i-due

Ceronetti e Quinzio, anticonformisti divisi dalla fede

i-due

Questo articolo è uscito su Europa.

Nel dicembre 1968, Guido Ceronetti, dopo aver terminato la lettura di Cristianesimo dell’inizio e della fine di Sergio Quinizio, uscito quell’anno da Adelphi, scrive un’intensa lettera all’autore, esordendo così: «ho finalmente letto tutto il libro […]. L’ho riempito di sottolineature e ho seguito il filo con totale interesse. Con moltissime analisi concordo […]. La differenza resta nel fondo: nel non sentirmi cristiano». La distanza, anzi l’abisso, che separava il non-cristiano Ceronetti dal suo corrispondente non impedì la nascita di una profonda e duratura amicizia (venne interrotta soltanto dalla morte di Quinzio, avvenuta nel 1996), documentata da un folto, interessantissimo carteggio, pubblicato da Adelphi sotto il titolo Un tentativo di colmare l’abisso. Lettere 1968 – 1996 (prefazione di G. Ceronetti, a cura di G. Marinangeli, pp. 444, euro 34).

Nelle lettere i due si confrontano su molti temi di diversa natura, anche se l’argomento dominante rimane sempre la Bibbia. Del resto, nei tre decenni coperti dal carteggio Ceronetti scrisse e pubblicò le sue splendide versioni dei Salmi, del Qohélet, del Libro di Giobbe, del Cantico dei Cantici e del Libro del profeta Isaia; mentre Quinzio perparò, fra l’altro, quella che riteneva la sua opera più importante, il monumentale Commento alla Bibbia in quattro volumi. Tuttavia, le prospettive dalle quali i due autori guardano al Libro divergono radicalmente: Ceronetti rimprovera a Quinzio di infischiarsene totalmente della filologia e di servirsi di pessime traduzioni; mentre quest’ultimo accusa l’amico di tradurre i testi biblici come se fossero testi di carattere letterario, anziché religioso. Per Quinzio, tra religione e religiosità, tra sacro e sacralità, tra fede e arte c’è un divario incolmabile e soltanto i primi termini  sono veramente autentici; per Ceronetti, invece, un libro come I fiori del male di Baudelaire potrebbe essere benissimo inserito tra i testi sacri: «Che “arte” e “fede” divergano è un tuo dogma – che a me fa orrore, semplicemente» – scrive a Quinizio – «Se dovessi scegliere non esiterei a buttare la fede […]».

I toni, spesso assai accesi, del confronto non intaccano minimamente la solidarietà emotiva tra i due interlocutori: è commovente leggere come Ceronetti si prodighi per far sì che Quinzio inizi a collaborare con “La Stampa” e come lo aiuti, anche economicamente, nei momenti di difficoltà. La solidarietà tra i due nasce anche da un comune sentimento di estraneità rispetto al proprio tempo: entrambi si sentono come dei corpi estranei all’interno dei quotidiani e dei periodici a cui collaborano (Ceronetti definisce Quinzio un «marziano sulla “Stampa”») e, più in generale, rifiutano di adeguarsi alle mode intellettuali che imperversano nell’Italia degli anni Settanta, come lo storicismo, il marxismo, l’obbligo dell’engagement politico-ideologico.

D’altra parte, questo carteggio rivela una precoce attenzione per tematiche, quali l’ecologia, l’agricoltura biologica, la medicina omeopatica, che solo molto più tardi si sarebbero imposte all’opinione pubblica. In ogni caso anche l’interesse per queste questioni oggi diventate di moda non assume quella forma fanatica tipica di alcune cerchie odierne: in una lettera esilarante del dicembre 1974, Ceronetti, pur fortemente critico nei riguardi della medicina ufficiale, afferma che l’omeopatia è «spiritual-nazista, cattolico-geddiana, papista Pio XII mistico telilardiana bramanico evoliana, con pazienti dello stesso genere… Parafrasando si può dire similes similibus».

Nel loro scambio epistolare Quinzio e Ceronetti si confrontano inoltre su questioni politiche tra le più scottanti, come l’aborto, la pena di morte, i problemi dello Stato di Israele. Le posizioni espresse ora dall’uno ora dall’altro su questi argomenti potranno risultare indigeste, provocatorie, insomma, politicamente scorrette. Comunque sia, sarebbe un errore interpretarle in chiave esclusivamente politica, dato che le riflessioni di questi autori assumono quasi sempre un’ottica metafisica.

Il carteggio è costantemente pervaso da un sentimento religioso, espresso con un’intensità che molto raramente si riscontra nei documenti religiosi ufficiali. Ma vale la pena leggere questo epistolario anche soltanto per lo smagliante stile aforistico proprio ai due autori, che trasferiscono entrambi nelle lettere la felice icasticità delle loro migliori raccolte di frammenti.

Raoul Bruni è nato Firenze e vive a Varsavia, dove insegna lingua e letteratura italiana all’Università Cardinale S.Wyszyński. Ha pubblicato, tra l’altro, i volumi Il divino entusiasmo dei poeti. Storia di un topos (Aragno 2010) e Da un luogo alto. Su Leopardi e il leopardismo (Le Lettere 2014). Ultimamente ha curato La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani di Adriano Tilgher e Su Leopardi di Giuseppe Rensi (entrambi pubblicati da Aragno nel 2018).
Collabora inoltre con “Alias”, “L’Indice” e altri periodici cartacei e on-line.
Commenti
3 Commenti a “Ceronetti e Quinzio, anticonformisti divisi dalla fede”
  1. Antonio Giuseppe Mori scrive:

    articolo superficiale, meno che giornalistico

Trackback
Leggi commenti...
  1. greenville web design firms…

    Ceronetti e Quinzio, anticonformisti divisi dalla fede : minima&moralia…

  2. read review scrive:

    read review…

    Ceronetti e Quinzio, anticonformisti divisi dalla fede : minima&moralia…



Aggiungi un commento