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Grecia: Pasqua senza resurrezione

Mentre in Grecia si stanno svolgendo le elezioni, pubblichiamo un reportage di Matteo Nucci uscito sul «Venerdì di Repubblica».

Atene. “Siamo qui perché il suicidio di Dimitris Christoulas, è il simbolo di una nuova resistenza. Non potevamo lasciarlo solo stanotte”. Ha quasi cinquant’anni, Spyros. Insieme a un amico è in piazza Syndagma, venti minuti prima che suoni la mezzanotte. La Pasqua ortodossa in Grecia è una festa che supera Natale e Capodanno. Si fanno i conti con quel che è stato, si fanno progetti. Le famiglie si riuniscono in casa. Si festeggia dal giovedì al lunedì e di sabato si aspetta che i fuochi artificiali riempiano il cielo mentre le campane suonano la mezzanotte, la resurrezione. Atene è deserta. Le chiese sono illuminate da migliaia di candele. I celebri cani randagi della città spadroneggiano per le vie profumate di cera e fiori d’arancio. Spyros e il suo amico meditano davanti all’albero dove Christoulas, pensionato settantasettenne si è ucciso platealmente, scrivendo parole di fuoco contro il governo “collaborazionista” che tra pochi giorni porterà il Paese alle urne: “una fine dignitosa prima di essere costretto a rovistare nella mondezza”. Non c’è nessun altro nella piazza degli indignati e delle grandi proteste.

“Simbolo di una nuova resistenza”. È difficile capire di che tipo di resistenza si stia parlando. Il radicalismo greco si è incrinato. La lunghezza dell’assedio sta stroncando ogni certezza e Atene, per la prima volta, mi sembra stanca, allo stremo. I segni sono tanti. Alcuni sono stati ampiamente “celebrati” ma è difficile abituarsi. I cartelli bianchi con la scritta rossa “affittasi” sono ovunque. Solo nei cinquanta metri di Valaoritou, la prima stradina che in questa magnifica città divenne pedonale, se ne contano nove. Ovunque, nei parchi, nelle strade, negli androni delle case sfitte, si accalcano i nuovi poveri, con i loro cartoni a proteggersi dal freddo. L’eroina gira a cielo aperto per le strade, i reietti s’infilano nelle metropolitane, di notte sembrano fantasmi. Davanti alle decine di mense che hanno aperto in città, sfilano centinaia di greci in attesa del loro pasto. A Sophocleous, la piccola arteria del quartiere centrale a più alta percentuale d’immigrazione, la mensa comunale ha deciso di distinguere doppi turni: immigrati e greci. “Non riuscivano a sopportarsi. È difficile accettare questa condizione” dicono gli addetti. “Eppoi erano troppi”. Ma ci sono altri segnali, meno drammatici e più sconcertanti. Gli uomini dall’aspetto il più possibile dignitoso che raccolgono cicche di sigarette sperando di non essere visti. Quelli che, di fronte ai bar, aspettano il momento giusto per ritirare con mano discreta il biscotto gratuito abbandonato accanto alla tazzina di caffè. Quelli che sbirciano nei cassonetti e infilano il braccio dopo essersi tirati su la manica.

Atene è stravolta. Giannis, 35 anni, vari lavori nel mondo della musica, non viene pagato da mesi, come moltissimi. Mi spiega che la spirale porta via tutto. C’è chi non può pagare davvero, ma c’è anche chi potrebbe e non lo fa, approfittando del clima. Si professa ex-anarchico e racconta con occhi brillanti della città in fuoco, durante le ultime proteste. Anche il vigore di quelle lotte però sembra essere diventato fine a se stesso. Come se non ci si aspettasse più nulla. Del resto, chi vorrebbe mantenere l’ordine non manda più a rimuovere le scritte e a rimettere a posto le vetrate incrinate. I palazzi bruciati sono come le ferite aperte di una guerra. A piazza Syndagma i marmi all’ingresso della metropolitana non li rimette a posto nessuno. Troppe volte sono diventati pietre per combattimenti in cui ormai è difficile capire chi sia il nemico. Nelle scuole gli insegnanti gridano contro la malnutrizione dei bambini. Negli ospedali i medici – non pagati – non hanno farmaci. Chi accusare? I politici. Il Fondo Monetario Internazionale. La Germania. E dunque il governo “collaborazionista”. Anche il partito di estrema destra di chiare simpatie nazistoidi (Chrisì Avgì, ossia Alba d’oro) ha rimosso dal suo immaginario qualsiasi relazione con la Germania. Entreranno in parlamento, secondo i sondaggi. Come parecchi altri partitini. Dovrebbero crollare i due grandi responsabili del disastro (i socialisti del PASOK e i conservatori di Nea Demokratia). Ma è difficile fare previsioni. Nessuno immagina con che governo se ne uscirà, né con quali prospettive. Ottantenne, un grande campione di pallacanestro che non vuole si scriva il suo nome e preferisce essere chiamato “l’uomo di Cheronea”, mi accompagna a fare la spesa nel supermercato sociale che gli offre 25 euro da spendere alla settimana. Vive con una pensione di 360 euro al mese. Dice che una Grecia come la Svizzera significherebbe la morte. “Lavorare tutta la vita e tutto il giorno non ha senso”. Mi porta con sé in un caffè che conosce al centro per festeggiare la Pasqua. Paghiamo solo da bere. La zuppa pasquale che in Grecia si chiama “maghiritsa” la offre la cuoca-proprietaria. “Nei momenti difficili ci si unisce” dice lei. “Ma anche nei momenti facili” ride l’uomo di Cheronea.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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