Gomme di cancro

Ieri al Riff Film Festival di Roma “Happy Goodyear” di Laura Pesino e Elena Ganelli, e prodotto dalla Soulcrime, ha vinto il primo premio come miglior documentario italiano: l’ha fatto raccontando la storia della multinazionale dei pneumatici ‘Goodyear’ che tra gli anni ’60 e ’70 gestì uno stabilimento a Cisterna di Latina, piccolo paese del basso Lazio, che fino ad allora aveva vissuto di agricoltura e piccolo artigianato. Anziché portare benessere e lavoro a tutta la comunità, la ‘Goodyear’ si rivelò una fabbrica di morte, una delle tante sparse per l’Italia. Più di 300 operai della società sono morti di cancro ai polmoni e le loro famiglie aspettano ancora giustizia e verità.
Qui sotto ripubblichiamo un articolo di Veronica Raimo uscito nel 2006 sulla rivista
Maleppeggio. Nonostante sia ovviamente datato, il resoconto di quello che accade a Cisterna di Latina nei due decenni di presenza della Goodyear è perfettamente rivelatorio.

di Veronica Raimo

Se volete giustizia votate me. Se volete i favori votate qualcun altro. Con questo slogan si presenta alle ultime comunali di Cisterna di Latina, Augusto Campagna, detto Agostino, nella lista di Forza Italia. Per chi conosce Agostino e la sua storia – lotte operaie, sindacato, comunismo – vedere quel nome accanto al simbolo forzista è un colpo al cuore, un gesto che non dà speranze: un tradimento. Ma il tradimento non va cercato lì, quanto nel vuoto lasciato da simboli diversi, dalle bandiere rosse che sventolano insieme agli operai solo in tempi di elezioni, e che poi declinano con troppa leggerezza verso il pallore delle loro morti bianche. Agostino nasce nel 1948 a Ninfa, un paesetto a qualche chilometro da Cisterna. Suo padre fa lo spaccapietre nelle cave locali, e per ragioni di lavoro, nel ‘64, la famiglia si trasferisce a Cisterna. Lui ha appena 13 anni ma è subito messo a lavorare. Fa il barista da “Pino”, l’unico bar ad avere la televisione, quindi uno dei posti più frequentati del paese. A quei tempi Cisterna non offriva molto, era un paese agricolo che contava diecimila abitanti. Il lavoro era “il viaggio a Roma”, i treni che alle cinque di mattina partivano da lì stracarichi di persone. Ci si andava a guadagnare il pane nei cantieri della capitale. Erano famosi i “muratori di Cisterna”. Lavoro a cottimo, in nero, niente contributi, nessuna garanzia sul futuro. Anche Agostino lavora per qualche anno come operaio edile. Poi arrivano gli anni ’60, il periodo del boom economico, a Cisterna si cominciano a costruire le prime fabbriche: Findus, Slim, Goodyear. All’inizio la gente non è entusiasta, preferisce ancora sacrificare un’ora di sonno e arrivare fino a Roma, dove lavorando in nero non si guadagna poi male. Negli anni ’70 c’è un’inversione di tendenza: il posto sicuro, il lavoro vicino casa cominciano a far presa. D’altra parte la fabbrica è già diventata una realtà, ha cambiato il territorio, ha trasformato un’economia agricola in un’economia industriale. Agostino entra nella Goodyear a 22 anni. Ricorda ancora il primo giorno di lavoro: “Sembrava di arruolarsi nell’esercito americano”, dice, “tutti con la divisa e una spilletta appuntata al petto”. Per chi come lui era abituato a lavorare nei cantieri con “gli amici di Cisterna”, la Goodyear è mondo sconosciuto, si lavora fianco a fianco con gente mai vista prima, ma soprattutto si entra a far parte di una precisa classe sociale, con rivendicazioni e speranze altrettanto precise. Quelli sono gli anni della lotta per il riconoscimento dei sindacati, Agostino che non aveva mai fatto politica in vita sua, s’innamora subito, come dice lui. Anche gli operai della Goodyear lottano per il riconoscimento: occupano la fabbrica, picchetti giorno e notte, manifestazioni a Roma, volantinaggio fuori dai cancelli. Alla fine la Goodyear cede, dall’America arriva un nuovo direttore e iniziano le trattative col sindacato. Agostino aderisce alla CGIL, in fabbrica è sempre stato uno dei più esposti, sempre in prima linea in tutte le lotte successive, dal riconoscimento del contratto di lavoro ai passaggi di categoria. L’attività politica, al tempo, stabiliva un rapporto di appartenenza, disegnava un’identità. Per Agostino essere “compagni” non è soltanto una descrizione formale, ma ha un significato preciso. Un misto di rispetto umano e carità cristiana. “Se sei un compagno”, dice lui, “vuol dire che quando uno bussa alla tua porta per chiederti un bicchiere d’acqua, tu gli dici di fermarsi a cena”. Ma essere compagni significava anche semplicemente non poter andare con la fidanzata al cinema di Latina senza rischiare di farsi massacrare di botte da un picchiatore fascista. Come Agostino, in molti hanno cominciato a far politica a partire dalla fabbrica, in molti si sono iscritti al sindacato o sono stati sedotti da forze extra-parlamentari come Lotta Continua o Potere Operaio; e questo è un punto fondamentale per capire cosa si prova dopo anni di lotte a finire da un giorno all’altro in cassa integrazione, o a morire di cancro, ammazzati da quella stessa fabbrica che ti aveva dato un lavoro, una casa e un’identità. “Mamma Goodyear” come la chiamavano gli abitanti di Cisterna, una mamma che aveva le sue regole ferree ma che era generosa coi suoi figli, elargiva ricchezza e un’aspettativa di vita migliore a quella che avevano conosciuto fino ad allora. Agostino ancora oggi parla della fabbrica con un senso di attaccamento che è difficile intuire dall’esterno. “È come quando fai il militare”, spiega, “finché sei in caserma non ci pensi che esiste un mondo intero là fuori”. E in effetti la Goodyear era una grossa caserma da 40 ettari, una struttura complessa in grado di scandire il ritmo della tua vita in ogni sua forma, dalle 8 di lavoro ore giornaliere al tempo libero: tornei di calcio, bowling, gare di nuoto, trasferte a Monza per il Gran Premio, festa d’estate per tutti i dipendenti e le loro famiglie, l’orgoglio distillato nelle mogli degli operai che potevano vantarsi di avere un marito che lavorava là dentro. Esisteva un’armonia reale all’interno di quell’universo, pure con tutte le contestazioni: anche quelle facevano parte del gioco. Poi però qualcosa ha iniziato a spezzarsi. “Gia nel ’79 avremmo dovuto capire” dice Agostino, quando la Goodyear è costretta a chiudere uno dei suoi reparti, il Bunbery, perché è trovato fuori norma rispetto agli standard di sicurezza. Resta chiuso 45 giorni, una delegazione dell’Università Cattolica è chiamata ad apportare le necessarie modifiche che consentano la riapertura. Fino all’85 la Cattolica rimarrà all’interno della fabbrica come organo garante, ma anche in seguito effettuerà dei controlli di routine per monitorare la condizione degli operai. E proprio durante uno di questi accertamenti, verso la fine degli anni’80, viene fuori il primo caso sospetto. Un operaio, Tatti, si è ammalato di cancro ai polmoni. La notizia comincia a circolare tra i corridoi della Goodyear, ma il nesso causa-effetto non è ancora evidente agli occhi di tutti. O forse sì, ma un caso isolato non dimostra niente. “È come quando fumi”, dice Agostino, “leggi le scritte sui pacchetti, ma pensi sempre che capiterà a qualcun altro e non a te”. Anche Agostino mette le sue scritte di avvertimento, attacca cartelli per tutta Cisterna: “in quella fabbrica c’è gente che muore”. Quando riesce a dare un’occhiata alla cartella clinica di Tatti si rende conto di come stanno le cose: per l’Università Cattolica l’operaio si è ammalato causa delle sostanze respirate in fabbrica. Agostino inizia uno sciopero della fame, non mangia per 11 giorni. Ma gli altri non lo seguono, lo lasciano fare il matto da solo, rischiare il posto di lavoro sembra più tragico che rischiare la pelle. Non scatta nessuna denuncia contro la Goodyear, le cose si risolvono secondo un copione molto più convenzionale, più discreto, un tacito accordo in cui l’azienda offre a Tatti dei soldi (soldi che non basteranno nemmeno ad affrontare l’operazione chirurgica) e, con macabro cinismo, anche un posto di lavoro per suo figlio. Tatti morirà di lì poco, il tumore da un polmone è passato anche all’altro. Siamo agli anni ’90, è trascorso quasi un trentennio dall’apertura della fabbrica, il periodo d’incubazione standard per le malattie tumorali. E infatti la gente prende ad ammalarsi, ma è come se si rifiutasse di vedere quell’evidenza. “Se qualcuno moriva”, spiega Agostino, “si diceva che Dio l’aveva chiamato a sé”. In maniera sospetta, con l’apparire delle prime morti, la Goodyear decide di chiudere i battenti. Nell’inverno del 1999, da un giorno all’altro, in fabbrica compare un comunicato che non lascia spiragli: l’azienda non è abbastanza competitiva, quei 19.000 pneumatici al giorno, motivo di orgoglio per anni, non bastano più. Circa mille famiglie che gravitano intorno alla Goodyear si ritrovano all’improvviso senza più entrate. Gli operai non tardano a passare al contrattacco, uno ad uno s’incatenano ai cancelli della fabbrica. Montano dei capannoni fuori dall’edificio per escogitare una strategia e sensibilizzare l’opinione pubblica. 170 giorni di operai rimasti in catene non passano inosservati, l’evento ha risonanza nazionale, arrivano alla spicciolata gli esponenti dei partiti. “Sono venuti a fare un po’ di propaganda elettorale”, dice Agostino, “c’erano tutti, tutti quei sedicenti compagni che adesso stanno comodamente seduti sulle loro poltrone parlamentari fatte di pelle umana”. Lo scetticismo di Agostino non è livore ingiustificato, l’intera faccenda Goodyear è lentamente scivolata nell’oblio collettivo, neanche un film come Il posto dell’Anima di Milani, uscito nel 2000 e ispirato alla vicenda della fabbrica, è riuscito a scalfire questo silenzio. “Alla festa dell’Unità o di Rifondazione magari lo proiettano pure perché un film sugli operai fa sempre comodo”, commenta ironico Agostino, “ma poi nessuno spiega che quei fatti sono successi realmente, e nessuno politico si è più fatto vivo da queste parti”. Ma cosa è successo nei fatti dopo la chiusura della Goodyear? Ci sono due storie che corrono in parallelo, due storie sinistramente italiane, quasi perfette, aneddotiche se si volesse spiegare il concetto di “ingiustizia”. Durante quei 170 giorni di catene e picchetti fuori dalla fabbrica, uno dopo l’altro muoiono di tumore altri operai. Agostino è un contatto con un avvocato, Mario Battisti, che gli suggerisce di raccogliere le cartelle cliniche di chi ha contratto la malattia per capire se sussistono gli estremi per una denuncia. Agostino inizia la sua missione, va a bussare porta a porta alla case degli ex-dipendenti Goodyear, scontrandosi con i timori, le reticenze e il cordoglio di chi conserva la memoria del morto, ma a poco a poco la gente si fida e Agostino si ritrova in mano più cartelle di quante avrebbe mai immaginato. Meticolosamente appunta tutti i nomi su un’agenda, divisi in due sezioni, chi è deceduto e chi è stato operato. I numeri parlano chiaro: 120 morti e più di 60 operati, troppi per parlare di una coincidenza. “Né io né l’avvocato ci aspettavamo una cosa del genere, neanche Porto Marghera aveva fatto tante vittime”. Il 13 aprile 2001 parte la prima denuncia collettiva, su mandato di 70, fra familiari e ex-dipendenti. L’accusa è di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime: un esame probatorio richiesto dal gip ha dimostrato che esiste un nesso causale tra le sostanze adoperate dalla Goodyear per la lavorazione della gomma (tra tutte il nerofumo e le ammine aromatiche) e la morte degli operai. Sul banco degli imputati sono in otto tra ex-presidenti e dirigenti della Goodyear. “È questa la cosa che mi fa più rabbia, gli indagati sono tutti italiani, dei poveracci come noi. E gli americani invece dove stanno? Loro sono gli intoccabili”. Eppure erano proprio gli americani a conoscere perfettamente le conseguenze delle sostanze incriminate: negli Stati Uniti fin dal ’35 esistevano studi che accertavano la loro pericolosità, tanto che la normativa vigente era molto più rigida rispetto a quella italiana. “È la stessa cosa che sta succedendo coi mercati asiatici” spiega Agostino “quello che non possiamo fare qui in occidente l’andiamo a fare in Cina”. Possibile che la Goodyear non avesse predisposto delle misure di sicurezza per cautelare i lavoratori? “Negli ultimi anni cominciava a girare qualche mascherina. Sai, di quelle che ti metti per potare l’erba! Una presa in giro…” Questo senza considerare che la fabbrica era struttura aperta, non esistevano divisioni fra i reparti, quindi le polveri potevano circolare tranquillamente all’interno di tutto l’edificio. Il nerofumo – in pratica, bitume in polvere – è una sostanza difficile da rimuovere, spesso gli operai se la portavano dietro fino a casa, incollata alla pelle o alla tuta da lavoro. “Certe volte vedevi uscire quelli dal Bunbery” ironizza Agostino “e sembravano dei travestiti, tutti con l’eye-liner nero sotto gli occhi”. Martedì scorso c’è stata l’ultima udienza, i delegati della Goodyear tentano ancora di dimostrare che è stata l’inadempienza degli operai rispetto alle norme di sicurezza a causare in parte la loro morte. Oggi dopo 4 anni di mobilità, Agostino è andato in pensione. Altri, come suo fratello ad esempio, hanno fatto una scelta diversa e stanno pagando ancora le conseguenze. Questa è la seconda storia. Quando la fabbrica chiude, in accordo alla legge Pirelli, l’ex-sito Goodyear è ceduto a titolo gratuito alla Cisterna Sviluppo, una società mista, costituita al 51% dal pubblico (Comune di Cisterna 49% e Provincia di Latina 2%) e dal 49% da un’azienda privata, la Meccano Holding. Nel 2001 viene sigillato un accordo, che prevede la reindustralizzazione del sito, il riassorbimento di tutte le maestranze e la bonifica dello stabilimento (l’intero capannone della fabbrica era rivestito in amianto). Gli ex-operai Goodyear possono scegliere individualmente di rinunciare al trattamento di fine rapporto (vale a dire una buonuscita di 68 milioni di lire) e devolverlo alla Cisterna Sviluppo in vista del futuro reinserimento. I patti sono che entro il 19 marzo 2002, quindi dopo un anno di mobilità e dopo i necessari corsi di riqualificazione, gli operai vengano assunti a tempo indeterminato dalla nuova fabbrica (Meccano Aeronautica). Sono circa 200 quelli a fare questa scelta. Nel 2002 partono i corsi di formazione finanziati dalla Regione Lazio (4.250 milioni di vecchie lire). In più la Regione stanzia 1 miliardo di lire per il rifacimento della palazzina antistante la fabbrica, e il Comune di Cisterna predispone un mutuo di 3 miliardi per la bonifica. Alla scadenza del 19 marzo 2002 gli operai sono ancora tutti in cassa integrazione e la fabbrica è restata inagibile. Devono essere stanziati altri 10 miliardi attraverso i fondi ambientali europei per la bonifica del sito, ma la parte pubblica e quella privata all’interno della Cisterna Sviluppo sono incompatibili per usufruire del finanziamento. Nonostante gli ex dipendenti Goodyear, dopo 130 giorni di Assemblea Permanente, arrivano a una proposta concreta, ossia quella di subentrare al Comune di Cisterna e alla Provincia di Latina assumendo il 51% della società, la Delibera Comunale del 28/5/03 boccia la proposta per arrivare a un accordo diametralmente opposto, ossia la cessione della quota pubblica alla Meccano, una risoluzione che fa saltare tutti presupposti su cui era nata la Cisterna Sviluppo. Il 31 dicembre di quest’anno scade la cassa integrazione degli ex-operai. Sono tutti in attesa dal 2001 di tornare a lavorare nel loro vecchio casermone, che negli ultimi 5 anni ha ricevuto più diversi miliardi per essere bonificato. Eppure se vi capita di passare oggi per Cisterna di Latina, l’ex-Goodyear vi accoglierà ancora con il suo fascino spettrale: la struttura è sventrata, le lamiere di amianto sono imballate in grosse buste di plastica e abbandonate tra l’erba secca in mezzo alle carcasse di piccioni, la parte inferiore è sommersa da acqua stagnante. La campagna pubblicitaria degli ultimi pneumatici Goodyear RunOnFlat dice che queste gomme sono capaci di cambiarti la vita. Agostino Campagna, pur di non abbandonare nel dimenticatoio la sua battaglia, ha rinunciato alla sua storia e ai suoi simboli e si è candidato con Forza Italia. Non è stato eletto.

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