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Guardando ovunque. Gli straordinari racconti di Grace Paley

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Amo Grace Paley al punto che una volta ho tentato di catturare (per poi usare) il suo sguardo e di chiuderlo dentro una  poesia. L’ho presa come se fosse ancora viva (e non lo è?) e l’ho portata a Napoli, in pieno centro, davanti alla chiesa dello Splendore di Montecalvario. Volevo vedere che effetto potesse avere la capacita di osservazione, di sintesi, di empatia, di lucidità, spostata da New York (teatro vivente di tutta la sua opera) a Napoli; la mia città d’origine, vitale e piena di gente e voci proprio come nel Bronx, ma voci di un coro molto diverso.

L’ho immaginata mentre assisteva a una scena le cui protagoniste erano due donne del popolo (come si soleva dire, quando la parola popolo aveva un vero significato) e gliela ho fatta commentare, ricopiando la sua umanità. La poesia è questa:

Ho sempre creduto alle somiglianze
e vedo queste donne così distanti
da me, così uguali, cosa dovrebbe,
mi domando, distinguerle da me?

Stanno sull’uscio di una bottega
e discutono a voce alta, si capisce
che non è una lite, è volersi spiegare
una è grassa e ha il rossetto rosa,

mi fermo alla chiesa dello Splendore
e sono morta lo so, guardo ovunque
come ho sempre fatto. L’altra indossa
gli orecchini a cerchio, a volersi spiegare.

“guardo ovunque” e il due volte ripetuto “volersi spiegare”, mi aiutano a cominciare in maniera quasi intima quello che dovrebbe essere un pezzo su Tutti i racconti di Paley, appena pubblicati in un unico volume da Sur, per la nuova (splendida) traduzione di Isabella Zani.

Grace Paley guardava ovunque sul serio. Lo faceva dalle cucine, stando sopra a vecchi divani, affacciandosi alla finestra, portando i bambini al parco, bevendo, chiacchierando con le amiche, facendo l’amore, divorziando, mettendo a tavola i mariti attuali con gli ex-mariti, raccontando i figli andati e i figli a venire, di tassisti e di ubriaconi, di poeti e di genitori, di guerra e d’amore, di grattacieli e di case fatiscenti, di puttane e di ragazzini, di uomini perduti e di donne ritrovate. Guardava ovunque e per questo ci ha visti, perciò raccontando le storie della sua città non ha fatto altro che raccontare le storie di ciascuno di noi.

Volersi spiegare è la voglia estrema di farsi capire, è il tentativo più alto di coinvolgimento attraverso le parole; è la restituzione di tutti gli stati d’animo attraverso la scientificità della lingua. Grace Paley è perfettamente in grado di raccontarmi due napoletane che discutono, così come sarebbe capace di dirmi le vite dei due anziani che camminavano davanti a me, stamattina sul Ponte dell’Accademia.

In me tra il sapere e il raccontare passa un tempo lunghissimo.

Sono quarantacinque i racconti compresi nel volume e rappresentano l’intera opera narrativa dell’autrice americana (Paley, ricordiamolo, è stata anche una poeta meravigliosa e grande saggista) e arrivano da tre raccolte diverse che, a loro volta, coprono più di quarant’anni di scrittura, si va dalla seconda metà degli anni cinquanta alla metà degli anni ottanta. Quarant’anni di storie familiari e di battaglie per i diritti civili davanti ai nostri occhi, qui e adesso.  Quarant’anni di persone, di come sono stati gli americani e di come saranno, tutto nella lingua colloquiale e precisa di Paley. L’apparente semplicità con cui i personaggi vengono messi in scena e poi dialogano ci arrivano dal suo talento smisurato e dalla sua capacità rara di pesare le parole, una per una. Non c’è un solo termine nelle storie di Paley che non venga a bussarti al cuore, ad aprirti la mente, a farti prendere parte alle vicende di Faith (uno dei personaggi ricorrenti) e delle sue amiche, a provare empatia per un qualunque Jack, per una Lucy, per lo straziante Samuel, per Dotty, per Richard, chiunque siano, perché è come se fossero stati sempre lì.

Chi ama i racconti, la narrativa americana, non potrà rinunciare a questo volume. Grace Paley per importanza e bravura vale un Raymond Carver, è sorella di Donald Barthelme, è amica di tutti noi. O come scrive George Saunders, nell’illuminante e commovente introduzione a questo volume, è l’amica “che ci fa venire voglia di tornare nel mondo e guardarlo meglio, con più tenerezza.”; perché Paley ci ha mostrato dettagli che ci sono sfuggiti, ci ha fatto vedere le persone che abbiamo trattato male, ci ha fatto venire voglia di domandare perdono, ci ha fatto desiderare di tornare sui nostri passi.

Ci ha commossi per sempre e, così facendo, ci ha risolti. Se dopo aver letto Paley non diventeremo persone migliori sarà solo per colpa nostra; ma anche i più disattenti tra di noi saranno diventati lettori più pronti, più aperti.

Ho visto il mio ex marito per la strada. Io ero seduta sui gradini della biblioteca nuova. Ciao, vita mia, ho detto. Siamo stati sposati ventisette anni, perciò mi sentivo autorizzata. Lui ha fatto: Cosa? Quale vita? La mia no di certo. Io ho fatto: Ok. Se c’è vero dissenso, non mi metto a litigare. Mi sono alzata e sono entrata in biblioteca per vedere quanto dovevo.

È lo straordinario incipit di Volere e non volere, uno dei miei racconti preferiti. In quello che mi sentirei di definire il metodo Paleyano, inquadriamo da subito molto del passato condiviso dai due personaggi e capiamo come scrive Grace Paley. Ammirate il passo, sentite il ritmo. Paley non imposta quasi mai i dialoghi in maniera tradizionale, ma li scrive senza interrompere il flusso narrativo, perché quasi sempre il dialogo è tutto il racconto. La frase “Se c’è vero dissenso, non mi metto a litigare” è la sintesi del pensiero della scrittrice americana, per lei il confronto è tutto, per questo i suoi personaggi anche quando litigano non fanno altro che parlare e quasi ballano dentro la capacità d’invenzione di chi scrive. Si dicono le cose più tremende o le più divertenti o le più sexy in un modo che è molto vicino alla carezza, distante dallo schiaffo, dalla rissa. A Paley interessa rendere l’umanità della maggior parte delle persone che esce di casa per lavorare e tornare di sera, stare lì col peso dei giorni e delle cose davanti e non sapere che fare.

Ci sono figli che se ne sono andati, mariti che spariscono di colpo per poi tornare, amiche che non si sanno perdonare, relazioni che non hanno apparentemente senso, persone di mezz’età che non sanno ancora rinunciare, per fortuna. Ci sono donne e uomini che chiedono di amare e di essere amati. Ci sono le battaglie civili, l’America delle guerre e lotte del movimento femminista, ci sono moltissimi bambini. Ci sono canzoni e poesie. Tutto avviene sempre contemporaneamente, perché così vanno le cose.

Il racconto Amore comincia così: “Prima ho scritto questa poesia:”, segue una breve poesia e la protagonista che dice: “Poi ho detto a mio marito: Ho appena scritto una poesia d’amore. Che bella idea, ha detto lui”. È un racconto di sole quattro pagine eppure dentro c’è il mondo intero. Ci sono un uomo e una donna che vivono insieme, vengono da altri matrimoni o relazioni dalle quali hanno figli, si interessano di politica e di scrittura, sono in un periodo di ristrettezze economiche, discutono di ogni cosa, dal movimento sindacale ai vecchi amori, si prendono in giro. Ci sono due poesie.

Uso da tempo questo racconto nei laboratori di scrittura per mettere in evidenza gli elementi in comune tra la poesia e il racconto breve. Una volta una ragazza mi ha detto: “Faccio fatica a seguirla, ci sono troppe cose in poco spazio, non capisco come faccia ad arrivare da A a B”. Le ho risposto che Paley non va da A a B, non le interessa; Paley è A e Zeta nello stesso istante, tutte le volte. Poi le ho letto un passaggio dal racconto “Una conversazione con mio padre” in cui è la scrittrice stessa che le risponde, dialogando col padre che le chiede, per una volta, di scrivere un racconto tradizionale. Lei prova ad accontentarlo, ma non ci riesce e dinanzi alla richiesta di tragedia, risponde: “Tutti, veri o inventati, meritiamo una vita dal destino aperto”.

L’operazione che ha compiuto Edizioni Sur, ripubblicando Tutti i racconti di Grace Paley, è di straordinaria importanza editoriale, ma soprattutto letteraria, non aveva alcun senso che una delle più grandi scrittrici di storie brevi del novecento non si trovasse più in commercio.

Hai ragione, hai ragione. Su questo sono con te, ho detto. Ora tu non devi far altro che essere con me.

Parafrasando l’incipit di una sua poesia molto bella dico: Grazie a Dio c’è Grace Paley o saremmo tutti perduti.

Gianni Montieri ha pubblicato: Avremo cura (Zona, 2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani e nel numero 19 della rivista Versodove. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). Scrive di calcio su Il Napolista e di letteratura su Huffington Post. Collabora con, tra le altre, Rivista Undici, Doppiozero e Minima&moralia. È redattore della rivista bilingue THE FLR ed è nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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