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Grifonville, un racconto di Marco Mantello

Un racconto sul G8 di Genova uscito nel 2003 sul numero 25 di Nuovi Argomenti.

 ****

Grifonville

di Marco Mantello

Per Romano e Daniél,
testimoni di Genova.

 

 

1.Sembra proprio una forma di amore
ripensare il lungomare
come fosse una prigione di parole.
Chi si aspetta che qui si diventi
qualche cosa da mettere pure

sul canale degli avvenimenti,
in un film dove gli attori
sono uguali ai loro- vorrei dire
ai miei genitori:

faccio finta di battere i denti
nell’eterno e immutabile ritorno
degli anni venti. Fine del giorno.

2.È il nove novembre del 2003. Sono a Genova con Camilla e due cani abbastanza provati dal viaggio. All’altezza di Recco ci siamo fermati per cinque minuti. Non so perché. Entrati in città, lungo una strada divisa da un letto di fiume vuoto. Arrivati da Viale delle Brigate Partigiane alla Fiera, col palazzo dell’Ansaldo dietro e il mare. Il mare sta al suo posto, fermo, ordinato. Facciamo tre foto: Piazzale Kennedy che diventa Piazzale Martin Luther King, un grande spazio vuoto, con le strisce blu per il parcheggio e sassi intorno. I sassi dovrebbero fermare le mareggiate, per questo sono grandi. Ma il mare, davvero, sembra così ordinato, fermo. Sta al suo posto. Parcheggiata la macchina su Corso Torino, mangiato una pastarella su Corso Torino, camminato su Corso Torino: voglio vedere il centro storico, via XX Settembre, fino a piazza De Ferrari, fare bere i cani alla fontana di Piazza De Ferrari e bagnarmi un po’ la testa in questo freddo, che non so da dove viene. Il palazzo Ducale, dove si è concluso da poco il galà delle diciottenni, accompagnate da mamme e cadetti. Piazza Matteotti: non ci sono turisti tedeschi, solo un mimo al centro della piazza, tutto bianco. E’ la prima volta in vita mia che vedo i genovesi nella loro città. Passegiano, molti con uno o due cani al seguito. I negozi -è domenica- sono chiusi. E le insegne luminose della Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, le insegne del Banco di Chiavari, dell’Ambrosiano Veneto e quelle più spente della Deutsche Bank: ci sono più banche che bagni pubblici in questa parte della città. I palazzi di viale Buenos Aires sono quadrati e gialli, alcuni con merletti di cemento sugli angoli. Ce n’è uno, un po’ nascosto, ha le finestre finte. Quelle vere sono chiuse. A via Venti Settembre non si vede l’ombra di una scalinata, solo questi portici con lampadari, che spiovono appuntiti e ottocenteschi. I genovesi passeggiano nella loro città; e i negozi e le finestre sono chiusi. All’edicola compriamo anche noi il Secolo XIX, giornale fondato nel 1886: oggi al porto sono morti degli operai, è morto un solo operaio. Pare volessero mettere il mare in un museo, ma il progetto è risultato difettoso, il cemento armato della struttura che doveva custodire il mare ha ceduto. La struttura è crollata, pare che gli operai lavorassero sotto la pioggia. Un signore di nome Borghezio, la notte scorsa ha svegliato due famiglie di immigrati con la sua milizia verde. Pare che siano entrati dentro le case a chiedere documenti e permessi di soggiorno. Sotto gli occhi della polizia, pare che l’operazione fosse annunciata: c’era pure la stampa. Colacone e Cavallo, quest’ultimo all’esordio, saranno fra gli undici del Grifone, in partenza per il Menti di Vicenza. Il Grifone, reduce da due sconfitte consecutive, deve risalire in fretta. Ieri sera, al Carlo Felice, Edoardo Sanguineti ha letto la sua poesia in morte di Berio. Presentazione della Turandot. Sul Secolo XIX ci sono pure gli annunci immobiliari:

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sei allo Sciorba, lo stadio vicino al Pinelli, dove la polizia non è venuta. E una radio sta parlando di Bolzaneto. C’era un tale che dormiva con me allo Sciorba, di nome Daniél Arnòt. Lui è finito a Bolzaneto. Ma solo per cinque minuti. Non gli è successo niente, è stato fortunato. Conosceva un ufficiale di Brindisi che, dice lui, lo ha fatto uscire in cinque minuti. Questo Daniél Arnòt era originario della Bretagna, ma viveva da tre anni a Brindisi. Parlava un ottimo italiano. Stava lì, in quei giorni del G8, a titolo personale, senza sigle-Attac o foto al collo di Susan George. Mi ha fatto leggere il suo giornale e offerto un po’ di caffè caldo dal termos. Si era portato un termos da Brindisi e mi aveva visto che correvo avanti e indietro per la pista di atletica dello Sciorba. I denti mi battevano da soli, io correvo ma quelli battevano sempre. La notte avevo dormito male. Sotto il tendone, d’accordo, ma avevo niente per coprirmi: niente sacco a pelo, niente maglione, niente. Avevo solo bermuda e due magliette di ricambio. Era luglio, certo, ma con l’umido dell’erba, anche se c’era il tendone voglio dire, tremavo come una foglia. Così Daniél Arnòt mi ha fatto un cenno con la mano. Ci siamo seduti sulle piccole scalinate dello Sciorba e lui mi ha offerto il suo caffè. Abbiamo parlato un po’, ha detto che a Brindisi lavorava da infermiere. Ci piaceva Fabrizio De Andrè a tutti e due. L’amore sacro e l’amor profano. Daniél Arnòt, che è stato a Bolzaneto per cinque minuti. Ha contato tutto il tempo con le labbra, mentre quelli della celere contavano la gente con le mani. Con le mani li hanno contati.

3.Il minuto trascorso si anima
delle facce nascoste in ritardo
chi s’è morso la lingua per paura
chi ha distolto l’attenzione dal rumore
chi è rimasto attaccato ad un  muro
dividendo in parti uguali la figura.

Perché adesso chi se lo figura
quel piazzale dedicato all’anima
del signor presidente. Il muro
e il sasso che provo in ritardo
a lanciare aspettando un rumore.

Forse i sassi mi fanno paura.
C’è una tecnica, però, della paura
quando vedi suggestiva la figura
degli scudi battuti. Il rumore
l’ho sentito alla rai. Mi anima
la speranza di capire in ritardo
perché  mai mi ricordo di un muro.

Perché a Genova non c’era un muro
Solo mare e collina. La paura
di affogare nell’asfalto. Il ritardo
imputabile ai miei occhi. La figura
di ventenni divise: hanno un’ anima
d’altoparlante. E nascondono rumore

di gente che alla vista del rumore
si allontana per adesso dal muro
e chiede spiegazioni all’anima
delle pubbliche relazioni, alla paura
di ciò che si conosce, alla figura
di un milite in calosce. Sono in ritardo

 i compagni della domenica, in ritardo
chi aspettava  venisse il rumore
dei rametti d’ulivo e si figura
dita e polsi che toccano il  muro
con un nastro di  nero. Fa paura
associare l’immondizia a un’anima

 cancellare le facce in un muro
e lasciare che sia la paura
tutto quello che adesso mi anima

4.È il nove novembre del 2003. Sono a Genova con Camilla e due cani abbastanza provati dal viaggio. Camilla e io stiamo andando verso la macchina. Andiamo via da Genova, con ventiquattro foto del centro, in tre ore da turisti americani. Camilla è stanca di camminare e a me fa male un braccio. A piazza della Vittoria, dietro l’arco di trionfo stile Tito, c’è un giardino fatto a scale, con le aiuole rosse, a forma di àncora. Ci sediamo lì per un po’. Salendo le scale del giardino si vede un enorme palazzo di vetro, che segna il passaggio da viale delle brigate partigiane a viale emanuele filiberto, duca d’aosta. E’ un bel contrasto di nomi e la questura sta proprio nel mezzo. Il palazzo di vetro ospita al suo interno un teatro, un ente pubblico che si occupa di libertà dal bisogno e la banca commerciale italiana. Più avanti, nella zona alta della città, un enorme anfiteatro abitato, anche quello di vetro, sembra chiudere questa specie di ferro di cavallo, dove uno di casa savoia, i partigiani e qualche via laterale dedicata ai caduti della libertà, arrivano lentamente al mare. Di fronte al mare, tutte le strade diventano Corso Italia. L’Italia stessa diventa un corso, con i venditori di borse che oltre piazzale Kennedy risalgono a piedi, fino quasi alle gallerie fuori città. Ci sono crocefissi attaccati ai lampioni, sentenze di bancarotta crocefisse ai muri. E poi il marciapiede arancione, gli stabilimenti, i bar-tortuga e le scalinate, con i loro edifici quadrati, che salgono a strati. Sembra una specie di gerarchia. Anche Corso Italia è una strada che alla lunga sale.

In macchina, fino all’ultimo tratto di Genova, ho pensato che odio il concetto di identità. Lo odio quasi come la gente che ho visto su Corso Italia, il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani. Odiavo tutti, quel giorno: una compagna del liceo incontrata lì, a cui ho stretto il polso, poi è andata avanti; una congregazione di boy scout, che ancora sorrideva, perché avevano tutti imparato a usare il succo di limone. Odiavo quella gente, felice di avere gli occhi arrossati, che lanciava innocue bottiglie di plastica vuota davanti alle inferriate della zona rossa, scattando fotografie. Odiavo i sessantenni e le sessantenni di Pisa, Livorno e Recco, venuti lì dalla mattina con il pullmann organizzato dalla sezione locale di rifondazione comunista. Odiavo chi gridava: ‘Tre presente per il compagno Carlo!’. Odiavo Gad Lerner, arrivato di notte per fare il suo speciale; odiavo i ragazzi degli anni settanta, che parlavano per ore, su quel palco dove avevano raccolto una manciata di bozzoli di pistola. Ma soprattutto odiavo l’elicottero, che per tutta la notte aveva sorvolato piazzale Kennedy: ogni tre minuti un giro d’elica, e tutto quel rumore per filmare. Odiavo le divise schierate sul mare. E lo giuro sulle ceneri di Pasolini, che odiavo la natura di chi le indossava. Odiavo i brigadieri, i finanzieri, i forestali e i penitenziari, le loro facce di amici, con cui uscivo la sera, a diciassette anni, in un piccolo paese del salernitano: odiavo il loro pizzetto fascistoide, le loro fidanzate più o meno eterne, dagli occhiali rifrangenti e gli  stivali a mezza gamba; il loro stipendio da due milioni e quattro, che dai ventitrè anni in poi gli avrebbe regalato una jaguar usata; odiavo il loro unico esame all’università -sociologia- fatto solo per avere il rinvio e provare il concorso di ammissione in un corpo dello stato. Odiavo quella voglia precoce di matrimonio, associata, in loro, a indipendenza; odiavo le loro famiglie;  odiavo quando tornavano al loro paese, sulla spiaggia, nel sole di agosto e sudati, in divisa, solamente per farsi vedere in divisa, facevano le carezze ai cugini, ai nipotini. Odiavo le loro notti insonni, di scorta a un magistrato, le loro scurrili cacce all’immigrato, le loro missioni in medio oriente, non vietate da nessun parlamento, odiavo quando morivano e qualche stronzo, in parlamento, proponeva loro un monumento. Odiavo vedermeli adesso, lì davanti, schierati, con gli scudi, l’armatura e la loro dannata natura. Alcuni, dall’alto su Corso Italia, lanciavano lacrimogeni ancor prima che la minifestazione fosse iniziata. Facevano le prove, le divise, per vedere se i colpi arrivassero fino al marciapiede. Ci arrivavano.

4.È il nove novembre del 2003, ero a Genova, con Camilla e due cani piuttosto provati dal viaggio. Abbiamo lasciato la città da qualche minuto. Passando per la stazione di Quarto, ho ripensato a un tale, di Roma anche lui, conosciuto in treno al G8. Si chiamava, credo, Romano. Sembrava molto giovane, ma era già professore straordinario all’università. In quegli ambienti, diceva lui, l’età è discriminante. Parlandoci in treno era uscito fuori che questo Romano di cognome faceva Bava Beccaris. Senza che nessuno glielo avesse chiesto, confermò di essere un discendente del famoso generale medagliato da Crispi. La sua famiglia, fatta di giudici, notai e avvocati dello stato, aveva un grandissimo studio legale, in via Giulia a Roma. Lo studio lo gestiva uno zio. Nella stanza dello zio era conservata la medaglia dell’antenato. Incorniciata al muro, davanti un’enorme scrivania di quercia, con due piccoli sgabelli di fronte. Se la vedevi in prospettiva, dall’entrata, ti accorgevi che la scrivania era rialzata rispetto agli sgabelli:

‘Ti crea un effetto-Chaplin’, diceva Romano, un po’ imbarazzato: ‘E’ come nel film Il grande dittatore: se uno si siede sugli sgabelli, deve alzare la testa per parlare con chi è seduto dall’altro lato. Anche solo per vederlo in faccia, deve alzare per forza la testa’.

Romano non praticava professioni forensi ma allo studio ci andava spesso: c’era una biblioteca con molti testi di filosofia del diritto, materia studiata dal suo bisnonno. Anche Romano si occupava di filosofia del diritto. Mi spiegò che era venuto a Genova per curiosità, ma anche in difesa di una concezione proceduale della democrazia, che non dimenticasse quello che il filosofo americano John Rawls definiva uso pubblico della ragione. Io, che ero solo triste, non è che ci capissi tanto. Alla stazione di Quarto, dove il treno ci aveva lasciato il venerdi, Romano prese il suo trolley e facemmo un pezzo di strada insieme. Era un bel ragazzo, non portava occhiali e i fine settimana faceva nuoto e calcetto a Villa Albani. Indossava pantaloni rialzati, senza orlo e un’immancabile lacoste gialla Ci siamo ritrovati, io e Romano, il giorno della morte di Carlo Giuliani, a piazza Manin. Avevo preso parte alla manifestazione dei Pink, conclusasi senza incidenti, salvo qualche lancio di lacrimogeni lungo le gabbie della zona rossa. I Pink erano un gruppo di goliardi venuti un po’ da tutta Europa. Cantavano vestiti di rosa, con i parrucconi e le facce colorate; ballavano per la strada al suono di fischietti salsa. Era un gran carnevale, la manifestazione dei Pink. Sono sceso con loro fino alle inferriate e poi, dopo che gli occhi hanno lacrimato, mi sono mosso anch’io verso Piazza Manin. Il grosso dei manifestanti si era dato appuntamento lì. Poco prima di arrivare, ho visto un gran casino in fondo alla salita: le divise avevano caricato. A piazza Manin sanguinavano anche i poveri cattolici della rete Lilliput, che nonostante le botte facevano ancora i cordoni per fermare qualche gruppuscolo di esagitati. Quando incontro Romano la carica è finita. Ogni tanto ritornano le divise. E la gente a piazza Manin si siede per terra e alza le mani. E’ un segno di pace ma i capi delle divise non capiscono se quella sia una minaccia o cosa. Restano fermi e si guardano nelle visiere. Poi ordinano di fare marcia indietro. Spariscono. Per piazza Manin passano anche dei ragazzini, a gruppi di sei-nove persone, ragazzini calabri e pugliesi con bastoni di legno e fazzoletto in bocca. Tutti gli gridano cose brutte: ‘Stronzi bastardi! Via via!’. E quelli pure spariscono, con un sangue sincero negli occhi, come se  qualcuno li avesse traditi.

Romano secondo me non sta bene. Si tocca spesso la testa e  si sforza di non ridere. Però non ci riesce: ride come un forsennato e abbraccia tutti quanti per la strada. Dice che ha preso una botta in testa, dieci minuti prima. Dice che se l’era andata a cercare, la cercava da quando è arrivato a Genova. L’episodio: durante gli scontri due ragazze sorridenti non riuscivano a salire per le scale là vicino. Per le scale molti avevano trovato una via di uscita, già allo scoppio dei primi lacrimogeni. Le due ragazze sorridenti invece, erano rimaste ferme, di spalle, inginocchiate davanti a un muro. Una è finita all’ospedale.  Romano a quel punto si era avvicinato al muro. Voleva solo ‘ribadire’ che un pubblico ufficiale non dovrebbe prendere a calci a quel modo uno che sta fermo per terra. Trattavasi, a suo giudizio, di un gesto ‘arbitrario’ e attuato ‘in eccesso di potere’, che oltrepassava di gran lunga ‘quello che Max Weber definiva uso legittimo della violenza’. Un discorso lucido, viste le circostanze. Del resto le divise, sentendosi strattonare alle spalle, si erano messe a colpire alla cieca. E Romano, che stava là dietro a voler ribadire, i suoi occhi per un po’ hanno girato. Poi è finito per terra. In quello stesso momento, che a piazza Manin Romano cadeva, a Via Giulia, città di Roma, nello studio di suo zio: i grandi lampadari di cristallo cominciarono a tremare e senza un filo di vento, qualcosa cadde in terra sordamente. Lo zio di Romano dovette sporgersi non poco dalla grande scrivania di quercia, aveva quasi il culo alzato. Vide allora il quadro per terra, spaccato; la medaglia del famoso antenato, messa al muro con tanto di sfondo rosso e cornice d’oro, anche quella si era spaccata. La testa di Romano, invece, non era grave. Solo un taglio. In cinque minuti era già in piedi e adesso, che  nella minuscola piazza Manin tutti lo guardavano e gli davano pacche sulle spalle e volevano sapere da lui cosa fosse successo; adesso che sentiva calore insieme a dolore e i suoi occhi erano pieni di luce, nonostante il sangue gli gocciasse dappertutto; adesso Romano era felice. E la voce gli tremava. Mise in piazza, a voce alta, l’intera scena del pestaggio, con un senso di partecipazione che davvero gli proibiva di essere ‘equo’, o ‘ragionevole’. Alla faccia di Max Weber

e di Carlo Schmitt
alla faccia scura di un writ
alla faccia di Kelsen e
della teoria pura

Alla faccia della giustizia
che giustifica la storia
e di quella che senza paura
non ha memoria

Romano Bava Beccaris, professore straordinario di filosofia del diritto, risultato primo in Italia all’abilitazione per avvocato, primo in Italia al concorso in magistratura tenutosi lo scorso inverno; Romano Bava Beccaris, ventisette anni a gennaio, che nelle cene di famiglia aveva più volte tenuto per i coglioni una sfilza di avvocati dello stato, compreso lo zio; Romano Bava Beccaris, che  in quel momento avrebbe stracciato le sue tre monografie e l’imponente mole di articoli e note a sentenza pubblicati sulle riviste della corporazione; avrebbe dato, in quel momento, la sua intera collezione di francobolli, le medaglie vinte al nuoto e il secondo posto al torneo di calcio a cinque ‘Villa Albani’; il suo stesso formidabile cervello, avrebbe dato, in cambio di un sasso.

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