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Green Book. Occhi sulla strada

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Green Book è un film sulla distanza, intesa in molti sensi.

Distanza come chilometri: quelli che Frank “Tony Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen) e Don “Doc” Shirley (Mahershala Ali) percorrono in macchina, per otto settimane, nel 1962, partendo da New York per arrivare fino in Alabama.

Distanza come differenza di classe. Tony è un buttafuori italoamericano che sbarca il lunario campando perlopiù di espedienti; ha due figli e una moglie che si sente trascurata, a cui ridona il sorriso vincendo 26 dollari in una gara a chi mangia più hot dog. Don è un musicista afroamericano colto e benestante che suona il pianoforte in modo sopraffino. Ha bisogno di un autista che lo scorti per un tour nel Midwest e nel Deep South dell’America, dove ai neri non è permesso frequentare gli stessi posti dei bianchi.

Ecco che per intraprendere il viaggio si fa necessario il Green Book in cui sono indicati i ristoranti, gli alberghi, i locali in cui non vi è discriminazione, i posti in cui agli afroamericani è consentito accedere. The Negro Motorist Green Book è una guida per viaggiatori realmente esistita (pubblicata annualmente dal 1936 fino alla metà degli anni ’60), come reali sono i fatti a cui si è ispirato Peter Farrelly per girare il film.

In Green Book si parla così di distanza geografica, sociale, «razziale» ma anche di distanza emotiva. Ed è proprio partendo dal confronto emotivo, quindi da un terreno di parità, di congiunzione, che Tony e Don potranno incontrarsi, e ripensare le propria vita attraverso gli occhi dell’altro, fino a gettare le basi di una amicizia significativa.

Don insegnerà a Tony il valore della parola. Gli insegnerà l’ambizione, tenterà di impartirgli delle “ripetizioni” di onestà. Tony insegnerà a Don ad aprirsi e ad affrontare la propria solitudine. Alla fine, il viaggio servirà a entrambi, ma sarà utile soprattutto a Don. Scendere dal trono dei privilegi apparenti (è precisamente un trono quello in cui siede Mahershala Ali alla sua prima apparizione nel film), per avere un confronto diretto con sé stessi e con il sistema sociale è il primo passo in direzione della libertà.

Green Book è un film che racconta anche le distanze interne alla comunità, racconta cosa significa posare gli occhi sulla propria gente e maturare una coscienza politica: «Il mondo è pieno di gente sola che ha paura di fare la prima mossa».

È stratificando il tema, imbevendone costantemente i contorni nella commedia, che Peter Farrelly consegna la sua lezione di umanità allo spettatore. Una lezione innanzitutto sentimentale, che ha l’afflato di mostrare che la difformità può essere non solo esplorata e ammessa ma anche ripensata.

Quasi trent’anni dopo A spasso con Daisy, un altro road movie garbato ma deciso nel voler buttar giù certe barriere conquista gli Oscar: miglior film, migliore attore non protagonista (Mahershala Ali) e migliore sceneggiatura originale.

Segno che il cinema classico ben fatto gode di un effetto imperituro, segno che Hollywood desidera rimarcare quante più volte possibile il concetto di accoglienza; segno che il tempo ha portato alcune conquiste — la persona seduta comodamente sul sedile di dietro dell’auto, nel 1962 ma la suggestione vale anche al presente, è un nero che insegna la lingua al bianco al volante — ma come Don raccomanda ogni volta che Tony si distrae o parla troppo: «eyes on the road».

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
Commenti
Un commento a “Green Book. Occhi sulla strada”
  1. luigi bertuzzi scrive:

    A proposito di ….
    “Tony è un buttafuori italoamericano che sbarca il lunario campando perlopiù di espedienti; ha due figli e una moglie che si sente trascurata, a cui ridona il sorriso vincendo 26 dollari in una gara a chi mangia più hot dog”
    La vincita fu di 50 dollari, per aver mangiato 26 hot dogs

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