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Haiti e la Voce degli Schiavi in Libertà

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Pubblichiamo un testo di Fabrizio Lorusso, prologo al libro di Raùl Zecca Castel Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana, Arcoiris Ed, ringraziando l’autore e l’editore.

di Fabrizio Lorusso

“Come schiavi in libertà” è un viaggio necessario, doloroso e verace. La sua intrapresa passa per un insieme di narrazioni, esperienze e analisi che s’intrecciano, nel presente e nel passato, per accompagnare il lettore ad Haiti e nella Repubblica Dominicana, ma anche in Africa, in Europa e nel resto dell’America Latina. Si tratta di un testo ibrido, contaminazione fruttifera tra la cronaca, il diario di viaggio, l’indagine etnografica, il giornalismo narrativo e il racconto di vita. Comunque lo si intenda, è uno di quei pochi scritti che rappresentano vividamente una realtà dimenticata, dando spazio a voci, vicende e denunce fino ad ora silenziate.

L’autore, Raúl Zecca Castel, ci offre una testimonianza diretta e un resoconto unico e documentato dagli inferi del sistema capitalista mondiale. Bateyes e barracones, haciendas, capataces, mayordomos e tiendas de raya formano parte da secoli del vocabolario e dell’ambiente sociale nelle campagne tropicali della Repubblica Dominicana. Il lavoro di Raúl ci catapulta nella quotidianità e nella storia di quelle terre, chiarendoci significati, parole e semantiche dei los de abajo, coloro che stanno ai margini e nei sotterranei dell’ordine economico e sociale, ma anche dei loro capi, los de arriba, e di chi, tra mille difficoltà, lotta per difendere i diritti umani e civili violati e negati dai consorzi dello zucchero. E lo fa in modo immediato, grazie a decine di interviste e racconti, raccolti sul campo, che acquisiscono senso e forza esplicativa man mano che si procede nella lettura.

La cattura di fotogrammi significativi e sequenziali dell’intero sistema, delle sue evoluzioni e delle sue connessioni locali e geopolitiche, storiche e sociali, è in questo libro la diretta conseguenza del metodo rigoroso, dell’empatia e della serietà del ricercatore-viaggiatore nell’avvicinarsi a comunità e gruppi così poco studiati e compresi.

Le piantagioni sono distese enormi, sfuggono al controllo. Lì lo Stato non esiste, tre compagnie ne fanno le veci, si spartiscono la gestione e i profitti, mentre la popolazione di migliaia di braccianti haitiani, diseredati e bistrattati, è costretta a sopravvivere tra stenti e privazioni in vere e proprie economie d’enclave isolate dal mondo. Il razzismo contro i negros fa da sfondo agli abusi di classe, di genere e lavorativi che subiscono i braccianti.

Anno dopo anno, sotto il sole e le angherie di caporales e patrones, si consuma l’esistenza dei trabajadores negros che, come schiavi in libertà, clandestini e senza diritti, restano imbrigliati al loro destino visto che, per via di perversi meccanismi burocratici, culturali e di coercizione economica, non hanno la possibilità di evadere dalla prigione del lavoro nelle piantagioni. Non sono “formalmente schiavi” ma neanche veri e propri “cittadini”, tantomeno liberi.

Invecchiare, faticare, procreare, indebitarsi, incatenarsi, ammalarsi e poi morire, spesso in solitudine: questo il destino della gran maggioranza degli haitiani migranti e residenti, impiegati nella raccolta della canna per conto del Consorcio Azucarero Central, della famiglia guatemalteca dei Campollo, del Consorcio Azucarero de Empresas Industriales, della famiglia di origini italiane dei Vicini, e della Central Romana Corporation dei fratelli d’origini cubano-spagnole Fanjul, che sono le tre compagnie che dominano il mercato.

Questo saggio scopre il filo rosso e dolente che dalla Repubblica Dominicana conduce alla vicina Haiti, agli Stati Uniti e all’Europa, collegando nuove e vecchie forme di schiavitù e razzismo all’espansione di mercati e profitti. Raúl rivela vicende che da decenni giacevano interrate nei latifondi dominicani e nei bateyes, comunità socio-politiche rurali e unità economiche di base nelle piantagioni di canna.  L’autore racconta lo sfruttamento quotidiano di generazioni di haitiani e apolidi, privati di dignità e identità sia nel loro paese d’origine, sia in quello d’arrivo. Sono loro che giorno dopo giorno, anno dopo anno, praticamente per secoli, hanno costruito la ricchezza di un pugno di latifondisti, caporali e zuccherifici.

Haiti e la Repubblica Dominicana sono gemelle che da secoli condividono spazi e confini, storie e destini, turbolenze della natura e invasioni dell’uomo. Due facce della luna caraibica che si specchiano una di fronte all’altra e si riconoscono vicine ma diverse, abbracciate ma diffidenti.

Queste repubbliche latinoamericane si spartiscono l’isola di Hispaniola, la seconda per estensione dopo Cuba nell’arcipelago delle Grandi Antille. Ed è la terra, frontiera settentrionale del Mar dei Caraibi, in cui il 12 ottobre 1492 mise piede Cristoforo Colombo, convinto d’aver raggiunto le Indie Orientali. In pochi decenni i popoli indigeni che l’abitavano vennero sterminati direttamente dai conquistatori spagnoli o caddero vittime di malattie e stenti, mentre l’espansione imperiale dei Re Cattolici proseguiva dal Messico alle Ande.

Dinnanzi alla quasi totale scomparsa della popolazione locale, sin dal sedicesimo secolo lo sfruttamento delle prime aree insulari occupate nel “Nuovo Mondo” fu realizzato mediante il più infame e genocida dei commerci nella storia dell’umanità: la tratta di milioni di persone, rese schiave e condannate a sofferenze per generazioni, che provenivano in gran parte dall’Africa equatoriale e dal Golfo di Guinea.

Nel 1697 la Corona spagnola, debilitata e a capo di un vastissimo e male amministrato impero, cedette la metà occidentale dell’isola di Hispaniola alla Francia che, come Inghilterra e Paesi Bassi, da più di un secolo finanziava corsari e filibustieri affinché fondassero avamposti e fortini sulle coste dei Caraibi e saccheggiassero porti, città e imbarcazioni spagnole.

Fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo, quando la schiavitù venne progressivamente abolita, le potenze imperialiste si lanciarono al saccheggio delle coste del continente africano e trapiantarono forzosamente in America alcune sue popolazioni, con le rispettive tradizioni, lingue e culture. Attualmente il concetto di “Afro-America” racchiude e descrive le genti e le eredità etnico-culturali d’Africa in Latinoamerica e negli Stati Uniti che rimangono vive nella carne e nelle usanze di milioni di discendenti di quegli schiavi sulla pelle dei quali Spagna, Portogallo, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito costruirono i loro imperi nell’epoca coloniale e oltre.

Haiti e la Repubblica Dominicana costituiscono lo scenario centrale di “Come schiavi in libertà”, ma i confini della narrazione, in realtà, trascendono i Caraibi e s’allargano dalle storie di vita dei braccianti all’economia-mondo capitalista, dalle battaglie per la difesa dei diritti dei lavoratori e dei migranti al mercato dello zucchero che spopola sulle nostre tavole e nelle nostre ricette.

Da elitario ed esotico il consumo dello zucchero, droga performativa e motore occulto delle rivoluzioni industriali europee, divenne massivo nel diciannovesimo secolo, permettendo a proletari e operai di reggere ritmi di lavoro sfiancanti nelle fabbriche grazie a un apporto energetico sostenuto e sempre più accessibile a buon mercato.

A sua volta l’espansione di questo calorico stimolante si basava e si basa tuttora sulla divisione internazionale del lavoro che assegna ai paesi latinoamericani il ruolo di fornitori di materie prime agricole e minerarie e di manodopera economica. “L’alto costo dei prezzi bassi” è il titolo di un documentario del 2005 realizzato dallo statunitense Robert Greenwald sui supermercati Wal-Mart, azienda leader globale per fatturato e portatrice di un modello di business deprecabile, ma è pure uno slogan applicabile a settori importanti del settore agricolo mondiale. Basti ricordare il caso delle tonnellate di pomodori italiani raccolti dai migranti in condizioni assimilabili a una moderna schiavitù. In fondo l’Italia e Rosarno, che rappresenta la punta di un iceberg, sono solo un esempio emblematico di una realtà quanto mai diffusa e non così lontana dalle Antille.

Sono stato nella Repubblica Dominicana e ad Haiti nel mese di febbraio 2010, poco dopo il devastante terremoto che fece oltre 250mila vittime e un milione e mezzo di sfollati nella capitale Porto Principe. Lì ho raccolto voci e testimonianze di accademici, difensori dei diritti umani, medici, studenti, politici, operai, commercianti e in generale di abitanti della città che vivevano alla giornata, rifugiati nelle tendopoli. Moltissimi di loro aspettavano la ripresa delle attività di uno Stato praticamente fallito per provare a ottenere un visto sul passaporto e a spostarsi da quella che sempre più era percepita come “una prigione a cielo aperto” custodita da ONG e forze armate straniere. Come schiavi in libertà, perfino in casa loro.

Ci vuole un visto speciale anche solo per recarsi nella vicina Repubblica Dominicana. Un milione di haitiani, su un totale di dieci milioni di abitanti, vive all’estero, principalmente negli Stati Uniti. Tanti altri, privi di documenti dopo il terremoto o comunque sprovvisti di visto perché non “idonei al suo ottenimento”, cercano di oltrepassare il confine dominicano pagando dei coyotes, cioè dei trafficanti di migranti che facilitano il passaggio del confine, mentre altri sono vittime di tratta, essendo condotti nelle piantagioni, nelle fabbriche e nei bateyes a lavorare con l’inganno o con metodi coercitivi di vario tipo.

In questi anni le lungaggini e le contraddizioni della comunità internazionale e degli aiuti, spesso selettivi e poco mirati alle vere esigenze locali, una ricostruzione che procede a singhiozzo seguendo i diktat delle multinazionali, l’esplosione di una terribile epidemia di colera, provocata dalle truppe dei caschi blu ONU della Missione di Stabilizzazione per Haiti (Minustah), che ha fatto circa 9000 vittime e più di 700mila contagi, e infine lo stallo politico, che ha impedito il regolare svolgimento delle elezioni per quattro anni, hanno messo a dura prova il Paese più povero delle Americhe.

La tornata elettorale per le presidenziali e le parlamentari s’è potuta finalmente svolgere nei mesi di agosto, ottobre e dicembre del 2015, tra denunce di brogli e ingerenze del governo, proteste di piazza e bassissima affluenza alle urne, militarizzazione delle strade e pratiche di cooptazione del voto.

In questo contesto turbolento nel settembre del 2013 la Corte Costituzionale dominicana ha emesso una sentenza con valore retroattivo (fino al 1929!) che abolisce lo ius soli come criterio per conseguire la nazionalità. Così, improvvisamente, oltre 200mila persone residenti nel Paese, in maggioranza haitiani o discendenti di haitiani, sono diventate apolidi e si sono viste negare i più elementari diritti come la sanità, l’istruzione e la cittadinanza. Nonostante le ferme condanne dei Paesi vicini e della comunità internazionale il governo domenicano non ha bloccato i rimpatri degli haitiani, ha anzi assecondato una deriva razzista. Cercando informazioni nei mass media in lingua italiana, non si trova quasi traccia di testi e analisi approfonditi e completi che spieghino la situazione.

Ne ha scritto Raúl negli ultimi due anni sulle pagine di Carmilla On Line, la web-zine letteraria grazie alla quale abbiamo cominciato a collaborare e che ospita cronache e riflessioni sull’America Latina. Proprio nei bateyes e nelle piantagioni si trova buona parte della popolazione colpita dal provvedimento per cui il libro tratta in dettaglio, partendo dalle origini e dalle motivazioni della precarietà e del razzismo, la questione aperta dalla Corte e dal governo dominicani. Mediante la voce interrogata di uomini e donne, liberati per pochi istanti da frustrazioni e servitù attraverso il megafono della parola e della scrittura, Raúl esplora le radici storiche, culturali e politiche della sofferenza e delle disuguaglianze di migliaia di esseri umani e racconta altresì le speranze di cambiamento che l’opera di controinformazione e il lavoro quotidiano di tante persone, impegnate nel campo dei diritti umani e lavorativi, possono instillare e diffondere.

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