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Guerra a distanza

Questa recensione è apparsa su Saturno, l’inserto culturale del Fatto Quotidiano.

William Langewiesche è un giornalista che, come pochi, sa scavare nei meandri dei problemi, in quell’impasto di eventi materiali e fratture psicologiche che sono la nostra contemporaneità. È autore di reportage memorabili per l’edizione newyorchese di Vanity Fair, alcuni dei quali sono stati poi raccolti in volume. Con American Ground, ad esempio, ha raccontato l’11 settembre, e soprattutto il dopo-11 settembre, la liberazione di Ground Zero dai detriti e la lotta successiva per l’accaparramento dell’area. Con Terrore dal mare, invece, ha indagato l’anarchia degli oceani e il nuovo mondo globalizzato dei mercantili, tra gli assalti dei pirati e l’assenza di una adeguata legislazione internazionale. Ora Adelphi, editore in Italia di tutte le sue opere, propone Esecuzioni a distanza. Il libro contiene due agili reportage sulla metamorfosi della guerra: come cambia la sua conduzione; come tutto questo influisce sulla psiche dei soldati, sull’idea che hanno del nemico, e sulla paura che esso suscita.
Come al solito, Langewiesche offre uno spaccato di alcune storie umane. Racconta di un cecchino dell’esercito americano impiegato in Afghanistan, e dei piloti dei droni (i nuovi aerei da guerra privi di equipaggio, guidati da un computer a terra). In un caso o nell’altro, come nel titolo del libro, la parola chiave per capire la nuova dimensione della guerra è “distanza”. Le nuove guerre eludono l’esperienza del conflitto ravvicinato. Si sta al desktop di un computer, più che sul campo. E, quando sul campo ci si finisce davvero, si usano fucili di precisione in grado di colpire a oltre 500 metri di distanza.

Nella guerra di Russ Crane (il cecchino texano che l’autore ha incontrato) il nemico appare come una entità lontana. Crane non lo vede mai in faccia. Quando spara, calcolando con strumenti sofisticatissimi la traiettoria del colpo, vede al massimo alzarsi in area una nuvoletta rosa. Tuttavia questo allontanamento della guerra combattuta (una vera e propria alienazione) produce per rovesciamento una strana forma di paura del nemico.

Il nemico che non si conosce, perché rimane “a distanza”, è un nemico che genera insicurezza. Rende insicuri soprattutto i soldati che hanno il compito di uccidere chiunque abbia un comportamento sospetto. “Il problema”, scrive Langewiesche, “è che in Afghanistan anche i contadini hanno comportamenti sospetti. Alcuni vengono uccisi perché talebani, altri talebani lo diventano da morti”. A dieci anni dall’11 settembre, Langewiesche predice che gli Usa perderanno anche questa guerra, come in Vietnam: “È una guerra che perderemo, ma dichiarando di averla vinta”. E la causa è semplice: nessuna guerra di logoramento, che dura anni in un paese straniero percepito come un altro mondo, può essere vinta confidando unicamente sulla propria supremazia militare. Nella testa e nella vita dei soldati mandati al fronte accade qualcosa. Quell’alienazione spesso si traduce in paranoia. E chi la tiene maggiormente a bada sono proprio i cecchini, già abituati alla solitudine e a questa nuova dimensione della guerra. O uomini come Crane, convinti di stare dalla parte di Dio.

Con il secondo reportage la scena si sposta in una base dell’aeronautica del New Mexico. Qui, avieri che paiono dei normali burocrati si siedono davanti al proprio computer, all’interno di un abitacolo che ricrea quello di un velivolo. E con tastiera e mouse guidano il proprio aereo in Afghanistan. Li chiamano Predator, e sono l’ultima evoluzione della guerra a distanza. Chi li conduce non vede neanche le nuvolette rosa.

Non è escluso, scrive Langewiesche, che in futuro i droni siano utilizzati anche dal “nemico”. Non solo un nemico convenzionale (altri stati), ma anche non convenzionale (terroristi, mercenari, grandi aziende, compagnie di sicurezza…) Per questo i militari guardano avanti. “Più che un sistema d’arma di oggi, il Predator è, per loro, un’anticipazione del futuro. Come il biplano dei fratelli Wright, o la Ford T. Ci avviciniamo rapidamente a un futuro di guerra robotizzata, in cui saranno le macchine a scegliere di uccidere. Ed è un futuro prossimo. Quando arriverà, dovremo però chiederci che specie siamo diventati. E cosa ci facciamo, sulla Terra.”

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
Un commento a “Guerra a distanza”
  1. mazingazeta scrive:

    Importante che ci siano ancora i reporter in Usa però il 2° livello di interpretazione di queste notizie è che vengono divulgate attraverso media non indipendenti perciò costituiscono una voce rivelata dalle stesse autorità governative verso le quali al 1° livello si lanciano contro, come dire : “siamo noi a dirvelo perchè ci conviene prepaparvi psicologicamente”. No ?

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