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Grandi perdenti americani

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Gary Shteyngart. Fonte: University of Tennessee’s Daily Beacon.)

Ho sempre trovato curiosa l’abbondanza di alter-ego imbranati nei romanzi degli scrittori americani maschi sotto la cinquantina: sono persone affermate, che normalmente conquistano donne interessanti e di bell’aspetto, ma i loro personaggi no. Quando ho chiesto il perché a uno di loro, uno scrittore americano di mezza età, lui mi ha risposto ironicamente che forse per loro il sesso come divertimento è una cosa da college, non si può mettere nei romanzi.

Per gli italiani cresciuti con il Decameron di Boccaccio e quello di Pasolini, è strano trovarsi davanti personaggi maschili che raramente si divertono e godono. Cercando un esempio per spiegarmi, ho aperto a caso Tutti gli intellettuali giovani e tristi di Keith Gessen e ho letto questo: “…e di colpo Sam si accorse che non ce l’aveva duro. Tradimento! Pieno di pensieri lussuriosi (…) ma incapace di lussuria nei gesti. Ne aveva scritto sant’Agostino”: il tono è quello esagitato di Philip Roth, ma il contenuto è l’impotenza: la scena in questione parla di un abboccamento con una blogger, e del terrore del protagonista che la blogger il giorno dopo scriva di lui: in caso di insuccesso, “decine di migliaia di lettori l’avrebbero saputo entro la fine della settimana”.

In un articolo recente della New York Review of Books ho finalmente trovato un’analisi profonda del fenomeno. L’ha scritto la giovane critica Elaine Blair, si chiama Great American Losers ed è una di quelle letture che rimettono le cose apposto, risolvono una dissonanza cognitiva.

Una prima spiegazione, dice Blair, potrebbe essere questa: i personaggi degli autori in questione sarebbero dei perdenti perché “dopo l’università, un uomo laureato del ceto medio ha davanti a sé una ventina d’anni in cui rischia costantemente di subire rifiuti sentimentali e in cui è in competizione con i propri pari”. Nel 1997, in un saggio sul New Yorker sui libri di consigli sessuali, Jonathan Franzen scriveva: “Stiamo conoscendo le ansie del libero mercato”. Il libero mercato del sesso veniva secondo lui dalla contraccezione e la facilità di divorziare. Per questo il maschio americano in letteratura sarebbe così impotente e goffo.

Tra gli esempi che fa Blair, oltre ad autori come Gary Shteyngart e Richard Price, il più noto agli italiani è il Chip di Le Correzioni, dello stesso Franzen. “A Chip pareva che Julia lo stesse lasciando perché “The Academy Purple” aveva troppi riferimenti al seno femminile e un incipit trascinato, e che se avesse saputo correggere questi pochi evidenti difetti (…) ci sarebbe stata speranza sia per le sue finanze che per la possibilità” di ritrovarsi in compagnia dei bei seni di Julia. Ossia l’unica attività che ormai poteva “dargli sollievo dai suoi fallimenti”.

Elaine Blair ha trovato però una spiegazione più profonda, che senza escludere quest’ultima la integra dicendo qualcosa sugli autori più che sulla società: secondo Blair, gli autori maschi americani degli ultimi vent’anni stanno cercando a tutti i costi di non passare per maschilisti o macho agli occhi delle lettrici.

Facciamo un passo indietro: prima della generazione di Franzen c’è stata quella di Norman Mailer, John Updike, Philip Roth, che David Foster Wallace chiamò, in un pezzo del ’98, i Grandi Narcisi: ego-riferiti e smaniosi di raccontare i propri successi da seduttori, trattavano le donne conquistate con condiscendenza, avevano un complesso di superiorità. Updike, scriveva Wallace, veniva considerato dalle femministe “un pene con un dizionario dei sinonimi”.

Un paio di generazioni di lettrici sono cresciute odiando i Grandi Narcisi. Oggi chiunque frequenti i reading o le metropolitane sa che il lettore è in maggioranza donna. Secondo Blair, c’è un gioco di potere in corso: lo scrittore vuole compiacere la lettrice presentandole come proprio alter-ego un uomo insicuro. “Che razza di romanziere sei se non ti leggono le donne?” scrive Blair immedesimandosi negli autori: “Queste donne non solo sono figlie di divorziati, ma pure di un movimento femminista che ha avuto una profonda influenza sulla critica culturale: odiano i Narcisi”.

Così gli autori si fabbricano alter-ego imbranati per non farsi scambiare per Narcisi. Il gioco però può diventare disonesto, visto che nella realtà molto spesso gli scrittori in questione attraggono le donne per una serie di ovvi motivi (creatività, prestigio sociale, brillantezza). La Blair: “I giovani romanzieri americani vogliono piacere. E i loro romanzi sono irresistibili… ingegnosi e divertenti, allegri, veri. Gli autori hanno un controllo squisito su punto di vista e tono. Le voci narranti sono sexy”.

Per quanto l’alter-ego sia impacciato, con una voce narrante sexy l’autore vuole pur sempre conquistare la lettrice. Lo sforzo si sente: “Insomma anche la nuova generazione di personaggi è a suo modo egoriferita. Come altro descrivere il costante amorevole esame delle colpe e dei difetti dei propri protagonisti?” Paradossalmente ciò finisce col privare i lettori di un tema importante: “Un intero ambito di esperienza erotica rimane non rappresentato… con tanto scrupolo gli autori smontano ogni sicurezza o autostima sessuale dei loro personaggi maschili che in sostanza evitano di mettere in scena il fatto che, nel mondo reale, gli uomini sono capaci di incanalare le loro energie libidiche nel potere di seduzione”. In conclusione: fanno gli imbranati per non dispiacere; nascondono il proprio vero potere di seduzione fra le pieghe della voce narrante; continuano a voler conquistare la lettrice, ma senza darlo a vedere: è un machismo più sottile o una forma di vittimismo?

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
Un commento a “Grandi perdenti americani”
  1. Paolo1984 scrive:

    per me l’importante è parlare di personaggi ben costruiti e ben caratterizzati, convincenti, credibili, plausibili e lo si può fare tanto coi seduttori che con gli imbranati.sta all’autore decidere cosa e chi vuole raccontare, tanto nel mondo reale esistono i seduttori come i timidoni nè è detto che il protagonista debba essere sempre il tuo alter ego. Le accuse di machismo o vittimismo lasciano il tempo che trovano..ma se il romanzo è bello, se funziona, se il personaggio è credibile mi spiegate chi se ne importa?
    Poi che lo scrittore voglia conquistare i suoi lettori e le sue lettrici mi sembra la scoperta dell’acqua calda e non ci vedo nulla di male anzi, è dovere di ogni scrittore e scrittrice conquistare, sedurre lettori e lettrici scrivendostorie appassionanti e coinvolgenti..e perchè no? anche con una voce narrante sexy se è il caso!

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