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È bello questo film su Hannah Arendt?

Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria. Vorremmo approfittare di questa occasione di riflessione per  postare una serie di tre, quattro articoli sul temi legati alla Shoah e alla memoria. Questi sono due brevi pezzi (il primo uscito su Affaritaliani.it, il secondo scritto per minimaetmoralia) che una filosofa, Francesca Recchia Luciani, dell’Università di Bari, e una storica, Vanessa Roghi, dell’Università La Sapienza di Roma, hanno scritto sul film del 2012 di Margaret Von Trotta, Hannah Arendt, dedicato alla filosofa tedesca di origine ebraica, che si è deciso di fare uscire nelle sale italiane proprio per la Giornata della Memoria.
Sul ritardo con cui esce in Italia Hannah Arendt Angelo Draicchi, il distributore, dice: “Il film doveva uscire nell’ottobre 2013 ma poi tutto era ingolfato. Si è costruita allora una strategia particolare che ha legato l’uscita alla Giornata della Memoria: 70/100 copie digitali saranno in sala , in molte capozona. Poi ci sarà spazio per altre collocazioni con associazioni e scuole. Il mercato italiano è difficile, ma senza lamentarci cerchiamo un nostro percorso”.

Una filosofa tradita dal cinema

di Francesca Recchia Luciani

Diffido dei film dedicati ai filosofi. È un’impresa ardua quella di raccontare la filosofia al cinema. Le strade percorribili sono almeno tre: la più impervia mette in scena il pensiero, talvolta in modo inconsapevole, e costruisce un cinema filosofico denso e concettualmente pregnante che instaura un rapporto indissolubile tra immagine e concetto, tra pensato e rappresentato. La seconda, anch’essa complessa e faticosa, si cimenta con l’esposizione di una visione del mondo, è il cinema autoriale, quello che ha segnato la storia della settima arte con indimenticabili opere di concetto, film di pensiero. La terza, la più agevole, racconta in immagini un pensiero e una vita filosofica. Quest’ultima è la strada scelta da Margarethe von Trotta per narrare la vicenda, umana, politica e intellettuale di una pensatrice gigantesca che ha sfidato con una potentissima capacità di comprendere e interpretare le spire velenose dei totalitarismi del Novecento: Hannah Arendt.

Eppure, malgrado la regista decida di percorrere sentieri già battuti (si pensi al Wittgenstein di Jarman, dotato peraltro di ben più acuta forza visionaria), il risultato è alquanto deludente. L’effetto è quello di uno sceneggiato televisivo, nel quale il racconto è affidato totalmente alle parole, in cui le immagini – la vera forza dell’opera filmica – non giocano alcun ruolo, nella scialba rappresentazione della vita di un’insegnante di filosofia decisamente snob. Non c’è traccia in questo film né dell’intelligenza poietica ed ermeneutica di una filosofa eccezionale, né del pathos necessario a coinvolgere lo spettatore nell’impresa altamente emotiva, coraggiosamente abbracciata da Arendt, di attraversare la più grande tragedia del secolo scorso, la Shoah, con una volontà indefessa di comprendere, di afferrare il senso dell’apparentemente insensato, di concepire l’inconcepibile.

Sfugge totalmente a questo racconto la possibilità di spiegare perché, per una filosofa ebrea appassionata e intellettualmente audace, diviene, dinanzi al nazista Eichmann in carne ed ossa, indispensabile comprenderne le ragioni, l’orizzonte di senso inafferrabile all’umana, normale comprensione. L’immagine alla fine consegnataci è quella di una donna molto egocentrica, un’intellettuale arrogante, chiusa dentro le proprie convinzioni, impermeabile alle critiche, indifferente persino alla dura disapprovazione delle persone a lei più vicine. Questa Hannah Arendt cinica e superba non convince delle sue ragioni, la sua altera immagine professorale non suscita simpatia nello spettatore, per lo più disarmato e ignaro, e ne disorienta il giudizio rendendo antipatica e distante una delle più grandi filosofe del secolo scorso.

Film privo di anima, “senza sentimenti” (etichetta affibbiata ad Arendt dai suoi critici), senza spessore né profondità, tutto giocato sul carattere del personaggio cui l’intelligenza e l’eccezionale padronanza del pensiero critico non restituiscono l’umanità dispersa in una raffigurazione tanto patinata quanto inutile. Un racconto che si ferma alla superficie degli eventi e che, pur deliberatamente concentrato su un unico fondamentale episodio della vita di Arendt, vale a dire la sua scelta di seguire il processo di Gerusalemme contro Eichmann e le polemiche pesantissime che seguirono alla sua elaborazione della teoria della “banalità del male” erroneamente scambiata per un’interpretazione giustificazionista, aiuta poco a inquadrare e a penetrare l’intensità dello sguardo politologico e della visione filosofica arendtiana.

Il suo contributo non si è limitato a consentire, per la prima volta nella storia, l’elaborazione del concetto di “crimine contro l’umanità”, che ha reso operativa e incisiva l’azione dei tribunali e delle corti internazionali, ma consiste in un ripensamento radicale della politica come forma-base della vita collettiva, come ragione comune che fonda la sfera sociale, come anima di quel che lei stessa ha definito lo “spazio dell’infra”, della convivenza civile, della comunità. Una lezione fondamentale e attualissima che, se restituita adeguatamente, avrebbe reso quest’opera preziosa e significativa.

Ora, se questa omissione mutila l’idea che della Arendt può farsi l’ignaro spettatore, il limite maggiore di questo film sta tuttavia nell’essere cinematograficamente piatto, vittima di una banalizzazione del linguaggio delle immagini che tradisce un intento puramente documentario. Il che rende quest’opera un prodotto freddo, un’algida fiction che se non la consegna alla storia del cinema, è inefficace anche nel riprodurre la forza di un’audace interpretazione filosofica del mondo.

La controversia, ovvero il modo in cui oggi Hannah Arendt ci è incredibilmente vicina

di Vanessa Roghi

“Assistere a questo processo è un obbligo che ho verso il mio passato”

Hannah Arendt, 2 gennaio 1961

“Qui si devono giudicare le sue azioni, non le sofferenze degli ebrei, non il popolo tedesco o l’umanità, e neppure l’antisemitismo e il razzismo”

Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem

The Controversy, la controversia, così, semplicemente, viene chiamato il feroce dibattito che si scatena intorno ad Hannah Arendt quando pubblica sul New Yorker, in 5 parti, dal 16 febbraio al 16 marzo del 1963, un ritratto di Adolf Heichmann che poi sarà raccolto in un libro di grande successo Eichmann in Jerusalem. A Report on the banality of the Evil, tradotto in Italia con una fortunata inversione di titolo La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (Feltrinelli 1964).

La storia di questa disputa intellettuale, destinata a modificare in modo radicale i termini del discorso pubblico sulla deportazione e lo sterminio degli ebrei d’Europa, è oggi restituita alla nostra attenzione da due testi: il film di Margarethe Von Trotta, Hannah Arendt, e la raccolta di documenti curata da Corrado Badocco nell’edizione italiana, Eichmann o la banalità del male, pubblicata da Giuntina.(qui la recensione di Corrado Stajano sul Corriere della sera).

Il film di Von Trotta forse non sarà mai distribuito nelle sale italiane; resta il libro, che sta in qualche modo alla base del film e raccogliemolti dei documenti sui quali la regista tedesca si è basata per scrivere la sceneggiatura.

Hannah Arendt, infatti, non è una biografia della pensatrice tedesca (sul suo non dirsi filosofa ascolta qui la risposta a Gunter Gaus 00:54): Hannah Arendt è la storia della disputa, della controversia appunto, seguita alla pubblicazione degli articoli sul New Yorker. Von Trotta ha scelto di isolare questo episodio perché, come riportato dal New York Times “It’s better for filmmakers to have a confrontation, not just abstraction”.

Così si è confrontata con un episodio chiave della biografia di Hannah Arendt, un singolo episodio che per la prima volta, dopo Norimberga, poneva la discussione sull’Olocausto in uno spazio pubblico al quale anche i gentili potevano assistere. È con Eichmann in Jerusalem, infatti, che la storia dell’Olocausto, diventato tema a se stante, autonomo da quello più generale dei crimini nazisti, è entrata in modo perentorio nell’immaginario dei lettori. Attraverso una rivista non specialistica, un tema confinato fino a quel momento alle memorie private e alle pubbliche commemorazioni nonché al dibattito fra gli studiosi, è uscito da angusti confini ed è entrato, per sempre, nella coscienza collettiva dell’occidente, oltre che nella sua memoria.

Pubblicarlo sul New Yorker, toglierlo alla domesticità di una storia che rientrava in un dramma privato, quello degli ebrei, questo fu il primo e più importante peccato commesso da Arendt.

Il processo

Corre l’anno 1960 quando i servizi segreti israeliani rapiscono in Argentina il burocrate nazista Adolf Eichmann: ex colonnello delle SS, ha collaborato alla conferenza di Wansee.

Scopo della conferenza, citando Hannah Arendt “era coordinare tutti gli sforzi diretti a realizzare la soluzione finale” attraverso la discussione delle misure giuridiche (cosa fare dei mezzi ebrei?), omicide (come ucciderli così tanti e in fretta?).

A Wansee si decide che la “soluzione finale sarebbe iniziata dal Governatorato generale, dove non esistevano problemi di trasporto”. Per poi spostarsi verso est dove sarebbero stati necessari i convogli ferroviari.

Logistica, efficenza, risparmio. Di questo si sarebbe dovuto occupare Eichmann.

Aprile 1961: inizia il processo contro Adolf Eichmann. A Gerusalemme.

L’evento in sé ha un valore storico: lo Stato d’Israele, nato nel 1948, si colloca a livello internazionale come paese alleato delle potenze occidentali; nel 1956, sostenuto da Inghilterra, Francia e Stati Uniti, ha intrapreso la seconda guerra arabo israeliana in risposta al governo egiziano di Nasser che ha nazionalizzato il Canale di Suez impedendo il passaggio alle navi dello stato ebraico.

I conti con la Germania sono politicamente chiusi: lo stato tedesco, diviso in due, ha nella parte occidentale il più saldo alleati degli Stati Uniti in funzione antisovietica. Naturale dunque che Israele e Germania siano, sullo scacchiere internazionale, dalla stessa parte. Ma c’è ancora un conto aperto: simbolico, più che materiale. I criminali nazisti, responsabili dello sterminio degli ebrei, sono stati processati a Norimberga dagli stati vincitori, poi dai tribunali dei singoli stati con tempi e modalità diverse. Israele, nato dopo la fine del conflitto bellico, non ha potuto tenere i suoi processi.

Il caso Eichmann, dunque, deve sanare questo vulnus aperto nell’immaginario del paese: il criminale deve essere portato per la prima volta davanti a un tribunale composto interamente da ebrei e da loro processato. Serve per stabilire un principio: Israele è, al pari delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, uno Stato sovrano che può condurre un processo di portata internazionale.

Serve per ristabilire un’identità: nei primi anni Sessanta i conti con il passato sono ancora in buona parte da fare e i giovani, israeliani, ma anche tedeschi, o italiani, non ne vogliono sapere di sentirsi raccontare, di nuovo, una storia con la quale sentono di non avere niente a che fare.

Per questo il processo deve essere trasmesso in Tv, per questo deve essere un evento, uno spettacolo, entrare negli occhi degli spettatori e non solo nella loro coscienza.

Il pubblico ministero, Gideon Hausner; Moshe Landau, il presidente. Protagonisti insieme a David Ben Gurion, primo ministro d’Israele, il “regista invisibile” del processo.

Entra la corte “Beth Hamishpath”, scrive Arendt all’inizio de La banalità del male. Ed è la corte, più che l’imputato, la vera protagonista del processo.

“Con me”, dice Hausner nell’arringa iniziale, “ci sono 6 milioni di perseguitati”, mai, nessuno, prima, ha pronunciato queste parole in una corte di giustizia, neanche a Norimberga dove la legge ha parlato per conto dei vincitori. Ora lo fa per conto delle vittime.

I testimoni invitati a parlare sono scelti attraverso quello che la storica francese Annette Wieviorka definisce un vero e proprio casting.

Le loro testimonianze, rese per la prima volta in alcuni casi in yiddish, devono annichilire, e anche se non hanno niente a che vedere nello specifico con il ruolo svolto da Eichmann nell’organizzazione dello sterminio, rispondono alla domanda: come tutto questo orrore è stato possibile?

Arendt sottolinea immediatamente il valore politico di questa domanda, nient’affatto retorica, ma aggiunge: “La giustizia vuole che ci si occupi soltanto di Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf Eichmann, l’uomo rinchiuso nella gabbia di vetro costruita appositamente per proteggerlo: un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi, il quale per tutta la durata del processo se ne starà con lo scarno collo incurvato sul banco (neppure una volta si volgerà a guardare il pubblico) e disperatamente cercherà riuscendovi sempre di non perdere l’autocontrollo, malgrado il tic nervoso che gli muove le labbra e che certo lo affligge da molto tempo. Qui si devono giudicare le sue azioni, non le sofferenze degli ebrei, non il popolo tedesco o l’umanità, e neppure l’antisemitismo e il razzismo”

L’affermazione di Arendt desta stupore, dapprima. Poi incredulità. Poi rabbia.

La controversia

Il 16 febbraio esce il primo articolo. Il 19 febbraio Hannah Arendt parte per l’Europa. Al suo ritorno, scrivono Ursula Ludz e Thomas Wild nella prefazione di Eichmann o la banalità del male, l’intero appartamento è pieno di “posta inattesa e inviata dopo la nostra partenza”.“Il reportage di H. A. aveva scatenato indubbiamente il maggior scandalo che un libro avesse mai provocato negli ultimi decenni”.

Che un semplice report potesse dare vita a una disputa di quelle dimensioni risulta, nell’immediato, incomprensibile per Arendt.

Assemblee pubbliche nelle quali gli ebrei si scagliano gli uni contro gli altri: dopo dieci minuti, scrive Hans Morgenthau osservando un dibattito al City Campus, “tutti stanno gridando dandosi dei bugiardi. Una psicanalisi collettiva”. Tre anni per calmare le acque, rapporti personali, fra gli intellettuali newyorkesi che non torneranno mai più ad essere gli stessi. “Una guerra civile”, come l’avrebbe definita l’editor di Partisan Review, Irving Howe.

Hannah Arendt è una star nella New York dei primi anni Sessanta, il suo Le origini del totalitarismo è stato uno spartiacque per i liberals della East Coast, alle prese con le purghe del maccartismo e l’involuzione domestica della cultura americana degli anni Cinquanta. La battaglia contro il comunismo, scrive Arendt, “prosegue quella contro il nazismo”, ma non si può stare dalla stessa parte di chi, ai comunisti, nega ogni libertà di pensiero.

Non è facile: durante gli anni Trenta infatti, e ancora fino ai primi anni Quaranta era stato possibile dichiararsi americani e marxisti, se non addirittura comunisti. La rivista Partisan Review aveva ospitato interventi di Horkeimer, Adorno, Kracauer, Marcuse, Fromm, e pubblicato Walter Benjamin.

Ma dopo la fine del conflitto mondiale e l’inizio della guerra fredda l’anticomunismo è diventato un dogma nella religione civile degli americani. Essere comunisti equivale a tradire la propria patria. Il caso Rosenberg, che per la prima volta, in tempo di pace, manda alla sedia elettrica due cittadini americani per spionaggio, è uno spartiacque. Prendere posizione equivale a schierarsi pubblicamente in favore del comunismo.

Durante il processo Rosenberg il giudice Kaufman afferma: “I consider your crime worse than murder… I believe your conduct in putting into the hands of the Russians the A-Bomb years before our best scientists predicted Russia would perfect the bomb has already caused, in my opinion, the Communist aggression in Korea, with the resultant casualties exceeding 50,000 and who knows but that millions more of innocent people may pay the price of your treason”.

Il “crimine del secolo” secondo la stampa americana.

In una società dove antisemitismo e anticomunismo si intrecciano ancora in modo radicale le parole di Kaufman sono condivise da molti e dello sterminio degli ebrei proprio non si parla.

È anche grazie a Arendt, alla sua natura nomade, alla sua capacità di alzare lo sguardo dalla tragedia e indicare una forma di pensiero altra per raccontarla, e per raccontarsi, che gli ebrei americani iniziano a diventare protagonisti e non più gregari della narrazione pubblica condivisa.

Quando Hannah Arendt prende la parola per dichiarare che il processo Eichmann, in quanto processo esemplare, per quanto giusto, reca con sé, sempre, un elemento di rottura del patto fra i cittadini e la legge, ovvero il diritto, la memoria dell’arringa di Kaufman è troppo viva per non ricordare a chi le è vicino, ma non solo, che in tali circostanze si può finire dalla parte del giudice, ma anche del giustiziato.

Reazioni durissime, dunque. Karl Jaspers afferma che Arendt è caduta in un’imboscata stumbled into an ambush, e pure lei stessa si sente vittima di una persecuzione organizzata dal movimento sionista.

Uno dei temi sollevati dal suo libro infatti, fra i più spinosi e oggetti della controversia, è la collaborazione dei leader sionisti dei paesi occupati e la passività degli ebrei di fronte alla deportazione.

I primi articoli contro escono su Partisan Review, fuoco amico, poi il New York Times che affida il commento a Michael Musmanno, giudice a Norimberga, aveva seguito il processo Eichmann in Gersulamenne citato da Arendt nei report: “difende Eichmann” il suo giudizio.

“Soft on Eichmann, hard on the Jews”, rincara Kevin Mc Donald.

L’estetica del male, aggiunge il critico letterario Lionel Abel, affermando che quello di Arendt è un giudizio fondamentalmente estetico e non motivato, una storia al di là del bene del male, una storia dove non c’è spazio per la redenzione (dove la redenzione è la nascita dello stato di Israele), un modo per fare pace con una narrazione, più che un dramma storico.

In difesa della Arendt interviene Mary McCarty, la quale afferma in The hue and the cry (ora pubblicato nel volume Eichmann o la banalità del male) che gli attacchi alla filosofa stanno assumendo le dimensioni di un pogrom: As a gentile I don’t understand. Ovviamente il commento non calma le acque.

Alcuni temi

Invitata in Germania in occasione dell’uscita del libro, il 9 novembre del 1964 Arendt e Joachim Fest affrontano alcuni dei temi sollevati dal report su Eichmann.

Un dialogo radiofonico, oggi trascritto per la prima volta in italiano in Eichmann o la banalità del male che vale la pena essere ascoltato con il “testo a fronte”.

Obbiedenza: Eichmann, dice Fest, è una persona talmente piccola che un osservatore del processo si domandò se non fosse stato forse acciuffato e portato in tribunale l’uomo sbagliato. La sua stupidità è scandalosa. In ciò non c’è nulla di abissale, né di demoniaco: è la semplice incapacità nel mettersi nei panni degli altri, risponde Arendt.

Eichmann dice: ho obbedito perché la legge dello Stato è la legge che devo seguire. Cita Kant.

E Arendt osserva “Tutto il pensiero morale di Kant va infatti a finire nel fatto che ogni uomo deve in ogni azione riflettere se la massima guida il suo agire possa diventare una legge universale. E’ per così dire l’esatto contrario dell’obbedienza. Ognuno è legislatore.

Nessun uomo per Kant ha il diritto di obbedire. “Obbedire in questo modo lo facciamo solo finché siamo bambini, come è anche necessario, perché da piccoli l’obbedienza è una cosa molto importante. Ma questa cosa dovrebbe però avere una fine al più tardi entro il quattordicesimo o quindicesimo anno di vita”. p. 42.

Responsabilità: Chi ha preso il potere ha affermato “li abbiamo appoggiati solo perché non andasse a finire peggio. Non dicono così? Ma però peggio non poteva andare a finire – e allora adesso è ora di finirla una volta per tutte con questa giustificazione” p. 46.

Giustizia: “La burocrazia, dunque il massacro amministartivo, crea naturalmente, come ogni burocrazia, un anonimato: la persona viene cancellata. Quando l’imputato compare davanti al giudice ritorna subito ad essere uomo. Ed è questo che rende propriamente grandioso un processo giudiziario no? Vi ha luogo un vero dibattimento. Perché se adesso dico: Io però ero solo un burocrate, allora il giudice può ribattere dicendo: Ma senti un po’ tu non stai qui per questo. Stai qui perché sei un uomo e hai fatto certe cose”. p. 50

C’è un racconto di Franz Kafka, si intitola Due che passano correndo:

Quando di notte si passeggia per una via e, già visibie da lontano – perché la strada dinanzi a noi è in salita e c’è la luna piena -, un uomo corre verso di noi, noi non lo agguanteremo, anche se è debole e cencioso, anche se qualcuno lo rincorre urlando, bensì lo lasceremo andare.

Perché è notte, e non abbiamo colpa se dinanzi a noi la strada è in salita nella luna piena, e oltre tutto quei due hanno forse inscenato la caccia per loro divertimento, forse entrambi inseguono un terzo, forse il primo viene inseguito pur essendo innocente, forse il secondo vuole uccidere, e noi diverremmo complici dell’assassinio, forse i due non sanno nulla l’uno dell’altro e corrono a letto ciascuno sotto la propria responsabilità, forse sono sonnambuli, forse il primo è armato.

E infine, non abbiamo forse il diritto di essere stanchi, e non abbiamo bevuto tanto vino? Non ci par vero che anche il secondo sia ormai scomparso dalla vista.

Il diritto di essere stanchi, ci dice Arendt, non ce l’abbiamo.

L’essenziale è visibile agli occhi.

Di questo parla Hannah Arendt di Von Trotta: il processo, la scrittura, le polemiche, la reazione di Arendt, Mary McCarthy, Hans Jonas.

E la domanda, la prima domanda che ci si pone dopo averlo visto è: perché un film?

Perché raccontare per immagini questa storia, in tutti i suoi dettagli? Il visibile reca in sé una grammatica che in questa storia può servire soltanto per descrivere, ridondante.

L’intellettuale rompe lo specchio magico della duplicazione, scrive Adorno, e allora spezza l’anello che non tiene, e fa intravedere lo squarcio della realtà che prima era celata agli occhi.

Un film come questo, visto peraltro senza conoscere la storia nel dettaglio, senza conoscerene i protagonisti, né il contesto, quale funzione conoscitiva può avere?

Non è un kolossal, non è onirico, non nasce da una spinta generazionale come quella che animò Anni di piombo. Un film inutile dunque? Un vuoto esercizio retorico su un personaggio storico evidentemente caro a Von Trotta?

Da anni ormai la rappresentazione filmica dello sterminio degli ebrei ha assunto canoni che possiamo definire classici. Ci sono film che ricostruiscono storie singole nel contesto specifico dell’Olocausto, i kolossal, i film che cercano di affrontare in modo ironico quello che è stato definito l’irraccontabile.

Poi ci sono quei film che non hanno niente a che spartire con questa storia ma ce la infilano dentro perché, comunque, fa gioco (This must be the place).

Margarethe Von Trotta, con questo film, fa quello che ha fatto Arendt con La banalità del male: ha rivolto lo sguardo altrove. Ha rifiutato il canone del suo tempo. Ricostruendo lucidamente quanto vedere sia importante per capire e non per credere.

Nel nostro caso, così come nel caso di Hannah Arendt.

Arendt vuole vedere Eichmann, per questo chiede al New Yorker di andare a Gerusalemme (non è la rivista a invitarla come erroneamente scritto da Stajano).

Vuole sentire le sue parole. Rendersi conto. “Non si accettano giudizi morali da chi all’epoca non c’era”, afferma il Council of Jews from Europe contro la pensatrice. Lo sterminio degli ebrei appartiene alle vittime e ai testimoni, non agli intellettuali.

Von Trotta, occupandosi della Controversia, rivendica un ruolo intellettuale nell’occuparsi visivamente di un tema tornato ostaggio di un nuovo canone negli ultimi venti anni. Quello holliwoodiano di Spielberg, quello europeo di Lanzmann.

All’ultimo festival di Cannes, non più di un mese fa, il regista francese Claude Lanzmann, autore di Shoah, presentando il suo ultimo film, ha attaccato duramente Hannah Arendt. Riaprendo, di fatto, la Controversia. Un attacco feroce, come lo fu nel 1963, dettato, come allora dalla pretesa che possa esistere un monopolio nel discorso ora visivo su un tema (qui il commento de il manifesto).

Von Trotta nel film contesta l’idea che possa esistere tale monopolio. “Io non amo nessun popolo”, dice Arendt nel film, “amo gli uomini, nella loro individualità”.

Le idee, nella loro individualità. Perché nessuno ha il diritto di obbedire, neanche a un’estetica, a una retorica, a un discorso. Questo dice Von Trotta, in Hannah Arendt.

Commenti
6 Commenti a “È bello questo film su Hannah Arendt?”
  1. Mariateresa scrive:

    A me il film è piaciuto. La Arendt risalta come un’intellettuale che vuol capire cosa è successo ai tedeschi: antipatica, algida, distaccata? Forse ma essenzialmente tedesca e per una volta chiedendosi che cosa è successo alla gente comune tedesca (ma anche italiana, francese, polacca, ecc.). Troppo semplice seppure sacrosanto, sia chiaro, prendere le parti delle vittime, ma chiedersi come mai, nella logica dello stato autarchico, l’obbedienza sia il principale motore delle stragi legalizzate, consente di aprire uno squarcio sul modo di pensare di certa gente, della piccola borghesia per così dire, autorizzata però e ammirata dai grandi intellettuali dell’epoca, da Heidegger a benedetto Croce (colui che pensava al fascismo come a una cosa che passerà. Grazie tante, tutto passa…) Una intellettuale che conosceva i meccanismi dell’intellettuale tedesco e si è posta il problema di come una nazione che si riteneva intellettualmente superiore (e certo, ricorre il suo rapporto giovanile ma anche conservato nel tempo con Heidegger, sporco collaborazionista anzi pensatore fondante del nazismo) e che tuttavia, dome l’intera Germania, si è trovata in balia di un grigio funzionario come eichmann, come l’imbianchino diabolico, hitler. Chiedersi perché è successo, mi pare sia un dovere che tra l’altro Von Trotta ha fatto sempre nei suoi film e la Sukova-Arendt è eccezionale. Non commuove, il film, è vero e con quel materiale, sì dovrebbe: ma indica come un Paese può finire preda del male più assoluto anche grazie a un certo clima di pensiero (e Mosse nel siuo magistrale “Le origini del nazismo” lo spiega molto bene, anche perché non si può addebitare lo sterminio di tali proporzioni a un solo dittatore), alle colpe degli intellettuali e la Arendt si chiede come sia stato possibile, in un’epoca poi, non dimentichiamolo, in cui nessuno parlava. Oggi se ne parla molto ma negli anni Sessanta le vittime tacevano, ancora spaventate e non risarcite. La chiave di Sara, altro film discusso ma che invece io trovo davvero efficace, mette l’accento sulle case occupate subito dai bravi cittadini e mai più restituite ai pochi ebrei che sono tornati dai campi di sterminio. Discutere della complictà silenziosa, di chi sapeva ma ha fatto finta, come in Argentina nel 1976, molto vicino a noi, come nella Grecia dei colonnelli, non può essere che proficuo.

  2. Mariateresa scrive:

    Mi correggo: “Di chi sapeva ma ha fatto finta di nulla, ha girato la testa dall’altra parte”: la Arendt no, è andata a vedere, ha voluto vedere i carnefici. Doveva farlo prima? Ma prima, chi ha avuto il coraggio di fermare la strage? Nessuno…la Croce rossa sapeva e taceva, gli inglesi e gli americani sapevano e non hanno fatto niente, nel bellissimo doc che hanno trasmesso oggi in tv, “Il lungo viaggio da Rodi ad Auschwitz” i 2000 ebrei ordinai-italiani deportati al Pireo in una settimana hanno incrociato navi inglesi, turche ma nessuno ha fermato quella nave dell’orrore…sono tornati in poco meno di cento. L’Europa, il mondo intero, non potrà mai redimersi da questa vergogna, da questo male assoluto!

  3. giampaolo scrive:

    Il film è bellissimo. Non è vero che Hannah Arendt è stata tradita. La scena finale in cui spiega le sue ragioni agli studenti è magistrale. I volti dei ragazzi si illuminano alle sue parole. Sono quelli dei baroni universitari e degli ebrei ortodossi che si tingono di rabbia e negatività. La regista fa capire benissimo cosa è il male per Hannah Arendt. Le critiche sopra esposte, con molta probabilità, sono dettate da pregiudizi di natura intellettuale. Gli stessi che, per anni, hanno fatto sparire dai testi scolastici il nome di Hannah Arendt.

  4. Mauro scrive:

    il film è magnifico ai livelli dei massimi capolavori capolavori della Von Trotta che, per quanto mi riguarda, sono “Rosa L.” e “Anni di piombo”. La Sukowa è letteralmente strepitosa e giustamente Margarethe indugia sui piani americani perché basta un gesto od un semplice movimento dei lineamenti del viso ad accendere sentimenti e passionalità anche senza che non dica una singola parola. (mi viene in mente l’incredibile stupidità delle donne, ma delle attrici in particolare che ricorrono al bisturi. Scellerate!). Il film ha solo due difetti, il primo che è troppo corto perché lascia lo spettatore si gravido di conoscenza ma comunque desideroso di approfondimenti e se fosse durato una mezz’ora in più, specialmente dilatando il soggiorno della Arendt a Gerusalemme dove nel corso del processo viene mondata da tutti i suoi preconcetti per arrivare alla purezza delle sue intuizioni, nessuno si sarebbe lamentato.Tenete presente che tendenzialmente non sopporto i film prolissi e li sforbicerei volentieri,ì ad esempio, l’ultima volta mi è accaduto nel pur valido “American Hustle” insopportabile, per me, in certe lungaggini di maniera. Il secondo difetto, non proprio del film ma piuttosto della distribuzione italiana è che, se da una parte è stato scelto coraggiosamente di mantenere le tre lingue base presenti nel film, che ben sottendono ed identificano la psicologia dei personaggi, dotandolo quindi degli indispensabili sottotitoli, dall’altra è stato distribuito nelle sale (gremitissime) per soli due giorni. Si dice però che sia già stato un miracolo vederlo in Italia anche se per così breve tempo ed allora dovremmo metterci a seriamente a pensare sul perché un paese culturalmente sempre all’avanguardia, come il nostro, negli ultimi quattro lustri sia diventato universalmente popolato da rozze, incolte ed arroganti persone.

  5. nanni scrive:

    D’accordissimo con la critica della Recchia Luciani; il film sembra soprattutto attento a mostrare una esteriorità macchiettistica del personaggio (intollerabili i liquorosi gorgheggi della Arendt col marito; quasi ridicole le scene dell’idillio con Heidegger) finendo per consegnare un pacchettino ben confezionato in salsa radical chic d’antan (ma era poi così snob la ‘vera’ Arendt?), svuotato da una realistica visione sul travaglio interiore dell’intellettuale alle prese con la propria coscienza critica. Delude la von Trotta, qui lontana anni luce dalle sue opere migliori.

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Leggi commenti...
  1. […] il film dice è cosa nota. C’è lei, raccontata con una meravigliosa destrezza (per quanto ad alcun* il film non sia piaciuto) da quella splendida regista che è Margarethe Von Trotta, bravissima […]



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