Grauco

di Stefano Catucci

Quanto e come Roma stia cambiando in questi mesi si può capire da una notizia circolata in settimana: il prossimo 30 giugno la proiezione del film L’ultimo spettacolo, di Peter Bogdanovich, metterà fine all’attività del Grauco, lo storico cineclub di via Perugia, al Pigneto. Basterebbe pensare alla data di inaugurazione, 7 novembre 1975, o al nome del cineclub, acronimo di Gruppo di Autoeducazione Comunitaria, per avere la fotografia di un’altra epoca, anzi quasi di un’altra èra geologica. Però nella chiusura del Grauco c’è in gioco qualcosa che va oltre il declino del cineclub classico, impegnato in un duello impari con home-video e Internet. A liquefarsi, insieme al Grauco, sembra essere infatti il tessuto sociale e culturale che gli ha permesso di vivere 35 anni ma lo ha costretto anche ad affrontare altre crisi. La più dura all’inizio degli anni Novanta, quando il fondatore e animatore del Grauco, Roberto Galve, fu costretto a chiudere l’attività del teatro per ragazzi. Più che le date di nascita e di morte segnate nella sobria locandina che annuncia la fine imminente del Grauco (1975-2010) è significativo l’intervallo di tempo trascorso fra la chiusura del teatro e quella del cineclub (1993-2010). È questa, infatti, la cronologia di una trasformazione antropologica che ha svuotato qualsiasi idea di comunità basata sul principio ambizioso della formazione, per non parlare di quello ambiziosissimo dell’autoformazione. La formazione presuppone un lavoro, un percorso che invece è reso superfluo dall’emergenza di forme identitarie basata sul luogo, sull’appartenenza, sul’origine: insomma su caratteri che si ereditano o si posseggono in modo immediato, senza bisogno di affrontare nessun cammino per conquistarli. Il privilegio della sfera privata anche nel campo delle attività culturali, divenute appunto consumi culturali, passa per le possibilità offerte dalla tecnologia ma è radicato in una trasformazione dei luoghi e delle identità di cui la storia recente del Pigneto rappresenta una cronaca fedele e paradossale. L’evoluzione sociale del quartiere è stata inversa e simmetrica alle difficoltà del Grauco, che ha visto scollarsi progressivamente i suoi legami vitali anche con la scuola e azzerarsi i già scarni sostegni istituzionali a favore di iniziative di respiro più corto, magari più cool e di certo meno impegnativi per la comunità in questione. Più che il Grauco, a chiudere è un pezzo di storia della città. Ma questo fa riflettere anche sul modo in cui circolano le informazioni. Della chiusura del Grauco si è saputo solo a cose praticamente fatte. Ci fosse ancora anche un piccolo margine per scongiurarla – si parla di poche migliaia di euro – sarebbe il caso di farlo sapere e muoversi.

Commenti
3 Commenti a “Grauco”
  1. Caro Stefano. Nel dicembre scorso, quando ho saputo che il Grauco avrebbe chiuso a breve, ho pensato immediatamente che fosse un delitto e che fosse necessario far qualunque cosa per scongiurare questa chiusura. Parlando a lungo con i gestori, conoscendo la loro storia, cercando d’inserire la loro esperienza nella mia, nella nostra nuova generazione, ho deciso di inventarmi un modo di rilevare lo spazio. Ripensarlo, e far continuare lo spirito che lo ha portato fin lì, su basi totalmente nuove.

    Trentaquattro anni dopo la sua fondazione, il Grauco chiude non come luogo fisico, ma come luogo dell’immaginazione, lottando contro forze troppo più forti, non avendo nessuna possibilità di restare in vita. E’ un peccato sì, mi dicevo, ma è anche naturale. Come gli uomini che l’hanno fondato sia avviano canuti altrove, così la loro creatura. II fallimento o esautoramento del Cineclub come concetto e spazio per la gente che ha da sognare, va molto oltre lo scollamento del luogo con la sua gente, va molto oltre il Pigneto e va molto oltre la programmazione.

    Il Cineclub muore tecnicamente, muore per Internet e muore perché il cinema non rappresenta più lo spazio del sogno, sostituito da pubblicità, videoclip e televisione. Nel cinema non c’è più “il punto”, ma c’è solo, semmai, un “commento”. E il Cineclub muore sulla scia del Cinema, che respira a malapena, e sulla scia degli schermi piatti a 52 pollici installati pian piano in tutte le case di ognuno di noi.

    Ma io avevo voglia di tenere in vita l’unica cosa insostituibile del Cinema: la condivisione dell’esperienza. L’unica grande cosa che mai nessun televisore di qualunque grandezza potrà sostituire.

    E quindi dal dicembre del 2009 fino all’aprile del 2010 ho fatto il bello e il cattivo tempo per prendere quello spazio, tenere in vita il suo spirito, ripensarlo e rilanciarlo, farne un luogo di aggregazione.

    E piano piano, ho trovato altre persone (ben 50!) che come me volevano rischiare quest’avventura. Tutti trenta quarantenni che lavorano ad alto livello nel cinema, e che vogliono mantenere uno spazio ai proprio sogni.

    Cinquanta persone che si fanno “Generazione”.

    Così è nata una nuova associazione, che il primo luglio prenderà in gestione il Grauco, lo ripenserà, lo rimodernerà, lo lancerà come una sfida nei futuri 34 anni, per poi lasciarlo, a qualcosa che non possiamo ora neppure immaginare.

    La chiusura del Grauco non è un fallimento, è un fatto naturale. Terribile come tanti altri fatti naturali. Dalla sua esperienza, che portiamo dentro, nascerà un’altra esperienza e un’altra avventura.

    Esperienza che verrà inaugurata il 16 settembre del 2010.

  2. Luciano scrive:

    Ci sono aggiornamenti sulla nuova gestione del Grauco? Qualche dettaglio in più sulla nuova veste che assumerà?

    Sapere di una cinquantina di persone che vorranno continuare a dare vita a questo meraviglioso cineclub ha mitigato la notizia della sua chiusura. Mi auguro soltanto che nel “ripensare” e “rimodernare” il Grauco, lo si faccia con gusto e rispetto di ciò che è stato: un luogo ricco di suggestioni e fedele alla propria idea di diffusione della cultura cinematografica, estraneo a qualsiasi logica di mercato.
    Non esiste alcun altro cineclub a Roma che proponga film stranieri in lingua originale con la stessa assiduità e ricchezza con cui lo faceva il Grauco. E anche se la maggior parte della gente preferisce film doppiati da vedere sullo schermo piatto di casa, ciò non significa assolutamente che Roma si debba privare di un patrimonio come il Grauco. Il fatto che sia successo nell’indifferenza generale, soprattutto delle istituzioni, è vergognoso, si sa. Ma la cosa più importante è sapere di queste 50 persone che hanno intenzione di continuare a far sognare.

    In attesa di aggiornamenti, vi faccio il mio in bocca al lupo!

  3. giulio bellucci scrive:

    Non è solo per nostalgia che mi rammarico profondamente della scomparsa di quello spazio libero, di quel condensato di fantasie individuali e collettive.
    Il Grauco ha chiuso. Viva il Grauco, o il nuovo Grauco, se esiste già e se ha saputo mantenere traccia dello spirito che regnava in quel luogo.

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