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Hai fatto la battuta. Selfcasting e intrattenimento autogestito

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Questo pezzo è uscito su Link Magazine. (Fonte immagine)

Mi trovo a Charles de Gaulle, in attesa di salire su un aereo diretto a New York. Ieri, su facebook, ho postato uno status in cui dicevo delle cose, vere, con un tono fintamente serio, ma in realtà scherzoso, in un doppio-triplo clin d’œil rivolto ai miei “amici”. Tra le righe: sto partendo, per un po’ vi toccherà sopportare aggiornamenti monotematici, abbiate pazienza. Like, reazioni, faccine. Le solite cose. Ora sto scorrendo il muro con il pollice. Mi arriva la notifica di un commento al mio status, è uno scrittore che qualche settimana fa ha accettato la mia richiesta di amicizia. Non abbiamo mai interagito. Questa è la prima volta. Il suo commento è: “Esticazzi”. Mi crolla il mondo addosso. Si è rotto il patto di non belligeranza che, per quanto mi riguarda, tiene in piedi questa faccenda degli status, dei social, dell’internet, di tutto. Non si fa. Sono offeso.

Inizio a pensare a un’immediata risposta, ma ogni frase o citazione che mi viene in mente risulta, più o meno, scherzosa. Riesco a immaginare solo delle battute. Vorrei essere efficace, vincente, definitivo, ma, se si capisse che sto rosicando da morire, non me lo perdonerei mai. Imbocco il corridoio che porta all’aereo, e decido di fare l’unica cosa che è nelle mie possibilità: niente. Salgo a bordo e, dopo otto ore, realizzo per la prima volta di avere un problema: sono prigioniero della mia parte divertente. 

Resta con me, non cambiare timeline

È successo questo. A un certo punto mi sono trasformato in una macchina online che produce intrattenimento autogestito. Un selfcasting ininterrotto e allegro a forma mista di: bollettino informativo e vita vera, versione illuminata e più spiritosa di quel che sono, o di come mi percepisco. A metà tra una versione rionale dell’Ansa (“Hanno deviato il percorso del 61 barrato, sapevatevelo“) e una maldestra imitazione di quella rubrica del tg che esalta tutto senza criterio (“Disco dell’anno!” “Aspè, ma non l’avevi già detto cinque minuti fa per quell’altro?”), mi ammazzo di selfie e condivido link in funzione dell’unica cosa che davvero mi interessa: non annoiare il mio pubblico, siano i 237 followers che, a fatica, ho raccattato in tre anni o i cento milioni di osservatori del Cerchio, nel futuro distopico immaginato da Dave Eggers. Devo rassicurarli, accontentarli “con le canzoni e le serie tv che piacciono a tutti”, con i riferimenti agli anni ’90, a com’eravamo, a come saremo: tranquilli, parliamo la stessa lingua, cuoricini, Zerocalcare, genio, no genio tu!

Ho organizzato la mia vita online in un palinsesto pieno di battute, battute, battute: conosco le fasce di maggiore ascolto, so quando pubblicare contenuti pesanti (il lunedì mattina; il venerdì pomeriggio è un suicidio) o leggeri (meglio un tweet ogni ora piuttosto che una selva di tweet in un minuto). Più trasversale è la condivisione, più feedback avrò (già, il bellissimo film rumeno che ho visto in anteprima a quel Festival non interessa a nessuno). Se ci fosse un cartello attaccato sulla porta del mio stare in rete, reciterebbe qualcosa del tipo: “Resta con me, non cambiare timeline”. E la via più efficace e rapida per mantenere il mio potere in questa koinè è muovermi con destrezza nella Cornice Scherzosa che qualcuno un giorno creò per poi infilarci dentro ogni pezzo dell’internet.

@SuorCristinaS fa la cover di Like a virgin e @Madonna le scrive “Sisters for life”; la pensionata liveblogga l’elezione del nuovo presidente di questa o quella Repubblica; @shondarhimes prende in giro le proprie fans omofobe; @Femen_France annuncia di aver appena rapito un prete per protesta contro il Papa; la @Cia twitta il fact-checking del film Argo; il calciatore @FinallyMario posta una foto contro il razzismo e viene deferito per razzismo.

Chiunque io sia, ogni giorno, a ogni ora, devo dimostrare di saper stare al mondo, ovvero: essere un bravo umorista, partorire una ventina di ironie differenti a comando, scegliere quando è ora di usare il sarcasmo e quando invece produrre una parodia come si deve. È l’Intenzione Comica, che tutto abbraccia: sta lì, in un angolo, come un docile cagnolino di Pavlov con la salivazione sempre in eccesso, pronta a surfare sul piacere della distrazione, del ludico, e provocarne il contagio; vive di una mancata partecipazione affettiva e di pietà[1], e anzi gode nell’avvilire l’altro, mediante “processi di abbassamento e degradazione”[2]; si fa beffe della non corrispondenza dei codici e delle interferenze comunicative; ha come ambizione ultima il Riso che si nutre di strappi infantili e di hybris; ha la pretesa di poter intervenire sul mondo, di cambiarlo, addirittura, con la sola forza di discorsi comici che si legittimano a vicenda, strutturandosi in calchi e Wtf al cubo. A patto di accettare ciecamente le regole del gioco. Stare dentro la bolla, guai a perdersi i fili degli ipertesti precedenti.

Come nel caso dell’archetipo “
Break The Internet – Kim Kardashian”. Per comprendere appieno il senso di quell’assurda didascalia e delle migliaia di parodie che rotolarono per sempre, come balle di fieno, negli anfratti più desolati del web, non solo bisognava conoscere l’originale, ovvero quel servizio fotografico, ma anche un elenco di cose da prendere nella loro totalità: lo champagne, Kanye West, Riccardo Tisci, Jay-Z, Beyoncé, Kanye+Kim+una moto, James Franco+Seth Rogen+un’altra moto e così via. Tutto o niente, dentro o fuori, ecco la bolla. Possiamo metterci in prima fila (e produrre contenuto, come l’1% della famosa regola), o in ultima (e spiare, come fanno i lurker): ci sarà sempre un elemento scatenante che permette tutto questo, sotto forma di prestiti da altri linguaggi, arraffati, masticati, gettati via.

Il legame tra l’Intenzione Comica e il mainstream procede per cannibalismi e pratiche erotiche mal dissimulate. L’una sembra dare il meglio di sé proprio nel corso delle grandi cerimonie, l’altro non può fare a meno dei trending topics per costruire le proprie scalette. Stabilire cause ed effetti è un esercizio sterile, la catena alimentare procede in automatico, con esiti paradossali. Quando una conduttrice rimase a seni nudi durante uno scadente numero di spettacolo su Raiuno, una delle solite testate assatanate di click agì – finalmente – in modo spiazzante. Non pubblicò la gallery dell’intera sequenza dei seni nudi, come prevedibile, ma 37 screenshot di tweet sui seni nudi, opera dei soliti quindici-quarantenni che videro così ripagata la propria devozione al second screen: l’improvvisa eccitazione della curva dell’attenzione dopo “tutti questi venerdì a sorbirmi Cirilli” (gallery cui seguì  un rimpallo virale in ognuno dei prescelti, in un’orgia di retweet, stelline e ciao mamma guarda come mi sono divertito).

Prestito analogo nel caso del “Re dell’internet per una notte” Giancarlo Magalli, che all’improvviso divenne un eroe social, per un motivo elementare: al pari della maggior parte degli esseri umani, anche lui è intrappolato in una vita che lo rende infelice e, come tutti noi, è molto, ma molto meglio di quello che fa o del capo che si ritrova (Michele Guardì, ovvero l’ostacolo alla piena realizzazione del nostro eroe pieno di humour). Percepito come #unodinoi, #magalli (che ama i social: in un’intervista ha dichiarato che ogni tanto organizza cene con gli amici di Facebook; Twitter no, non gli piace) entra nella bolla e si fa volentieri usare per generare infiniti discorsi comici che durano il tempo necessario a voltare hashtag, ovvero adesso, subito.

“Voi ridete senza raccapezzarvi e ridete tutto, cogli occhi, colle labbra, colle mani…”[3]

A prescindere dalla miccia, l’attenzione ama concentrarsi non tanto sull’oggetto della funzione comica, quanto sull’interpretazione onnicomprensiva dell’Io-Scherzo, che ribalta il rapporto causa/effetto mettendo sotto i riflettori la mia simpatia, la mia bravura, la velocità con cui Io riesco a scattare dai blocchi di partenza bruciando gli altri. La proclamazione del nuovo Nobel della Letteratura che-nessuno-conosce è l’occasione ghiottissima per passare nel giro di trenta secondi da una reazione per molti versi opinabile, ma tutto sommato in tema (“Philip Roth is the new Leonardo Di Caprio”) a una reazione che certifica i miei talenti nella ricerca su “Google Immagini” (il famoso Mazzo di Carte Modiano che improvvisamente ci rese tutti uguali e sgomenti di fronte alla Legge del web).

Questa centralità dell’Io-Scherzo da un lato provoca l’accorciamento drammatico del ciclo vitale del divertimento, dall’altro giustifica l’assunto implicito dell’Intenzione Comica: sì, si può ridere di tutto. Specie se ci sono di mezzo un tentato omicidio, una bella ragazza e la televisione.

Nabilla Benattia è la classica bomba sexy, evidentemente necessaria in ogni panorama audiovisivo del mondo. Un giorno, mentre partecipa a un reality francese, pronuncia una frase senza senso (“Allô? Non, mais allô quoi? T’es une fille, t’as pas d’shampooing?”[4]) che la proietta all’istante al primo posto degli argomenti di discussione e di scherno dell’opinione pubblica. L’Allô quoi diventa un tormentone, un libro, un altro reality. Dopo un paio d’anni passati a squattare studi televisivi ma anche serissime analisi sociologiche e filosofiche, una mattina Nabilla viene arrestata con l’accusa di aver preso a coltellate il suo ragazzo Thomas. Forse è troppo, pure per la Francia.

Il caso di cronaca nera scala la gerarchia delle notizie e il cortocircuito tra la rete e i media tradizionali assume i contorni della “spirale infernale”, con in mezzo la politica. Si parte con le gif di Nabilla e Thomas paragonati all’ex primo ministro François Fillon e a Nicolas Sarkozy (quest’ultimo nei panni della vittima), si continua con la parodia dell’affaire in stile Orange is the new Black, e si arriva alla campagna virale #BringBackOurNabilla, ispirata al ben più tragico #BringBackOurGirls, in un amalgama osceno che scatena uno smottamento di proteste e adesso basta.

Ecco. Si può scherzare su tutto, quindi non si può scherzare su niente. Il fiato si rivela cortissimo: non si tratta più di stabilire quanta indignazione sia rimasta nell’aria del tempo (e dunque quanta usarne la prossima volta), o come sopravvivere in un universo in cui bisogna controllare quattro volte una notizia, perché ormai non ci si può fidare di nessuna fonte, ma di trovare la voglia di uscire dall’apnea e porsi una semplice domanda: ok, e dopo tutto questo divertimento?

 

[1] Cfr. L. Joubert, Traité du ris, 1579, citato in P. Santarcangeli, Homo ridens, Olschki, 1989

[2] “Herabsetzung, come dice felicemente la lingua tedesca”: S. Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, Bur, 2010

[3] A. Cantoni, Humour classico e moderno, Barbera Ed., 1989

[4] “Pronto? Ehi, pronto? Sei una ragazza e non hai lo shampoo?”

Palermitano e parigino. Coautore dei film documentari Fuoritutto (Rossofuoco e Agat Films) e La dernière séance (Bocalupo Films e Altara Films). Coordina un atelier di scrittura audiovisiva presso l’università di Paris-Nanterre.
Commenti
3 Commenti a “Hai fatto la battuta. Selfcasting e intrattenimento autogestito”
  1. Riccardo scrive:

    Si si, proprio “Esticazzi” (cit.)

  2. Meno male che CK Louis non ti conosce o ti querelerebbe per aver usato una sua foto sopra questo vomito.

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  1. […] Hai fatto la battuta – Nico Morabito […]



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