Cristiano de Majo Guarigione

Padri e figli: su “Guarigione” di Cristiano de Majo

Cristiano de Majo Guarigione

Questo articolo è apparso in forma ridotta su L’Indice di aprile 2015.

C’è una frase di Fortini che mi tornava in mente leggendo Guarigione di Cristiano de Majo: “la sola storia che conti davvero, la sola veramente traumatica è quella cui dobbiamo la nostra nascita”. Mi sono sempre piaciuti quei libri in cui il narratore è mosso da una, più o meno esplicita, volontà di sapere cos’era il mondo prima di lui. Cosa, in particolare, ha reso possibile quello stesso soggetto che ora si interroga sulla propria origine. Cosmogonie private ben diverse dall’autobiografia: sono storie, cioè, in cui lo sguardo rivolto alla traumatica “eternità fatta di tenebra” che precede la nascita è attraversato da un desiderio che ha l’urgenza e l’onestà di cui parla Fortini. Ma è anche uno sguardo che, come l’osservatore del gatto di Schrödinger, ha il potere di cambiare la natura dell’oggetto scrutato. Quel particolare passato, proprio perché traumatico, non potrà che, allo stesso tempo, essere e non essere reale, sempre immanente e sempre perduto. Questa presa in carico del rischio vale anche per il libro di de Majo, per quanto Guarigione racconti esattamente l’opposto: ciò che vediamo qui non è la nostra nascita (cioè quella del narratore), ma la loro, quella dei figli.

Ho letto Guarigione questo inverno, in mezzo a un complicato trasloco. Complicato, va detto, solo per la mia pigrizia: non è che, materialmente, ci fosse molta roba da trasportare. Smantellando la stanza in cui abitavo in una casa con altri due coinquilini – come un fuorisede decisamente fuori tempo massimo, a sentire la mia ragazza laureata alla Facoltà delle Brutali Verità – mi rendevo conto con lovecraftiano orrore di possedere quasi soltanto libri. Quando erano entrati tutti quei libri nella mia vita? Come avevano fatto? E che me ne facevo adesso? Mentre li mettevo negli scatoloni, però, prendevo coscienza anche di un’altra cosa. Che c’era ben poco d’altro che mi interessasse portare nella casa nuova (sempre in affitto, ma questa volta tutta per me): c’era ben poco d’altro letteralmente.

Guarigione è il resoconto di una manciata di anni della vita di de Majo: all’epoca poco più che trentenne, Cristiano non aveva mai nutrito particolari desideri di paternità, ma la remissione di un tumore al testicolo lo convince a cercare un figlio con la compagna  – “era lo scampato pericolo di non riuscire a essere padre che mi fece venire voglia di avere un figlio, o qualcosa che aveva a che fare la naturale evoluzione di un rapporto, o ancora la fatica spesso insopportabile di essere sempre e soltanto figlio?” Nascono due gemelli. Gemelli, ma non identici: uno dei due è affetto da una malattia che rende chi ne soffre particolarmente vulnerabile a qualsiasi lesione cutanea e che nei casi più gravi costringe i bambini a una vita durissima, coperti di piaghe e bende protettive. L’esatta diagnosi della malattia e il suo decorso verso un’eventuale guarigione, o almeno un’attenuazione, occupa i primi anni di vita del piccolo e tutto il libro.

Mentre, nella casa nuova, sfasciavo i libri dalle loro culle di cartone mi chiedevo se davvero erano quelli gli unici beni che ero riuscito a mettere insieme in questi anni. Li posavo a terra, impilandoli in colonnine alte più o meno un metro, contro i muri. Non avevo ancora comprato delle librerie.

Sempre più sconfortato (non ne sarei mai venuto a capo), intimamente rassegnato a vivere in quella condizione precaria per mesi e mesi (e già me la stavo facendo piacere: “In fondo non stanno male, i libri così. Certo, non è il massimo della comodità, però, dài, hai un che di hipster-chic…”), mi capita tra le mani il grosso tomo dei Saggi di Montaigne. C’è un saggio, quello in cui racconta dei suoi calcoli renali, in cui Montaigne si stupisce di come certe malattie si trasmettano di padre in figlio. Anche suo padre, infatti, soffriva del “mal di pietra”: “dove covava da tanto tempo la predisposizione a questo difetto? Così nascosto che quarantacinque anni dopo io abbia cominciato a risentirne? solo, fino a questo momento, tra tanti fratelli e sorelle, tutti d’una madre. Chi mi spieghera questo processo, gli presterò fede per quanti altri prodigi vorrà”.

Che cos’è Guarigione? Non è un romanzo, privo com’è di elementi finzionali, né quindi autofiction. Non è un memoir: per quanto sia anche il memoriale di una malattia non è quello il cuore del libro, tanto meno innesca quei meccanismi ricattatori tipici della memorialistica del genere. Guarigione non è un saggio in senso stretto – o almeno nel senso che comunemente si dà a questa parola oggi, cioè l’esposizione e la dimostrazione di una tesi.

Guarigione è un libro pieno di cose, aneddoti, temi, incrociati col passo divagante e inquieto di chi mette alla prova i propri ragionamenti. Le ascendenze più immediate sono evidenti: Sebald, Sontag, Teju Cole, Philip Forest, ma soprattutto Carrère e Joan Didion, una  genealogia esplicitata dal testo stesso nelle tante pagine di riflessione dedicata a questi autori. Se non ricordo male, però, Montaigne non viene mai citato direttamente. Eppure Guarigione, come gli Essais, si sarebbe potuto aprire con l’avvertenza che “Questo, lettore, è un libro sincero”: anche qui si tratta di lasciare un ritratto il più possibile onesto di sé a disposizione di amici e famigliari. La sincerità è decisiva dal momento che il libro è la risposta alla “responabilità di dare ai miei figli un passato. L’onere di costruire per loro una storia che fosse il più possibile priva di omissioni”.

Quasi ogni pagina di de Majo sembra chiedersi se sarà all’altezza di un tale compito: trasmettere un ritratto assolutamente sincero dei gemelli e di se stesso, del suo amore per i figli, delle sue debolezze anche, paure e piccinerie. “Mi chiedo quanto sia diverso [rispetto alla fotografia], invece, fissare il presente con la scrittura, annotando su un diario le cose da non dimenticare. È in fondo quello che avrei voluto i miei genitori facessero con me: mi sarebbe piaciuto leggere da grande quello che sono stato – o come sono stato visto – da piccolo, mi sarebbe piaciuto che i primi mesi della mia vita non fossero del tutto scomparsi”. Invece di dare un futuro, ai figli si dà un passato, una storia che però è costruita – e quindi comunque con qualche fessura in cui si inserisce la finzione, l’omissione, anche solo il falso ricordo: fessure aperte dal proprio desiderio, inappagato, per un passato che a noi non hanno tramandato.

Ecco perché Guarigione è un libro ossessionato dalle tracce, dai segni (sulla pelle), da lasciti, orme e impronte: e quindi dalla scrittura, quella altrui (e un libro pieno di altri libri, di citazioni, autori, letture) e la propria (domande sul senso di ciò che si sta facendo, ma anche sul proprio ruolo di scrittore e intellettuale).

Forse allora il vero tema di Guarigione è quello dell’idea di trasmissione: della vita e dei segni. In fondo il padre non passa al figlio esattamente dell’informazione in forma di dna? (Scrive Montaigne: “Che prodigio è mai questo, che la goccia di seme da cui siamo prodotti porti in sé le tracce non solo della forma corporea, ma dei pensieri e delle inclinazioni dei nostri padri? questa goccia d’acqua, dove mai può albergare quell’infinito numero di forme?”)

La trasmissione dell’esperienza, invece, è ciò che chiamiamo cultura. A un certo punto, durante un viaggio, a de Majo capita in mano una guida che consiglia “di perdersi”: “Va da sé che nessuno potrebbe mai perdersi con una Lonely Planet in mano, ma l’importante non è perdersi, è avere la sensazione di perdersi”. Quella che vive il turista che cerca “il gusto dell’esotico” è un’esperienza inautentica perché di seconda mano, stereotipata, ma d’altro canto siamo troppo smaliziati (disincantati) per credere davvero che ci possa essere un’esperienza autenticamente originale, non mediata dal linguaggio. Temi non nuovi, d’accordo, ma mi sembra che qui la posta in gioco non sia tanto quella di conquistare chissà quale summa teorica, quanto di far passeggiare il pensiero secondo un certo ritmo, una certa cadenza – insomma, uno stile. Un passo in grado di scartare sia i malinconici cantori della “fine dell’esperienza”, sia chi diagnostica l’assenza del trauma nella narrativa di oggi. Del resto una storia “veramente traumatica” ce l’abbiamo tutti.

Guarigione è il diario di tante malattie, tante crisi: del padre, della rappresentazione. Del romanziere insofferente ai vincoli della finzione. Dell’intellettuale perennemente roso dal dubbio che dovrebbe trovarsi “un lavoro vero” e badare al sostentamento dei figli invece di continuare a scrivere articoli, libri e saggi che, nei momenti bui, gli sembrano le velleità narcisistiche di autoaffermazione buone per adolescenti con tanto tempo libero.

Un po’ come me, pensavo. Mentre finivo il libro di de Majo e sollevavo lo sguardo in questa casa semivuota, abitata solo da colonne di libri che mai come allora sentivo inutili, un fardello narcisistico, capivo anche un’altra cosa. Che Guarigione mi costringeva a fare i conti con una ferita, no: con un fastidio simile a una pietruzza che ti gira dentro e che lentamente cresce. Ci sono dei passaggi nel libro di de Majo – non pochi – che mi provocavano fitte di riconoscimento. E poi ci sono momenti, sempre di riconoscimento, ma, per così dire, più simili al dolore di un arto fantasma. Formicolii su una gamba, un braccio che non si possiede più. O, come nel mio caso, che non si è mai posseduti. Nonostante le somiglianze tra me e lui che sentivo e sapevo (stessa età più o meno, stessi interessi, stesso investimento in una certa idea “seria” di letteratura), c’era una differenza fondamentale. Io non ho figli. Quella che sentivo, nei confronti dell’amore straripante di un padre verso i suoi figli, era, ecco, una cosa che non so come definire se non come invidia.

Quella che racconta de Majo non è l’ansia dell’influenza (dei padri) ma l’ansia dell’ininfluenza sui figli, la paura che quella linea di trasmissione sia interrotta. Che un certo vecchio mondo sia finito. Ma non c’è nessuna concessione allo sconforto, alla nostalgia, nessun ripiegamento: la scrittura del libro stesso diventa la dimostrazione che la fine dei vecchi regimi (dei vecchi generi, l’usurarsi delle abitudini, l’imporsi di nuove forme della vita) è, in fondo, un’altra forma di guarigione. L’apocalisse è già avvenuta ma non è stata la fine del mondo, mettiamoci l’anima in pace. Magari falliremo, ma troveremo il modo di vivere e trasmettere la nostra esperienza ai figli anche in questo nuovo, terribile, interessante mondo.

Insomma, forse avevo capito che era tempo di montare le librerie, sistemare i libri, i mobili, gli affetti, gli amori. E poi tutto il resto ancora.

Francesco Guglieri (1976) è editor della narrativa straniera Einaudi. Ha insegnato Letteratura inglese e Letteratura comparata alle Università di Genova e Torino. Scrive o ha scritto per Pagina 99, L’Indice dei libri del mese e Pulp libri.
Commenti
3 Commenti a “Padri e figli: su “Guarigione” di Cristiano de Majo”
  1. RobySan scrive:

    “… L’onere di costruire per loro una storia che fosse il più possibile prova di omissioni”.

    Ohibò! E se non fosse un refuso?

  2. Nashipae scrive:

    che bella! avevo letto la versione ridotta sull’Indice ma questa è un’altra cosa.

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