Guida al Roth sperimentatore

Questo articolo è uscito sulla Domenica del Sole 24 Ore.

di Francesco Pacifico

Per tutta la vita Philip Roth si è scontrato con due grandi passioni: il corpo delle donne e l’identità ebraica, oggetto entrambi di un amore tanto conflittuale e contraddittorio da attirargli antipatie di ogni tipo. L’interesse e la rilevanza oggettivi dei suoi due argomenti preferiti ha fatto passare in secondo piano un aspetto rilevante della sua narrativa: la sperimentazione. L’uscita italiana di un suo libro del 1986, La controvita, ci fornisce un equilibrio perfetto tra i suoi temi e i suoi meriti formali. Gli argomenti trattati sono un compendio di Roth: impotenza sessuale, funerali, l’antisemitismo, il fanatismo religioso, e il protagonista è il più celebre dei suoi alter-ego, Nathan Zuckerman, apparso in nove libri fra il 1979 e il 2007, noto soprattutto come voce narrante-indagante di Pastorale americana e La macchia umana. La materia è organizzata in cinque capitoli con altrettanti episodi della mezza età di Nathan. La stranezza è che i cinque episodi sono in contraddizione fra loro, non potrebbero essere accaduti tutti quanti: nel primo capitolo, assistiamo alla morte del fratello di Nathan, Henry, per complicazioni in sala operatoria nel tentativo di recuperare la potenza sessuale con un’operazione. Nel quarto capitolo, però, è Nathan a soffrire di impotenza e morire, con Henry vivo e vegeto. Fra i due capitoli, troviamo un Henry trasferito in Israele per vivere in una comunità ebraica reazionaria, un tentativo di dirottamento aereo, l’antisemitismo di una famiglia inglese.
Nel complesso, la vita di Zuckerman è caratterizzata da un rapporto fluido fra realtà e irrealtà: in Lo scrittore fantasma (1979) lo vediamo illudersi che una ragazza appena conosciuta possa essere in realtà Anne Frank sopravvissuta all’olocausto; ne Il fantasma esce di scena (2007), il vecchio Nathan intrattiene lunghi dialoghi immaginari con una giovane donna sposata con cui ha scambiato, in realtà, poche frustranti battute. In Pastorale americana (1997), questa continua osmosi produce un paradosso decisivo nel triangolo autore-narratore-lettore. Con il suo titolo da classico annunciato e il suo argomento inoppugnabile – la frustrazione di un padre cresciuto negli anni Cinquanta del Sogno Americano a opera di una figlia pazza, inquieta, ingrata, cresciuta invece durante la guerra del Vietnam – il romanzo del 1997 può passare per il romanzo realista perfetto. Ma è minato alla base da un gesto narrativo estremo buttato lì da Roth, a un quarto del libro, facendo finta di niente: Zuckerman è a una riunione di compagni di liceo, “Alle note mielate di Dream mi staccai da me stesso, mi isolai dal resto della compagnia e sognai… Sognai una cronaca realistica”, vale a dire la cronaca delle tragedie familiari del suo eroe di gioventù, Levov “Lo svedese”, il ragazzo più popolare del suo liceo: cronaca realistica inventata, basata su poche informazioni e pochi incontri con Levov da adulto, che occuperà il grosso del libro. Stiamo leggendo una storia inventata all’interno di una storia inventata: solo che questa storia è così appassionante che decidiamo di ignorare il fatto, di passare dai pochi fatti ai ricami di Zuckerman come se avessero la stessa stoffa. Peraltro, il motivo per cui Zuckerman è costretto a inventare è che Levov non ha avuto il coraggio di raccontare la propria storia: un’invenzione va dunque a sostituire una mancata confessione (che è ciò che la narrativa tende a voler essere). Il narratore qua e là fa intendere che il motivo per cui è costretto a inventare è la vergogna di Levov, che il mito del successo nella vita possa aver impedito una sua confessione sincera e dunque il racconto. Dietro gli ironici tocchi metanarrativi di Roth trovo un tatto particolare e una fiducia assoluta nella fiction: marcare la finzione del romanzo con una finzione interna al romanzo ci aiuta a rispettare la vera biografia di Levov; e, ne La controvita, quella di Zuckerman. Ed ecco che ne parlo come fossero esistiti, perché la doppia finzione produce un senso maggiore di realtà.
Subito dopo il gioco d’illusioni della Controvita, nel 1988 Roth pubblica I fatti, un’autobiografia: dopo tanta finzione, come credere a una storia vera? E infatti il libro si apre con una lettera di Roth a Zuckerman e si chiude con la risposta del secondo, che consiglia al primo di lasciar perdere le storie vere. Scrive Roth: “…la mia formazione mi ha portato a credere che la realtà indipendente della finzione sia l’unica cosa che conta e che gli autori dovrebbero rimanere nell’ombra…” Questa intermittente prestidigitazione dei confini della narrativa permette all’immaginazione dell’autore e a quella del lettore di conservare la loro libertà e il loro potere.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
8 Commenti a “Guida al Roth sperimentatore”
  1. Luigi B. scrive:

    Ulteriore conferma di questo grande scrittore.
    Luigi B.

  2. Rita scrive:

    Tutti i romanzi di Roth sono opere metaletterarie.

    Io ho una mia convinzione: che sia il più grande autore vivente. E me ne sono accorta subito. Da quando, diversi anni fa, lessi Il teatro di Sabbath e Pastorale americana.

    Mi stupisce che non abbia ancora preso il Nobel.

  3. Boo scrive:

    Un grande scrittore. Non sbaglia un colpo.

  4. Teo Lorini scrive:

    Splendido articolo, complimenti.

    @Boo: da fan a fan.
    Concordo sulla grandezza ma, dai, proprio tutte giuste non le fa (e per fortuna!).
    “L’orgia di Praga”, per dire, è confuso (meno limpido, se si preferisce) e irrisolto. Anche “L’umiliazione” non ha il respiro dei capolavori.
    Ma non c’è nulla di male. A me piace anche per questa sua ostinazione, per questa sua vulnerabilità.

  5. Luca Alvino scrive:

    Che potere avrebbe la fiction, la rappresentazione, se stabilisse delle forme altrettanto granitiche quanto quelle determinate dalla storia e dalla sua scabra irreversibilità? La potenza di Roth sta forse proprio nell’elevare a sistema la prerogativa letteraria della malleabilità; nella sua caratteristica di invertire rapporti causali e temporali, di offrire una soddisfacente rivincita all’antefatto sulla conseguenza, alla potenza sull’atto.
    Egli allena in tal modo le sensibilità a dare credito a ogni singola sfaccettatura del possibile; a non cedere all’ingannevole tentazione di ritenere la brutale violenza del dato di fatto degna di maggiore considerazione rispetto all’acerbo e ammaliante potere della volontà. E in tal modo sprona la contemporaneità a credere nella propria forza metamorfica, nella commovente instabilità delle intenzioni, anche se tragicamente destinate al fallimento.

    Come non riconoscere la straordinaria carica poetica di un desiderio irragionevole, come quello dell’ultimo, appassionato, colloquio fra Lui e Lei in Exit Ghost? O della straziante storia d’amore fra un impotente Nathan Zuckerman e Maria in The Counterlife?

    “La mia carnalità è ormai veramente una fiction e, tremenda vendetta, il linguaggio e soltanto il linguaggio deve fornire i mezzi per lo sfogo di ogni cosa”.

  6. Boo scrive:

    @Teo
    Oddio,sì, concordo con te circa L’umiliazione. (non per L’orgia , però).
    Ho scritto presa da uno slancio tipo 14enne in amore. :-)
    E di certo quando penso a lui penso più alla sua opera completa.

  7. claudio scrive:

    da http://rottamieviolini.splinder.com/post/24156693

    Einaudi ha ripescato e pubblicato dallo sterminato catalogo di Philp Roth il romanzo “Controvita”. La storia , oltremodo spiazzante ( ma in senso fascinante), si gioca sul confine di un libro e di una vita possibile, anzi, delle possibilità infinite di una vita. Il risultato non è l’affermazione della speranza, ma la centralità dell’eterno, inutile rimescolarsi dei conflitti, sentimentali, razziali, di genere, letterari. Leggere Roth ( con il tema dell’ebraismo e dell’ebreo quale filo conduttore) non è cosa semplice e sarebbe meglio farlo per gradi, arrivandoci dopo altre letture. La frequentazione dei suoi romanzi, comunque “necessaria” a chi ama la scrittura ( Roth è tra i più grandi autori viventi), andrebbe posposta alla conoscenza di altri scrittori che lo hanno preceduto. Penso agli altri Roth, Josep ed Henry, penso a Singer, alla possibilità, leggendoli, di avvicinare il sentire, la storia, la particolarità ebraica, che in P.R. esplode ed è portata alla massima introspezione.
    Anche in “Controvita” è presente uno dei suoi più frequentati alter ego, lo scrittore Nathan Zuckerman. Ma rispetto agli altri romanzi nei quali Nathan è protagonista, in “Controvita” il gioco letterario si fa anche autobiografia dell’autobiografia, l’eco-scandaglio di R. penetra le ragioni e passioni umane come mai, l’assenza di vie di fuga è un lucido monumento all’arrancare delle esistenze. Poetica dove l’ottimismo regna tutt’altro che sovrano, per certi versi schopenaueriana. Andate a vedere.

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  1. […] non è messo di fronte alla scoperta che si tratta soltanto di un’invenzione. Come ha scritto Francesco Pacifico, “dietro gli ironici tocchi metanarrativi di Roth trovo un tatto particolare e una fiducia […]



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