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Guardiani del sonno

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(fonte immagine)

Questo articolo è uscito sul n. 9 della rivista Osservatorio Outsider Art, che ringraziamo.

L’altro giorno, parlando in aula insegnanti della vita che facciamo ogni giorno e sghignazzando, un collega mi ha detto: «Superati i quarant’anni i momenti di convivialità si riducono più o meno a quando vai con gli amici a correre».

Gli ho risposto che io invece gioco a calcetto. Anzi, giocavo. Non ci vado più da sei mesi perché tornavo a casa sempre con le ossa rotte e tutte e due le caviglie gonfie. “Prima o poi mi portano fuori dal campo in barella”, ho pensato una mattina di sei mesi fa, appena sveglio. La sera prima avevo fatto una partita. Ho dunque avvertito i miei compagni di squadra che per un po’ non sarei andato a giocare. Ho detto: «Per sopravvenuti impegni familiari». Improrogabili, ho detto.

Ci sono altre cose, pensavo poi, che succedono superati i quaranta: hai ogni tanto la pretesa di aver capito tutto della vita; se c’è una cosa che non ti va giù e mal sopporti, non ce la fai proprio a trattenerti: ti incazzi, sbraiti e mandi a cagare chiunque; se guardi le date di nascita dei tuoi studenti hai la prova certificata che sei un uomo del secolo scorso; e dunque, di conseguenza, se ti viene in mente un ricordo di quando eri ragazzo, devi constatare che sono passati più di vent’anni. Per lo più stenti a crederci, fai in fretta due conti, provi a imbrogliare le carte, per poi ammettere che è proprio così. Più di vent’anni.

Sono nato e cresciuto a Messina, ci torno spesso a trovare amici e familiari, ma non vivo lì dal 1990. A Giovanni Cammarata non pensavo da un sacco di tempo. Poi, un paio d’anni fa, durante un incontro pubblico dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, ho visto le foto della sua casa di Maregrosso. Un po’ stupito ho appreso che c’erano degli studiosi che parlavano di Giovanni Cammarata come di un artista la cui opera andava salvaguardata. Anche perché, per una serie di atti sciagurati, di quel piccolo edificio posto nella periferia industriale di Messina è rimasta in piedi solo la facciata, tantissime opere sono state distrutte o depredate e il resto della casa è stato raso al suolo per realizzare il parcheggio di un supermercato.

Quando avevo circa sedici anni io e i miei amici non avevamo mai sentito il nome di Giovanni Cammarata. Conoscevamo però benissimo la sua casa e sapevamo che era abitata, curata, lavorata da un tizio che tutti chiamavano ‘il puparo’. Ma non era un vero puparo, veniva chiamato in quel modo perché la sua casa, dentro e fuori, era piena zeppa di figure, sculture, immagini, alcune delle quali di aspetto antropomorfo, da lui costruite con i materiali più disparati.

Messina è una città bella grossa, con più di duecentomila abitanti, però quella casa era una specie di piccola leggenda popolare nota a tutti. Ma proprio tutti. Stava nei racconti di adulti e ragazzi dell’intera città come il bosco o la casa della nonna di Cappuccetto rosso stanno in quelli dei bambini. Pochissimi, forse nessuno, avrebbe mai pensato potesse diventare oggetto di studio per storici dell’arte perché pochissimi allora si erano accorti che Giovanni Cammarata era davvero un artista.

La casa del puparo era per noi solo un posto strano messo su da un tipo strano, vivo, realmente esistente, ma che non ci era mai capitato di vedere in faccia. Forse un mezzo matto o giù di lì, non ne sapevamo granché.

Messina in quegli anni non offriva chissà quali svaghi. C’erano dei pub, le pizzerie in cui andavamo di sera a mangiare e a bere qualche birra. Poi, all’uscita, non si sapeva bene come passare il tempo. Un miscuglio imprudente di alcolici e fumo ogni tanto faceva collassare qualcuno. Si aspettava sul bordo di un marciapiede che gli passassero tachicardia e paranoie. Alcuni amici, un po’ più grandi, avevano già la patente e la macchina, ma la maggior parte andava in giro in vespa o in moto. Se oggi il casco è obbligatorio, allora era quasi sconsigliato indossarlo. Il casco lo metteva, di solito, chi andava a fare rapine.

Eravamo figli di una media borghesia senza grandi patemi. Alcuni di noi avevano dei sogni, che con difficoltà trovavano espressione in una città sonnolenta e, a parte qualche rara eccezione, con pochi sussulti, pochi slanci in avanti, quasi nessuna iniziativa. Per questo molti progettavano di andare via prima possibile. Intanto, seduti su un muretto, si tirava tardi la sera, perdendo un sacco di tempo a chiacchierare. Spesso saltavano fuori racconti di paura, con le solite leggende metropolitane: case infestate dai fantasmi, cimiteri in cui si raccontava che qualcuno fosse andato per sfida e ne era morto di crepacuore, e così via.

Era Sciascia, se ricordo bene, che introducendo un volume curato da Francesca M. Corrao scriveva che in Sicilia, quando era piccolo, ai bambini si raccontavano due tipi di storie: le storie comiche come quelle di Giufà o di San Pietro, che rendevano buono il sangue, e le fiabe, terribili, truculente, piene di figure paurose, che il sangue invece avevano la potenza di renderlo guasto.

La casa del puparo per noi era solamente una specie di leggenda notturna. Del secondo tipo, di quelle che gelano il sangue.

Quando la noia arrivava al culmine, ci si era stancati di fare delle chiacchiere su un muretto ed era passata da un pezzo la mezzanotte, poteva capitare che si prendessero macchine e moto per fare un giro. Lo scopo ufficiale era andare a mangiare i cornetti caldi. Ma, a seconda del ‘forno’ dove si decideva di prenderli, c’erano tutta una serie di possibili tappe accessorie: luoghi panoramici sullo Stretto; piazze deserte in cui mettersi a fare stupidate; la banchina del porto, dove stare a guardare pescatori con i secchi quasi sempre vuoti; case che, appunto, si diceva fossero infestate dagli spiriti e, all’estrema periferia della città, in una zona totalmente isolata, molto mal frequentata, in mezzo a un deserto di capannoni industriali e discariche, ‘la casa del puparo’.

Più di una volta, mi ricordo, siamo andati a visitarla in piena notte, subito dopo esserci fermati a prendere un cornetto di fronte alla sede della Gazzetta del Sud, il maggiore giornale cittadino. La Gazzetta del Sud era proprio un passaggio, una specie di soglia: al di qua una città in qualche modo conosciuta, in cui ti sentivi appaesato; al di là, l’inquieto spaesamento dato da un quartiere quasi del tutto vuoto di presenze umane, nel quale l’unità abitativa prevalente era la ‘baracca’, costruzione abusiva a un solo piano – eredità e traccia sempre viva del terremoto del 1908  – senza allacci fognari, facilmente infestata da topi e scarafaggi, tirata su per lo più con materiali di risulta, comunque ibridi, e sovrastata da un tetto in lamiera o di eternit. E una ‘baracca’ credo fosse anche la casa di Giovanni Cammarata.

Da quelle parti ti sentivi insicuro. Ti sembrava il posto ideale per chissà quali traffici illegali. E in mezzo, ad aggiungere inquietudine a inquietudine, proprio quell’abitazione bizzarra, con esposte all’esterno una sarabanda di figure strane.

La illuminavamo con i fari, scendevamo dalle macchine o dai motorini, ci avvicinavamo a scrutare quelle figure che nella semioscurità ci apparivano misteriose, mentre immaginavamo chissà quale pericolo imminente. Perciò, provato quel po’ di brivido, si andava via in fretta: il pericolo lo volevi sfidare ma non avevi proprio nessuna intenzione di trovartelo davanti.

Di giorno non capitavamo mai da quelle parti, avevamo percorsi totalmente diversi, tutti i nostri giri avvenivano al di qua di quella soglia, nella parte di città in cui ci sentivamo più protetti. All’immagine notturna della leggenda paurosa non siamo mai stati capaci di sostituire quella diurna della generosità.

Oggi invece sappiamo che Cammarata aveva proprio l’intenzione di immettere un po’ di bellezza in un luogo segnato dall’abbandono e dal vuoto urbanistico, di una bruttezza disperante. Pensava di rendere un servizio alla città. Ho letto anche che nell’ultimo periodo della sua vita era andato oltre gli spazi limitati della sua abitazione e aveva incominciato a dipingere scene omeriche sui muri dei capannoni circostanti.

Ma forse quelle figure, quelle immagini, i colori stessi con cui Cammarata decorava la sua casa erano anche sentinelle, messe di guardia a contrastare ogni minaccia. Per quell’uomo che abitava lì dentro noi stessi, senza rendercene conto, eravamo possibili aggressori. Qualcosa di più che un odioso disturbo. In quella terra di nessuno, Cammarata doveva abitarci giorno e notte, a lui non era concessa la fuga. I miei ricordi rispecchiano tutta la crudeltà che la città ha saputo riservargli.

Negli ultimi anni della sua vita, infatti, c’è anche stato chi non si è limitato a guardare la casa, ma è diventato davvero molesto, lanciando petardi, minacciandolo di morte e devastando le sue opere. Lui parlava pubblicamente di queste minacce, facendo capire che non erano disturbi casuali ma vere e proprie intimidazioni. Più che le fantasie persecutorie di un personaggio un po’ strambo oggi quelle dichiarazioni appaiono proprio come puntuali denunce. Evidentemente c’era qualcuno che aveva interesse a minacciarlo, un interesse dovuto al lucro, alla speculazione, di cos’altro poteva trattarsi!

Intanto lui costruiva di giorno quello che, forse, soprattutto di notte gli avrebbe dato un po’ di conforto.

Sembra una specie di destino. Ci sono degli uomini, dall’irriducibile singolarità e capaci di coltivare pienamente le proprie visioni, che prima o poi diventano una specie di bersaglio per ogni tipo di aggressione. Come se la comunità in cui vivono se ne sentisse attratta per risolversi infine a reagire a quell’anomalia colpendo ferocemente per far male.

Chissà se mai si è messo a dialogare con i suoi fantocci. Chissà se, come è successo a Geppetto, magari proprio nel freddo di una serata di pieno inverno, qualche volta uno di quei pupi, esseri immobili e muti, non si sia animato e abbia incominciato a parlargli.

Pensando al buio, alla notte, alla paura, mi viene in mente mia figlia, che ha sei anni. L’altra sera si è fatta coraggio e ha deciso di provare ad addormentarsi da sola leggendo a voce alta qualche storia e guardando le figure dei suoi libri, mentre noi eravamo dall’altra parte della casa. Quando sono andato a vedere se aveva preso sonno l’ho trovata che dormiva, con attorno una vera e propria popolazione di pupazzi. Decine, tutti quelli che possiede, nel letto, a circondarla. Li ho immaginati come una folla di spiriti buoni, guardiani del sonno.

Mario Valentini è nato a Messina nel 1971, vive a Palermo. Molti suoi racconti e articoli sono stati pubblicati in rivista (Il semplice, Fernandel, Il caffé illustrato, Mesogea, Margini), in diverse antologie, in riviste on-line. Ha fatto parte del gruppo che realizzava Il Semplice, messo insieme e guidato da Cavazzoni e Celati. Ha portato in scena lo spettacolo di letture ad alta voce Animali Parlanti con Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia, Alfredo Gianolio, Ivan Levrini, Paolo Morelli, Paolo Nori e altri. Tiene laboratori di scrittura narrativa. Insegna nella scuola statale. Ha collaborato con l’edizione palermitana de La Repubblica. Ha pubblicato i libri Voglia di lavorare poca (Portofranco, 2001) e In certi quartieri (Mesogea, 2008). Fa parte del comitato di redazione della casa editrice Mesogea, per cui ha progettato (e segue in particolare) la collana Petrolio, e di cui è editor.
Commenti
3 Commenti a “Guardiani del sonno”
  1. Sonia scrive:

    Mi hai toccato il cuore.leggendo..uno balzo indietro di 20 anni..I miei i nostri.grazie

  2. Bellissimo articolo, molto sentito.

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