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Guayaquil, Genova

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Riprendiamo un pezzo apparso originariamente su Jacobin, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

La terza volta che arrivai da lei, planai di fronte al mercato degli artigiani. Considerando che le volte precedenti era durato tutto più o meno una mezz’ora, mi girai subito verso Las Peñas. Casette ammassate, come a comporre un albero di Natale fatto di cemento, con la punta posta in alto, Sant’Anna, il faro, il belvedere. Tornanti da un lato, Fuerte la Polverosa dall’altro, con i suoi muri di pietra, cannoni e palme, Sudamerica che si difende e si celebra. Camminai rapido sul vialone e iniziai a inerpicarmi, tra scritte sui muri, Cerro es uno solo, cancelli di legno e case arancioni, gialle e rosa, scurite dalla decadenza, appesantite dal ricordo degli incendi passati. Arrivai finalmente al faro di Sant’Anna e lei era già lì, seduta su uno dei muretti del belvedere.

Sei sudato, mi disse.
Ho corso, dissi.
Le guardai i capelli neri, lisci. L’umidità mi dava le vertigini.
Guarda, disse, e indicò un punto dietro di lei. Si vede il vulcano.
Mi avvicinai.
È il Chimborazo, precisò.
Guardai l’orizzonte statico, stampato sopra il mare.
È a quasi duecento chilometri da qui, ma si vede.
Da noi si vede la Corsica, replicai.
Cos’è? chiese.
Un’isola, risposi.
L’hai mai visto un vulcano? domandò.
Sì, ne ho visti due.
E ti sono piaciuti?

La fissai ma ricordavo sotterranei, rose marcite e biglietti dell’autobus appoggiati su piccoli altari di teschi mangiati dai rimorsi.

No, risposi. C’è odore di caffè, notai.
Viene da Genova, disse lei girandosi verso il centro della piccola piazza.

Era deserta. C’eravamo noi due, soli. I bambini che avevo incontrato la prima volta erano spariti. E su di noi incombevano le bandiere, quella dell’Ecuador e quella della città, bianca e azzurra con tre stelle: immobili, senza un filo di vento ad agitarne la storia. Ferme come i monconi di un ponte.
Ma possibile che venga da Genova? chiesi e percepii una nota sarcastica nella mia voce. Una nota da vecchio. Una nota ironica da barzelletta, da sai come si chiama la ballerina russa infortunata o il ministro dei trasporti cinese.
L’ha detto mia madre, dichiarò, sguardo fisso sul vulcano, a coprirlo con le pupille. Lo fa il signor Gardella, di Genova, aggiunse.

Annuii e arrivai al punto. Misi le mani in tasca, poi le sfilai e mi accarezzai il naso: avevo imparato nel mio tempo da legera che erano gesti indicatori di difficoltà. Non persi troppo tempo a guardarmi le braccia, strette, affusolate, pelle liscia, da bambino. Lei non distolse lo sguardo dal vulcano. Mollai finalmente gli arti lungo il corpo, mi stavo arrendendo.

Non posso portare niente di là, dissi.
È sparito tutto? chiese.
Sì, risposi.
Quindi non potresti neanche provare a portare me, di là.

Restai in silenzio stavolta, non ci avevo pensato. Feci due passi e mi appoggiai al muretto. Dovevo dirle un’altra cosa.
Ti sto cercando, dissi finalmente, ma non so come fare. Sono stato a Sampierdarena, ho cercato solo gente di Guayaquil, eppure nessuno ti ricorda.

Forse sono morta, azzardò, puntandomi lo sguardo alla gola.
Impossibile, ribattei, sennò come potrei trovarti qui.
Magari sono intrappolata, azzardò ancora.
Siamo tutti intrappolati, conclusi.

Lei si era girata a guardarmi con quei suoi occhi scuri su un viso scuro. Schiavi a liberare città, schiavi a inondare la città. Schiavi a dichiararsi per primi indipendenti.

Ora parli come se avessi la tua vera età, mi disse.

Pensai a cosa rispondere: rividi i miei passi precedenti su Calle 8 de Octubre, osservai ancora giovani con le magliette dell’Emelec o di qualche altra squadra di calcio, e anziani con i pantaloni corti, occhi strizzati per attraversare una strada.

Ed eccola: la chiesa di San Francesco, bianca, tratteggiata, coloniale. Per arrivarci avevo fatto un’altra corsa, decidendo per il santo. Rosa mi aveva detto che in plaza Bolivar c’erano le iguane. Ma la chiesa alla fine la guardai appena, giusto il tempo di appoggiare gli occhi su quella luce bianca così nota.

Rosa, la avvertii prima di andarmene, questo forse è un addio.
Ricordati quel gioco da bambini, intimò lei.
Sì, risposi.

E mi ritrovai a Genova, di nuovo, mezz’ora dopo, settant’anni dopo.

Osservo, scruto e sono ben attento a tenere le mani incrociate, dietro la schiena, mentre vedo cadere sogni, speranze, cemento. Macerano pensieri, e nel frattempo si fa polvere il segreto di questa città. Si alzano le mani, a coprire gli occhi ammantati dal chiarore della luce genovese. Si alzano gli occhi a coprire la sensazione irrimediabile del passato. Si brucia ansia a Genova. Si trucidano misteri a Genova. Si puntano ricordi alla nuca e si spara nel cuore, a Genova. Se pensate che io me ne stia qui, insieme a una trentina di vecchi e a un centinaio di giornalisti, telecamere, macchine fotografiche, per vedere un sogno che cade, il Morandi distrutto in attesa di un nuovo sogno innalzato, vi sbagliate. Io sono qui per assicurarmi, per vegliare, custodire, verificare. Sono qui a immaginarmi vite frantumate, spezzate, alla ricerca di un passato lontano. Io sono il Ghedda e qui lo sanno tutti. Cammino lentamente, così come ormai lente sono le mie mani, ma quello che conta è il cervello, e qui lo sanno tutti. Il ponte crolla e io non so se sarà più in grado di attraversare i suoi resti.

Sono stato un grande in questa città, i muri di questa città mi portano rispetto, mi coprono di attenzioni e devo ammettere di essermele meritate. Non ricordo granché del mio passato, non ho immagini nitide quali carezze sul viso, né sentimenti memorabili; ho vaghe memorie anestetizzate dai racconti di altri. Forse è per questo che da quando il ponte è caduto mi sono ritrovato già tre volte a Guayaquil. Forse è per questo che quando mi ritrovo a Guayaquil ho appena otto anni. E lì c’è Rosa, occhi scuri, capelli neri, pelle scura.

La seconda volta che arrivai da lei, mi disse: secondo mio padre qui la gente è sempre di passaggio, eppure.
Eppure? Domandai. Era la mia seconda volta lì: ero planato direttamente accanto al faro di Sant’Anna, barrio Las Peñas.
Dovresti vedere la chiesa di San Francesco, suggerì Rosa, oppure le iguane in Bolivar.

Io continuavo a guardarmi intorno. Sono passato sotto al ponte, di notte, ci sono andato perché dovevo controllare una cosa, ora neanche mi ricordo più. Il ponte è caduto e io sono dovuto andare a vederlo e passandoci sotto mi sono ritrovato qui, confessai tutto d’un fiato.

Quale ponte? chiese.
Il Ponte Morandi, lo costruirono nel 1964.
Parli come un vecchio, osservò.
E tu parli in italiano, eppure sei dell’Ecuador, replicai.
Sì e io non ti ho neanche chiesto come mai hai quasi ottant’anni e le sembianze di un bambino.

Il faro è bianco e basso, di certo non è la Lanterna. Mi ero seduto, avevo voglia di fumare, anche se non avevo mai fumato. Sarà stato l’odore di fagioli che esalava dai tornanti o quel caffè che avevo preso poco prima, a Certosa, nell’unica pizzeria ancora aperta, quella gestita dai cinesi accanto alla metropolitana Brin.

Un’ora prima a Certosa, Valpolcevera, Genova, un’ora dopo a Guayaquil, Las Peñas, Ecuador.
Poi avevo di nuovo guardato Rosa. Fissai i suoi occhi tagliati fini, all’orientale, e quella punta esterna che pareva accarezzare i pensieri.

Le dissi: ieri sera credevo non funzionasse.
Perché? mi aveva chiesto.
Perché ho impiegato più del solito, sono dovuto andare avanti e indietro. Non come l’altra volta, notò.
No, confermai.
Secondo te perché? Mi guardò.
Non lo so.
La prima volta è stata come se ci conoscessimo da sempre, disse voltandosi verso il mare.

Ci fu un attimo di silenzio, dalla parte opposta giungevano i rumori del barrio; posate, acqua che scorre, qualche parola urlata da una finestra all’altra, frastuono di auto con la prima marcia ingranata sulla salita, sui tornanti. Poi lei prese la mia mano e ci mise dentro un pezzo di carta. C’erano scritti il suo nome e cognome.

Prova a portarlo di là, disse.
Perché? domandai.
Si allontanò senza rispondermi, mi lasciò lì a rimirare un vulcano distante duecento chilometri sotto un cielo azzurro chiaro.

Macera il Morandi, tracima il mugugno, si indurisce la protesta, a farsi largo tra reni e intestino, stomaco e vescica. Tutto dentro, che noi genovesi facciamo fatica a tirar fuori le cose. Ma io infatti sono un genovese anomalo, sono il Ghedda, miscuglio genovese, arazzi, seta e acciaio via mare: mezzo libico, mezzo armatore, genealogia ebraica, naso appuntito, ma corpo tozzo a confondere Lombroso e tutti quei dannati che nel centro storico hanno provato a ostacolarmi. Mica roba grossa, piccolo cabotaggio di malavita, tanta poesia e un’uniforme che chiede i documenti che ne sa. Il Morandi era stato importante, certo, perché i crolli ci appartengono. Perché una città spezzata ci appartiene, è uno specchio. Genova, città di anziani, non può che guardare al passato.

Perfino i giovani dell’Ecuador non ci vogliono venire e lasciano i loro vecchi qui, a cercare altri ecuadoriani. Badanti, per lo più. Rosa non c’è, Rosa non l’ho trovata. Quando mi sono ritrovato qui in Valpolcevera, notte senza stelle, campagna devastata dalle saldature, in mano non avevo più quel pezzo di carta.

Allora, una volta destatomi e presa per buona la possibilità di ritrovarmi in Ecuador passando sotto al ponte spezzato, ho chiesto in giro, perché l’antico universo del Ghedda ancora volteggia, ogni tanto.

Niente. E quanto l’ho cercata Rosa, diobono se l’ho cercata.
Ma un ponte rimosso, alla lunga, diventa un muro.

Certo il tempo è stato poco e ora mi ritrovo qui: osservo i monconi, un immenso robot senza le sue tenaglie, crollare, dilaniarsi, esplodere in modo controllato e disintegrare macerie, ricordi e tanti belin ad accompagnare storie. Poi, per carità, ci saranno sempre i maniman, i poveracci, quelli che su queste macerie costruiranno miserie. Io invece ho un compito ben più snervante per un vecchio di quasi 80 anni il cui viaggio più lungo è stato andare ad Arquata, cielo grigio, facce da beline e tanto nervoso: ora che il ponte Morandi non c’è più, riuscirò ancora ad andare a Guayaquil?

La prima volta che arrivai da lei, Rosa mi guardava, era dietro il faro, come se mi aspettasse.

Dove sono? chiesi.
Quanti anni hai? ribatté lei.
Quasi 80, dissi.
Aveva sorriso, aveva allargato leggermente le sue labbra.
Hai aggiunto uno zero, sorrise.
E tu? domandai.
Otto anni, davvero, mi chiamo Rosa. E i suoi occhi mi sfiorarono mentre si posavano su Las Peñas.
Come ti chiami?
Le dissi il mio vero nome.
Quelli chi sono, chiesi indicando un gruppo di bambini che giocava poco distante da noi: saltellavano sul pavimento del belvedere, ora con un piede ora con un due.
Giocano alla Rayuela, affermò, sai cos’è?
Ci giocavamo anche noi, da piccoli, a Genova.
Bene, è un bel gioco.
Sono amici tuoi?
Sì.
Tu sei di qui, di questo posto? continuai a domandare.
Mi fece segno di avvicinarmi a lei.

Abito lì, e mi indicò un vicolo stretto. C’era una ragazza appoggiata su una specie di mobiletto posto sul marciapiede: scuoteva i capelli come volesse asciugarli con l’umidità del carruggio. Di fronte a lei c’era un uomo di cinquant’anni: segava a mano dei pezzi di legno posti su un tavolo. Dietro di loro una porta aperta di un appartamento; dall’altra parte la strada stretta. Stava passando un’auto, rossa.

L’uomo disse qualcosa alla ragazza, che rapida rientrò in casa.

È tuo padre? chiesi.
No, rispose.
Io osservavo intorno: il faro, il mare, l’umidità e una luce bianca a tagliarmi lo sguardo.
Dove siamo? chiesi.
Guayaquil, Santiago de Guayaquil, disse.

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