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Halloween: un racconto

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Pubblichiamo Halloween, un racconto di James Franco tratto dalla raccolta In stato di ebbrezza edita da minimum fax (fonte immagine).

di James Franco

traduzione di Tiziana Lo Porto

Il giorno di Halloween di dieci anni fa, al mio secondo anno di liceo, ho ucciso una donna.

Avevo passato il pomeriggio a bere a casa di Ed Sales, e visto che ero in libertà vigilata non avrei dovuto farlo. Le condizioni della mia libertà vigilata erano che potevo prendere la macchina solo per andare e tornare da scuola. Ma erano passati già sei mesi da quando ero stato fermato perché minorenne in stato di ebbrezza, e i miei genitori erano diventati più elastici nel farmi usare la macchina. Quel martedì di Halloween, invece di tornare a casa, ho portato un po’ di amici da Ed e ci siamo ubriacati tutti.

Suo padre insegnava matematica a Stanford e sua madre faceva l’infermiera, nessuno dei due rincasava prima delle sei, e di solito non si facevano vivi fino alle sette. Il padre professore aveva un fantastico mobile bar. Il primo superalcolico l’avevo bevuto lì a tredici anni, e nei tre anni successivi avevamo continuato a fregargli i superalcolici dal mobile bar riempiendo d’acqua le bottiglie. Non potevamo mai prenderne troppo da una sola bottiglia perché ci avrebbe sgamato; per cui ne prendevamo un po’ da ognuna e mescolavamo il tutto in un punch come i barboni in Vicolo Cannery. Mi piace questa cosa che facevamo, mi sentivo come Mack e gli altri, anche se quel punch faceva schifo. Di solito lo mescolavamo al succo d’uva, ma non è che migliorasse molto.

Ce ne stavamo seduti nel cortile sul retro intorno a un tavolinetto da picnic di quelli che si vedono nei parchi. Probabilmente suo padre l’aveva trovato alla discarica. Faceva sempre di queste cose strane per risparmiare. Anche Ed era così, tipo che grattava via la muffa dal pane vecchio e se lo mangiava. Suo padre era un professore di matematica che fumava la pipa, tutte le sere. Aveva i denti gialli e rotti e bruttissimi. Anche Ed aveva una pipa, più piccola, e la sera fumava tabacco con suo padre. Era mezzo coreano e mezzo bianco perché sua madre era coreana e suo padre era un bianco di Gary, nell’Indiana.

Eravamo lì fuori a fumare erba nella pipetta da tabacco di Ed. Avevamo deciso di andare da Alice Wolfe più tardi per la festa di Halloween, e ci stavamo sballando. A un certo punto ho attaccato briga con Nick Dobbs. L’avevo visto con la mia ragazza, Susan, e la cosa non mi piaceva. Li avevo beccati un paio di volte a scherzare in un angolo della biblioteca scolastica. Se fosse stato uno di quei coglioni del teatro con cui lei organizzava sempre eventi, magari non ci avrei nemmeno fatto caso, ma Nick non era uno di loro. Era uno skater belloccio, e io avevo abbastanza punch alcolico in corpo per andarmela a cercare.

«Mi hanno detto che tu e Susan vi siete calati un acido. Perché hai dato un acido alla mia ragazza?»
«L’ha voluto lei».

Aveva lo sguardo seriamente preoccupato. Non era la reazione che mi aspettavo. Di colpo mi sono sentito potente e allo stesso tempo un po’ dispiaciuto per lui. Probabilmente non potevo desiderare di meglio perché non ero abituato a menare, e con l’aria spaventata che aveva, avrei avuto la meglio senza dovermi battere. Non mi piace vedere la gente spaventata, ma il senso di colpa mi ha incattivito per cui gli ho chiesto di scusarsi, e dopo che s’è scusato, gli ho chiesto di dirlo più forte in modo da farlo sentire a tutti. Gli ho dato anche qualche spintone e per un istante m’è parso che stesse valutando l’ipotesi di mettermi le mani addosso anche lui, ma poi s’è scusato di nuovo un po’ più forte. A quel punto è intervenuto Jack.

«Che cazzo ti frega, Ryan? Susan si fa sempre di acidi e altra roba, lo fa con tutti noi».

Be’, la cosa non mi piaceva. È assurdo come accadono cose nuove che ti fanno dubitare che ci sia qualcosa di bello nella vita. Sono tutti lì che fanno finta di essere normali e tuoi amici, ma sotto sotto ognuno di loro vive un’altra vita di cui tu non sai un bel niente, e se solo avessimo una videocamera a riprenderci tutto il tempo, potremmo andare a guardare i video degli altri e scoprire com’è fatto veramente ciascuno di noi. A quel punto, però, ti ritroveresti a guardare le ragazze che fanno la cacca e i ragazzi che cercano di succhiarselo da soli. Poi è tornata a casa la mamma coreana di Ed. Era alta meno di un metro e cinquanta, ma ci siamo spaventati tutti. Abbiamo sentito la porta d’ingresso che si chiudeva, e Ed ha detto: «È tornata mia madre!»

Abbiamo afferrato più tazze che potevamo, qualcuno ha preso il punch, Ed ha preso la sua pipa, abbiamo scavalcato il recinto del giardino e ci siamo infilati nella mia macchina. Era un’Honda Accord che avevo ereditato da mio padre ai tempi in cui le cose tra noi due andavano meglio, ed era piccolina per otto persone. Due erano accanto a me sul sedile davanti e cinque erano dietro. Avevo il gomito di Jack in faccia, e guardando dallo specchietto retrovisore, il sedile di dietro era un guazzabuglio di braccia, busti e teste che arrivava fino al tetto. Nick non era in macchina. Era scappato a piangere da qualche parte, credo. Sono partito a tutta velocità. Era presto per la festa da Alice e dovevamo trovare dove andare. Il sole stava tramontando, e c’erano già bambini vestiti in maschera in giro coi genitori a fare dolcetto o scherzetto. Hanno preso tutti ad agitarsi. Non era facile guidare con tutte quelle urla e il gomito di Jack in faccia.

«Toglimi ’sto coso dalla faccia!»

Jack si è soltanto messo a ridere perché non poteva farci molto con quel gomito. Parlavano tutti a voce altissima, e quelli che s’erano portati dietro il bicchiere cercavano di bere il punch facendolo schizzare in tutta la macchina. A quel punto, per una qualche ragione, ci siamo messi tutti a cantare: «Fanculo Alice Wolfe, fanculo Alice Wolfe, fanculo la Wolfe!» Non sapevamo nemmeno perché lo cantavamo, quantomeno io non lo sapevo, ma era da spaccarsi dal ridere, e alcuni strillavano ed eravamo tutti di buon umore perché avevamo bevuto, per la fuga e per la serata che ci aspettava.

Non so perché ma continuavo ad andare veloce. Come se stessi correndo da qualche parte. Forse volevo solo liberare la macchina il prima possibile da quella piovra di corpi, ma era anche molto più divertente andare veloce, dava l’idea che stessimo vivendo una qualche avventura pazzesca. Queste bravate in giro per il quartiere le vedevo come una buona scuola di vita.

A un certo punto abbiamo deciso che prima della festa potevamo rintanarci a Eleanor Park. In fondo al parco c’era un piccolo orto comune dove la gente poteva coltivare la propria verdura, e c’erano dei tavolinetti da picnic proprio come quello nel cortile di casa di Ed. Ci siamo seduti tutti quanti e abbiamo ripreso lì dove avevamo lasciato da Ed. Ed si è allontanato ed è andato a raccogliere pomodorini e carote dall’orto. I pomodori erano piccoli ma buonissimi, e le carote erano morbide e sapevano di burro. Ivan l’ha raggiunto e ha iniziato a buttare giù a calci un graticcio, e tutti abbiamo riso perché ci è rimasto incastrato dentro con un piede.

A ripensarci adesso, era una vita semplice. Ho amici cresciuti a New York, e le loro storie d’infanzia sono pazzesche. A tinte forti, zeppe di cultura, da brivido. Li invidio.

Verso le otto siamo andati alla festa di Alice Wolfe. Al parco c’eravamo finiti il punch, ed eravamo tutti ancora più contenti. Abbiamo ricominciato con la canzoncina sulla Wolfe, ma stavolta senza riuscire ad articolare bene le parole. Arrivati quasi a casa sua, ho cominciato a capire il senso della canzone. Significava che avevamo poco rispetto per Alice Wolfe e le sue amiche. Sì, erano le ragazze più carine e popolari della classe, ma non poi così carine. E la nostra canzone significava che le avremmo sottomesse. Saremmo andati lì e avremmo fatto del nostro meglio per appartarci con loro e scoparcele.

Avevamo deciso di fare il nostro ingresso travestiti da scimmie. Avevamo delle maschere da scimmia tutte uguali nascoste nel portabagagli. Ce le siamo messe tutti e otto in modo che nessuno fosse riconoscibile. Arrivati da Alice il travestimento ha funzionato alla grande. È servito a rompere il ghiaccio, perché con le maschere addosso potevamo fare le peggiori cazzate, e abbiamo finito per far ridere le ragazze molto più del solito. Avevo ancora qualche birra, e poi mi sono ritrovato a parlare nel cortile sul retro con Sandy Cooper.

«Lo so che sei tu, Ryan».
«Nooooo non sono ioooooo».
Ho fatto una voce profonda e stupida come quella di Baloon nel cartone animato del Libro della giungla. «Faccio finta che non sei tu così se ci beccano Susan non mi ammazza».
«Chiiiii è Susaaaaan?»
«Sta’ zitto, Ryan».

Mi sono tolto la maschera da scimmia, e abbiamo pomiciato per un po’ lì in cortile. Poi ho pensato che era meglio se chiamavo Susan, come le avevo promesso. Lei andava con le sue amiche a un’altra festa, una festa meno figa della nostra perché da Alice non erano state invitate. Dovevo inventarmi una scusa per dirle che non potevamo vederci. Ho detto a Sandy di aspettare, e sono entrato in casa per usare il telefono.

Ho chiamato Susan a casa.
«Ce ne hai messo di tempo», mi fa lei.
«Che?»
«Dovevi chiamarmi due ore fa».
«Scusa, è solo che eravamo al parco e lì non ci sono telefoni».
«Bella scusa».
«È la verità. E insomma sei ancora a casa?»
«Sì, ci stiamo mettendo i costumi».
«Chi?» «Io, Elizabeth, Jenny, Hart e Nick».
«Nick Dobbs? Che ci fa lì?»
«Si traveste. Lui e Hart si mascherano da Arancia meccanica insieme a Terry e Pete».
«Perché cazzo esci con Nick?»
«È un mio amico».
«Sì, ho visto come eravate amichetti in biblioteca».

Ho riagganciato. Ho detto a Jack e Ed che me ne andavo, e sono corso in macchina. Mentre correvo il vialetto e i cespugli erano macchie confuse. Ho afferrato la maniglia e ho aperto lo sportello. Sono entrato e sono partito verso casa di Susan.

Correvo per la rabbia. Per quanto sarei stato nel giusto se l’avessi beccata con Nick. Non sapevo esattamente cosa avrei fatto una volta arrivato, ma immaginavo il mio pugno diretto verso la faccia di Nick. Intravedevo anche la faccia arrabbiata di Hart; probabilmente avrei dovuto vedermela anche con lui. Era più grosso di me. Probabilmente, dopo avere picchiato Nick a sangue, avrei dovuto dargli delle spiegazioni. Vedevo la reazione orripilata di Susan, e già cominciavo a sentirmi nel giusto. Le strade erano quasi deserte, e sono diventate la mia pista privata. Non c’era più traccia del normale rispetto delle leggi del traffico. Svoltavo a tutta velocità senza guardare e infrangevo le pareti invisibili dei semafori. Più ero spericolato nel guidare, più facile diventava andare avanti.

Ho superato a sinistra la Biblioteca Centrale. Sono passato col rosso all’incrocio tra Embarcadero e Newell e mi sono lasciato sulla destra la casa di Candice Brown. Quella troia tradiva anche lei il suo ragazzo. Mi sono fiondato per la Newell, infischiandomene dei cartelli di stop dalle parti della Jordan, la scuola media. Arrivato alla scuola ho superato lo stop sgommando e ho svoltato a destra.

Non c’è stato il tempo di evitare la sagoma nera in piedi in mezzo alla strada. La macchina è andata a sbatterci contro. S’è sentito un botto e la figura è scomparsa sotto la macchina. Mi sono reso conto che stavo già frenando solo quando la macchina s’è fermata, una decina di metri più in là. Ho tirato il freno a mano, ho premuto il pulsante del finestrino automatico e mi sono affacciato per guardare dietro. La sagoma era sdraiata a pancia in giù sulla strada. In giro non c’era nessuno. Solo la scuola vuota da un lato della strada e dall’altro i sicomori nell’ombra. Chiunque fosse la sagoma, non poteva avere visto che macchina era quella che l’aveva investita. Ne ho approfittato e sono scappato prima che iniziasse a muoversi.

Ho ripreso a correre, ma adesso rispettavo i segnali stradali. Non sapevo dove andare. La rabbia s’era dissolta nella paura di un bambino che vuole salvarsi le penne. Non potevo andare da Susan, e non volevo tornarmene a casa perché mio padre si sarebbe accorto di quanto ero ubriaco; ma volevo togliere la macchina dalla strada. Casa di Ed era nei paraggi, e sono andato lì. La maschera di scimmia afflosciata sul sedile accanto al mio sembrava ghignasse. Era un oggetto che apparteneva a un altro tempo. Le case di Alice Wolfe e Sandy Cooper erano lontanissime. L’incidente aveva prosciugato la vita da tutto ciò che era successo prima.

Vicino casa di Ed, ho posteggiato con gran cura all’ombra di un grosso albero. Sono sceso dalla macchina e mi sono forzato a guardare il davanti della macchina. C’era solo una piccola ammaccatura sul davanti del cofano nel punto dove doveva aver sbattuto la testa della sagoma. Non vedevo sangue. Mi sono reso conto che addosso avevo solo la maglietta, e che tremavo.

Ho bussato da Ed. Dentro s’è sentito borbottare, e poi, finalmente, dei passi. Il padre professore di Ed ha aperto la porta. All’inizio solo uno spiraglio, poi ha visto che ero io, ha cacciato fuori la testa pelata a forma di lampadina e ha sorriso, mostrando i denti marci.

«Ehi, che ci fai qui, Ryan. Pensavo fosse qualcuno venuto a fare dolcetto o scherzetto, e stavo per mandarlo al diavolo».
«Posso entrare?»
«Sì, certo. Va tutto bene?»
Continuavo a tremare.
«Sì, sono solo ubriaco e non voglio guidare in queste condizioni. Mi sa che non è il caso».

Pensavo che sarebbe stato più comprensivo di mio padre nel vedermi ubriaco. Mio padre era stanco di vedermi fare stronzate. «Certo, entra», ha detto. S’è andato a sedere nella sua poltrona e io mi sono messo sul divano. La mamma di Ed non c’era. La tv era accesa sul notiziario, parlavano della guerra del Golfo. Il padre di Ed ha preso la sua pipa e l’ha accesa.
«Ti va di fumare? Ed di solito la sua pipa la tiene qui sulla libreria, ma non la vedo. Ecco, ne ho io un’altra». Ha preso un’altra vecchia pipa e l’ha riempita di tabacco. «Devi solo aspirare un po’ quando cominci a fumarla, altrimenti si spegne». L’ho fatto, e ho inalato quel tabacco dal sapore dolciastro.

«Dov’è Ed?», ha detto.
«Boh, in giro coi ragazzi, immagino».
«Di sicuro a rimorchiare».
Mi veniva da ridere perché Ed non era il massimo con le donne.
«Spero gli vada bene», ha detto. «Ha fatto fuori tutti i fazzoletti di carta che avevamo in casa». Ha riso in modo stridulo, esagerato.

Più me ne stavo lì seduto, più mi calmavo. Significava che nessuno mi aveva inseguito. La macchina era già malconcia e mio padre probabilmente nemmeno avrebbe notato l’ammaccatura. Forse mi avrebbe fatto solo qualche storia perché m’ero tenuto la macchina e non ero tornato a casa dopo la scuola, ma la cosa sarebbe finita lì. Avrei detto a Susan che me l’ero presa per Nick ed ero tornato a casa.

Dopo circa un’ora al telegiornale hanno dato la notizia che River Phoenix era stato trovato in overdose fuori da un locale di L.A. A quel punto ho deciso di andarmene.
«Sei sicuro di star bene?»
«Sì, adesso sì. Grazie, signor Sales».

Non ho parlato mai con nessuno dell’incidente. Il giorno dopo il San Jose Mercury ha pubblicato un articolo su quella donna e ne ha scritto anche il Palo Alto Weekly. Era una bibliotecaria e stava tornando a casa dal lavoro. Viveva da sola. Nei miei ultimi due anni di liceo, m’è capitato ancora di svoltare a quell’incrocio e ogni volta mi tornava la paura che si prova da bambini. Ma alla fine anche quella è scomparsa. Quando dal college tornavo a casa dai miei, passavo di lì in macchina, ed era come se l’incidente fosse successo solo in un film.

Dopo che è morto mio padre, andavo a trovare mia madre ogni Natale. Un dicembre, ho svoltato lì mentre accompagnavo mia madre in biblioteca. All’inizio nemmeno ci ho pensato che era quello l’incrocio. Mia madre stava parlando del nuovo libro per bambini a cui stava lavorando, e io ero lì che l’ascoltavo quando, a metà dell’isolato, m’è venuto in mente: «Ah sì, è qui che c’è stato l’incidente».

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