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Groppi d’amore nella scuraglia, la nuova vita del libro di Tiziano Scarpa

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«A chistu munno / chi ce mantene la bellezza ce cumanda. / Ma puro chi ce mantene lu pauro ce cumanda […]»

Ho letto per la prima volta Groppi d’amore nella scuraglia  di Tiziano Scarpa(Einaudi 2020), nel 2008 o forse nel 2009 quando me ne regalarono una copia. Me ne innamorai subito e tra le sue pagine commoventi, magiche e divertenti sono negli anni tornato molte volte, per rileggerlo tutto daccapo, per cercare un verso, per ritrovare quel passaggio tra buio e luce che solo una lingua e una storia inventate sanno creare. Il fatto che Einaudi decida di ripubblicarlo nella bianca poesia, in una nuova edizione, è motivo di felicità per il lettori ma è anche una scelta editoriale importante.

Prima di tutto perché il libro è un libro di poesia e poi perché è storicamente la poesia a inventare le parole nuove, a trovare tutte le combinazioni possibili tra linguaggio e fantasia, come in questo caso. Il poemetto è evidentemente un’opera scenica – nel tempo è stata recitata con grande successo a teatro – e dal forte impatto visivo. I personaggi, da Scatorchio a Sirocchia, balzano fuori come se fossero su  un palcoscenico e li vediamo saltellanti davanti ai nostri occhi come se vivessimo noi stessi nel paese creato da Tiziano Scarpa. I protagonisti li percepiamo come se da un momento all’altro potessimo toccarli.

Si tratta senza dubbio di una questione empatica, e anche di psicologia della percezione, ma soprattutto si tratta di abilità di scrittura, questi versi, Tiziano Scarpa, li ha scritti e un po’ li ha disegnati. Ha visto chiaramente chi fossero gli attori e come dovessero parlare, con che tempi e con che suoni, è sceso nei loro panni e nei loro cuori, a quel punto li ha messi nel poemetto e, leggendo, dentro a questa festa mirabolante siamo finiti anche noi. Ora possiamo finirci di nuovo.

Sirocchia mia, / quanto si brutta a la lampa, / ma quanto si bella a l’immaginata. / Picché l’immaginata iè più verace de la lampa […]

La premessa su cui poggia l’architettura del libro è ribadita, in questa edizione, da Scarpa in una nota breve posta tra la fine del poemetto e un nuovo testo in chiusura – anche questo scritto in lingua scuragliese –; la prima stesura del libro è del 2004, l’autore ricorda di essere stato molto colpito dalle numerose manifestazioni che avvennero in quel periodo in alcuni luoghi dell’Italia del Sud, da Acerra a Scanzano jonico.

A quel tempo le proteste contro i rifiuti tossici, la costruzione degli inceneritori per lo smaltimento dei rifiuti, coinvolgeva tutti, questo ha acceso in Scarpa la lampadina. Per strada c’erano madri con bambini, c’erano i vecchi. Quelle giornate le ricordano molti di noi, quasi le pensiamo con nostalgia, anche perché quel problema non è scomparso, è però taciuto, almeno nella narrazione della politica e della cronaca quotidiana. A quel punto Scarpa, che è dotato di fantasia non comune, si è posto una domanda, ovvero come affrontare un problema così serio, rilevante per intere comunità, senza piombare nella retorica, senza usare un registro documentaristico.

La risposta è stata: inventando. Inventando un luogo che non c’era, raccontandolo in una lingua nuova. La lingua trae origine almeno per un fatto di suoni e di lontana somiglianza ad alcune varianti del dialetto abruzzese, a qualcosa del marchigiano, a qualcosa che appartiene alle lingue antiche da far risalire al medioevo, o a chissà quando, ma sono solo caratteristiche che attribuiamo mentre ancora ci stupiamo.

So sulo. / So sulo cumpleto. / Sò sulo cumpleto comme l’albergo de lu paese, / che iè pieno de cammere diserte / adduve nun ce s’addorme nissuno. // So sulo lu mattinato. / So sulo lu pumiriggio. / So sulo la notte nottosa. // Ne la notte nottosa / tabarrata de la scuraglia / Sirocchia ce se groppa d’ammure cu Cicerchio. / Cicerchio ce se groppa d’ammure cu la Sirocchia mia. / Siorcchia nun me ce vole ppiù. […]

I versi sono il lungo meraviglioso monologo di Scatorchio che, per amore – sì per amore – perché teme il suo rivale Cicerchio, aiuta il sindaco a trasformare il paese in una discarica. Scatorchio parla con Sirocchia, ci racconta della vidova Capecchia, lu nonno. E a questi alterna dialoghi con gli animali che ci somigliano e ci insegnano: lu cane canaglio, lu gatto gattaro, lu surcio pantegano (il prediletto di chi scrive). Infine Scatorchio parla e un po’ prega, dicendo alla Madonna, a Gesù a Iddio Patro. La questione attuale, lo smaltimento dei rifiuti, viene declinata in preghiera, in canto, in musica, in farsa, e viene trascinata fuori dal tempo così come lo conosciamo. Scarpa la consegna ai lettori a venire in qualunque posto e anno si trovino. Non è questione da poco.

[…] Lu surcio pantecano / ce ne strufigna ne li pozzanghi de muffo. / Tene lu pelliccio appurcato / de tutte le prufume de lu munno. // Tene invidio de li carezzi / de lu nimico suo / lu gatto gattaro. / Lu gatto gattaro tene lu brevetto de li carezzi, / ce lu sape comme ce se furfeno li carezzi / a li fimmeni d’ommeno. // Tutto lu cuntrario de lu surcio pantecano / che nun sape li prifirinzi de li fimmeni d’ommeno. / Accussì ce appurta tutte le prufume de lu munno / pastate su lu carcasso suo pilloso, / picché la fimmena ce se pigliasse / lu profumo che ce appiace / e intanto lu ciancasse de carezzi. […]

L’opera intera di Tiziano Scarpa è pervasa da una sorta di magia, che si tratti di poesia o di prosa. Mi è sempre parso che lo scrittore veneziano cercasse un metro che gli consentisse di misurare la realtà in un altro modo, scomponendola e dandole un nuovo assemblaggio, forse più sopportabile e – di sicuro – meno ancorato alle cose terrene. Dagli aforismi di Corpo allo struggente Stabat Mater fino al recentissimo La penultima magia, passando per le poesie di Le nuvole e i soldi (tutti editi da Einaudi) e di Una libellula in città (minimum fax) o per il celeberrimo Venezia è un pesce (Feltrinelli, anche questo in nuova edizione 2020), tutto esiste certo, ma tutto può essere raccontato attraverso la lente dell’immaginazione e meglio può essere compreso cambiando il punto di vista, l’angolo di visione.

In questa direzione va anche il testo che Scarpa ha aggiunto nell’edizione di quest’anno, testo che a un certo punto recita: «Picché lu fantasmo iè nu coso / che tene abbisogno de tutto lu munno». E tutto lu munno abbisogna dei fantasmi, a quanto pare.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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