Tribunale amministrativo del Lazio (Tar) accettando il ricorso presentato dalla Ong spagnola Open Arms, da oltre due settimane ferma nel Mediterraneo – inizialmente con 151 persone a bordo – in balia di un limbo politico di morte. Dopo 15 giorni in attesa di una risposta politica e di un porto sicuro in cui attraccare, lontano dallo scenario bellico e cruento della Libia, meta consigliata più volte da Salvini, sono state fatte evacuare dalla nave umanitaria sei persone a causa di gravi disagi e complicazioni di natura fisica e psicologica: di fatto gli psicologi e gli psicoterapeuti di Emergency hanno riscontrato ‘’disturbi psicologici di tipo ansioso/depressivo di massima urgenza’’ dovuti alle condizioni estreme e ai ripetuti traumi a cui queste persone sono sottoposte.

Solo successivamente, dopo ripetute richieste, il Viminale ha disposto uno sbarco limitato di 27 minori non accompagnati, sotto precisa richiesta del Tribunale dei minori di Palermo, in quanto le convenzioni internazionali a cui l’Italia aderisce impongono che ‘’in nessun caso può disporsi il respingimento alla frontiera di minori stranieri non accompagnati’’ (art.19 comma 1 Bis Decreto Lvo. 286/98, con le integrazioni dell’art.3 Legge 47/17).

Intanto la procura di Agrigento, tramite i legali di Open Arms, ha aperto un’inchiesta per sequestro di persona e un’altra nave, l’Ocean Viking, relativa alle Ong Medici Senza Frontiere e Sos Méditerranée, attende la decisione di un porto sicuro con a bordo 356 persone, di cui 103 bambini e minori, sopravvissute e salvate dalla zona di ricerca e soccorso (SAR) davanti le coste libiche. Il Mediterraneo continua ad essere una fetta di mondo di tutti e di nessuno in cui le non scelte dei legislatori assolvono strumentalmente le coscienze in una dilazione infinita e legittima del potere.

La decisione presa dal Tar riguardo la sospensione del Decreto sicurezza bis è nata proprio dalla constatazione di ‘’un eccesso di potere, di travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in mare materia di soccorso in mare’’: un eccesso di potere di un esecutivo e di un ministro dell’Interno che ha recentemente dichiarato, in conferenza stampa a Castel Volturno, di essere ‘’ossessionato dall’immigrazione’’; la gestione delle politiche migratorie è chiaramente corollario della dottrina del decoro e delle retoriche securitarie perpetuate unilateralmente e verticalmente dall’autorità legittima.

L’idea dell’altro e di noi stessi sembra essersi, sempre più ferocemente, annullata nel tessuto sociale a partire da deliri e trappole di definizioni a loro volta plasmate da scelte politiche che trovano in sestesse valori repressivi e decisionisti, facendo prosaicamente mostra delle proprie – in termini di proprietà – scelte prese con logiche binarie e annullando le ambivalenze dei conflitti.

L’antinomia semantica ed ontologica, prima ancora che sociale e comunicativa, di una narrazione, di un pensiero politico o di qualsiasi tipo di percezione del sé e del mondo è la costruzione del potere: il senso delle cose viene radicalmente falsato se esiste un’imponente struttura del potere vascolarizzata, dall’altro verso il basso, sulle singole agenzie educative, comunicative o sui meccanismi di cittadinanza e riconoscimento. Questo potere viene politicamente rappresentato e definito tramite una propaganda subdola che si esprime in base ad un paradigma sociale rendicontato che vuole, per sé, tutto e subito senza dover pensare alla trasformazione, al cambiamento, alla complessità e a progetti che siano pedagogicamente pensati come percorsi e non come traiettorie.

La costruzione del potere si espande nelle direzioni di classe, di genere e di merito conseguentemente ad un atteggiamento paternalista implicito e diffuso, ad esempio nelle modalità con cui si postulano descrizioni artefatte sulle nuove generazioni o su ‘’gli immigrati’’.Il sociologo francese Pierre Bourdieu nell’opera del 1998 ‘’La domination masculine’’ sostenne che ‘’solo un’azione politica che consideri realmente tutti gli effetti del dominio che si esercitano attraverso la complicità oggettiva tra le strutture incorporate (sia negli uomini che nelle donne) e le strutture delle grandi istituzioni in cui si compie e si riproduce non soltanto l’ordine maschile ma anche tutto l’ordine sociale [..], potrà, certo a lungo termine, e avvalendosi delle contraddizioni inerenti ai diversi meccanismi o alle diverse istituzioni in gioco, contribuire alla progressiva decadenza del dominio maschile”, riferendosi chiaramente non solo alle strutture patriarcali ma in generale a tutte le asimmetrie di potere che permeano le società e i loro governi.

Negli ultimi anni in Italia non si è parlato e si continua a non parlare non solo di istruzione, con un metodo valido, ma anche di strumenti di inclusione, pedagogia, approccio metacognitivo e possibilità di politiche derivanti dalla riflessione sui testi o del problema del paternalismo; le uniche riflessioni che di rado vengono accennate su questi temi derivano da tesi ed argomentazioni dozzinali perlopiù di bianchi meritocratici maschi eterosessuali. Il sentire sociale dovrebbe essere la premessa ad una vita politica che ha in sé la volontà di pensarsi ogni giorno come qualcosa di nuovo nel suo carattere più embrionale ma, al contrario, queste componenti vengono continuamente costruite in modo tale da inseguire una cultura egemone, l’‘’élite del potere’’, che produce e riproduce le proprie disuguaglianze.

L’educazione pedagogica praticamente non esiste e viene rimpiazzata, se non distrutta, dal dramma politico che si nutre del vuoto che è stato coltivato nel contesto circostante. Attualmente non esiste un progetto istituzionalmente effettivo le cui idee di fondo non si basino sulla violenza della misurabilità: dall’alternanza scuola-lavoro alla formazione professionale, dai test d’ingresso ai numeri delle borse di specializzazione, dalla conta delle persone che muoiono in mare al numero di rimpatri previsti dal contratto di governo, dal numero di anni in carcere previsti per una manifestazione al numero di sgomberi programmati per l’estate.

Tutto ciò è legato alla persistente volontà di rappresentare e rappresentarsi come già portatori di un certo potere il quale non ha bisogno di ulteriori strumenti che mettano in discussione nel principio la formazione di un approccio critico, nelle sue peculiarità dialettiche; gli aspetti che concernono la rappresentazione, e la rappresentanza, non hanno tanto a che fare con il voler essere quanto invece con il voler definire all’interno di un viluppo di retoriche e logiche gerarchiche. ‘’È una mania di quest’epoca sapersi descrivere alla perfezione? Non lo sappiamo, non lo possiamo sapere. […] Tutti si conoscono, tutti conoscono se stessi, tutti sanno come sono fatti. Io invece posso dirlo: non so niente. Né di me né delle persone e delle cose che mi circondano. Io non capisco niente: che è una cosa stupenda da dire, che ci vuole amor proprio e consapevolezza e coraggio per dirla…’’, confida Mattia Torre nel suo ‘’In mezzo al mare’’. In questa fuga dalle definizioni si trova la migliore dialettica pedagogica, in corrispondenza alla decostruzione di un’idea pervasiva del potere e in contraddizione all’azione palliativa dei governi, divaricandosi in un sistema sociale che tenga conto delle persone, nelle loro storie, nel loro sentire, nelle loro complessità, nelle loro essenze, trovando in sé quello che si ha.

Scindere le componenti di questo monopolio culturale è possibile nutrendo un immaginario ricostruttivo: pensarsi e pensare in termini di recupero, di autorecupero e di immaginazione; comprendere e combattere il potere, sul piano sociale e comunicativo – ad esempio, ‘’la bestia’’ di Salvini e la piattaforma pentastellata Rousseau che si nutrono di una farsesca libertà di scelta – , alimentando una coscienza di classe migliore; agire a partire dalla reading literacy, riflettere su testi presenti e passati, scrivere testi futuri e sezionare le strutture che riproducono i rapporti di potere ovvero smantellare e ricostruire immaginando una nuova educazione politica e pedagogica che formi a dare in itinere un corpo ed una forme alle alterità e al significato di numerosi mondi possibili.

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