Trouillebert-servante_du_harem

Harem (di Stato)

Pubblichiamo un testo di Mario Valentini sul colonialismo italiano e lo sfruttamento sessuale delle donne.

di Mario Valentini

Se per la metà della gente che avevo incontrato ero “africana” per quelli che ci capivano qualcosa ero una dell’ex impero italiano, ma un impero in cui non esisteva gran differenza tra i diversi paesi. Quindi molti si confondevano tra Etiopia, Eritrea, Somalia, e persino Libia.
Gabriella Ghermandi

Ho capito da un po’ di tempo di essere del tutto privo di quella dote necessaria a scrivere storie totalmente finte che si chiama fantasia. Piuttosto, mi piace lavorare di immaginazione. L’immaginazione fa germinare la finzione dal dato di realtà come la pianta da un seme. Nella fantasia la finzione non germina ma viene architettata.

Una volta, durante un corso di scrittura narrativa che tenevo a Palermo, uno dei partecipanti ha presentato un racconto in cui si parlava di una donna araba. Era una storia raccontata dal punto di vista di questa donna, che viveva in Italia e che era sottomessa alle angherie di un marito violento (arabo anch’esso). La donna portava il velo. Il racconto faceva vedere come, nel tempo, la donna si liberava del marito violento, si liberava del velo, si innamorava di uno sconosciuto (italiano) incontrato su un autobus con il quale iniziava a darsi appuntamento, diventava una donna nuova, emancipata, libera.

Avevo rivolto un commento un po’ duro all’autore di quel racconto, uno che dopo tanti anni di frequentazioni considero certamente un buon amico. Gli ho chiesto cosa ne sapeva lui esattamente di donne arabe, quale conoscenza precisa e approfondita aveva della loro cultura, del loro mondo, dei loro sentimenti. Ne era nata una discussione che non sto qui a riferire, in cui c’erano posizioni molto diverse dalla mia. E poi, arabe di dove, continuavo: egiziane, marocchine, iraniane? E poi perché non raccontare di una donna araba laica, magari una giornalista o un’intellettuale, invece di riproporre l’immagine –sempre molto diffusa – della donna col velo, sottomessa al marito?

La verità è che non sarei affatto capace di scrivere un racconto che abbia come protagonista una donna, raccontato dal punto di vista di una donna e che narra vicende che riguardano una donna. Tanto più se questa è araba o, meglio, islamica. Mi verrebbe molto più facile scrivere un racconto sui pensieri di un uomo che immagina come può una determinata donna vedere una certa situazione, prendere una certa decisione, considerare un tal fatto.

Pare una differenza di poco conto ma non lo è. Il secondo modo di raccontare, quello dell’uomo che immagina, è più trasparente. Mostra e dichiara tutte le difficoltà che si incontrano nell’uscire dalla prospettiva unica del proprio sguardo, abbracciando quello di un altro. E ci riserva almeno un privilegio, o una scappatoia se vogliamo: il beneficio del dubbio.

Ho fatto davvero fatica, quella sera, a chiarire come mai secondo me scrivere un racconto di quel genere fosse un atto di presunzione, sebbene nato con tutte le buone intenzioni.

A un certo punto, durante la discussione sul racconto, un tizio che era presente attorno a quel tavolo, non ricordo bene a che proposito e attaccandosi a quale frase, aveva fatto la seguente considerazione: “però guardate che sotto il velo alcune di queste donne sono proprio belle!”.
Sono i primi giorni di aprile, la primavera è iniziata da poco, il sole è già caldo come se fosse maggio. Ma nonostante il clima magnifico l’altro giorno mi sono beccato l’influenza. Da cinque giorni la temperatura oscilla tra i 37 gradi e mezzo e i 39.  Passo interi pomeriggi sul divano, con gli occhi chiusi, tra brividi di freddo, dolori muscolari e mal di testa. Quando la febbre si abbassa un po’ e il mal di testa sfuma ne approfitto per sfruttare il tempo disteso della malattia e leggere finalmente senza lunghe interruzioni un intero romanzo, lusso che non mi era concesso da tempo. Ne scelgo uno che da più di sei mesi era messo in bella evidenza sulla libreria e non mi ero mai deciso a iniziare: si intitola Tempo di uccidere, è stato scritto da Ennio Flaiano nell’immediato secondo dopoguerra, ha vinto il premio Strega nel 1947.  È una delle poche opere della letteratura italiana che affronta il tema e l’esperienza del colonialismo. In un articolo del sociologo Paolo Jedlowski avevo letto che è una delle poche cose letterarie sull’argomento che vale davvero la pena di leggere. Il libro non sempre scorre veloce, spesso è un po’ troppo sovrabbondante, ha qua e là qualche piccola caduta, qualche vizio di letterarietà. Ma intriga, inquieta, fa nascere più di una domanda. Tra una pagina e l’altra, sdraiato sul divano, la febbre si alza, devo chiudere il libro, mettermi un po’ di lato, fare scorrere i brividi, combattere il mal di testa. Mi addormento per delle mezz’ore. Le inquietudini del libro si mescolano a quella leggera alterazione dei pensieri dovuta alla febbre alta. Il sonno si fa agitato, faccio sogni irrequieti.

Non so più se sia la febbre o la lettura. Il sentimento della colpa che toglie il fiato al protagonista e lo infetta di un morbo sconosciuto, che non è la lebbra temuta ma una malattia dello spirito fatta di viltà, noia, insensatezza, crudeltà gratuita e tutt’altro che inevitabile, scompagina la serenità del mio sonno. La lettura si fa particolarmente avvincente. Le vicende del tenente italiano dalla veglia si trasferiscono nel sonno, dal sonno passano di nuovo alla veglia in una sorta di incubo continuato che dura tre giorni. Vado a riprendere un libro di storia fotografica sull’Italia coloniale che ho in casa da anni, un libro di una storica dell’Africa che si chiama Silvana Palma: passo in rassegna le immagini, leggo con attenzione tutte le didascalie che ricostruiscono il contesto storico. Per tre giorni non riesco ad occuparmi di nient’altro. Cerco di dare uno sfondo e un contesto più definito al romanzo che leggo. Non sono tanto gli abissini impiccati o trucidati, gli alberi carbonizzati dalle bombe, i quartieri in fiamme, gli uomini evirati, le pietre e la polvere del paesaggio, le case cadenti, le campagne devastate dalla guerra. La cosa che più inquieta è il corpo della donna.

Che molte donne “nere”, arabe o somale, eritree o etiopi, musulmane o cristiane, siano belle, avvenenti, desiderabili l’italiano lo sa da più di un secolo e mezzo. E ne ha approfittato a lungo.

A scorrere le immagini, ad ascoltare le canzoni di propaganda delle guerre coloniali, si ha l’idea che la costruzione dell’impero, avvenuta in circa cinquant’anni, più che altro sia stata una specie di avventura erotica. Non solo conquista di terre e regioni lontane ottenuta con atti di atroce ferocia. Con l’uso di gas come l’iprite, per esempio. Ma la storia di una brama sessuale nei confronti della donna “nera” che interi reggimenti di maschi italiani hanno potuto liberamente soddisfare, in forme varie e non tutte equivalenti. Lontani da qualsiasi senso di responsabilità inibizione o controllo, come dice proprio Silvana Palma.

E già in un quaderno di appunti tenuto da Ennio Flaiano durante i giorni trascorsi in Etiopia si trova scritto: “influenza delle canzonette sull’arruolamento coloniale. Alla base di ogni espansione, il desiderio sessuale”. E poi, più in là: “la campagna di Libia sortì buon effetto per via di «Tripoli, bel suol d’amore», il prototipo delle canzonette di mobilitazione”.

A Tripoli bel suol d’amore, canzone del 1911, in epoca fascista fece seguito la più esplicita Faccetta nera, con i suoi versi ispirati alla bella, piccola abissina, moretta che è schiava fra gli schiavi e che sarà portata a Roma per essere baciata dal sole italiano. Ma molto più esplicito è il materiale fotografico dell’intero arco dell’epoca coloniale, a cominciare da quelle cartoline di donne eritree, somale o libiche nude o a seno scoperto. Fotografie che circolavano sul territorio italiano come  materiale metà pornografico e metà propagandistico, a fare intendere “una disponibilità totale e invitante” che poteva essere colta senza alcuno sforzo.

Una, risalente al 1913 e scattata in Tripolitania, ritraeva una donna sdraiata a fianco di una tenda, con il vestito alzato sulle ginocchia. La didascalia diceva: “La bella beduina a riposo”. Un’altra, degli anni Trenta, ritraeva una donna con i capelli coperti dal velo bianco che le cadeva sulle spalle e sui fianchi, facendo però ben vedere il seno scoperto. Veniva spacciato come ritratto di donna somala.

E il soldato partiva. E veramente coglieva con poco sforzo. Violentando le donne quando capitava di violentare, sposandole in matrimoni “a tempo” che erano più che altro un rapporto di schiavitù o riducendo le donne di interi centri urbani al rango di prostitute.

In Tempo di uccidere la colpa originaria è una violenza carnale compiuta dal protagonista, un tenente dell’esercito italiano occupante, ai danni di una ragazza forse nemmeno uscita dall’adolescenza. Non è musulmana, ma cristiana. Non è araba, è etiope. E per dirla tutta ha anche gli occhi verdi, non li ha color nocciola. E i capelli lisci. Né crespi né intrecciati alla maniera delle altre donne del luogo. La pelle chiara. Forse nella sua storia familiare c’è traccia di quella dominazione portoghese che per diversi anni ha attraversato queste terre, pensa il tenente. Ha in testa non il velo ma un panno bianco di cotone grezzo acconciato come un turbante. Come mai si lava nuda in una pozza? Non teme il passaggio di soldati in una zona accerchiata da tempo dalle truppe italiane? Continua a lavarsi con gesto ripetitivo, quasi assente, indifferente all’esterno, anche dopo che il tenente è giunto alla pozza e le rivolge la parola. Come mai? Non scappa, non si copre, non teme la presenza del militare? Si ridesta dal suo torpore solo alla vista del sapone che il tenente le porge. E torna a lavarsi. Il tenente non se lo chiede ma il lettore sì: porta sul corpo i segni di un’altra violenza già subita e che l’ha resa inerme? Il tenente penserà in seguito, invece, che fosse ammalata di lebbra, e contagiosa.

La violenza del tenente viene presentata ambiguamente, con una resistenza debole intesa quasi come accondiscendenza. Ma non c’è dubbio che di una violenza si tratta. Stupisce la reazione docile della ragazza. Il rifiuto del denaro che il tenente le porge al momento di prendere commiato è invece ostinato e deciso: la ragazza non ci sta a farsi trattare da prostituta. Accetta invece un orologio. Il tenente glielo mette al polso e si sente come se le mettesse al dito un anello. E come all’interno di un rapporto matrimoniale la ragazza a questo punto inizia a comportarsi. Il tenente si trattiene con la donna per la notte, nel corso della quale la ucciderà, per sbaglio per imperizia per sciatteria, con una pallottola vagante destinata a una bestia nascosta nell’ombra.

Certe volte ci facciamo delle domande davvero idiote senza manco accorgerci di quanto sono idiote. Ad esempio ci facciamo domande su romanzi tutti inventati come se fossero storie vere. Come mai si lava nuda. E perché no? Era una zona battuta da un sentiero appena secondario in cui l’esercito non aveva motivo di passare. Che domanda è, come mai si lava nuda? Mi ricordo che una volta, avrò avuto quindici anni, con degli amici eravamo andati a fare una lunga passeggiata sui Nebrodi, dei monti piuttosto alti della Sicilia, lungo il Tirreno. Camminavamo per sentieri poco battuti tra boschi e vallate utilizzate a pascolo. Giunti nei pressi di un abbeveratoio abbiamo sorpreso due giovani pastore lavarsi alla fontana a seno scoperto. Non si sono rivestite, non hanno salutato. Hanno continuato a fare quello che dovevano fare e noi abbiamo proseguito facendo finta di niente.

Riprendo il romanzo e rileggo la parte dell’incontro tra il tenente e l’indigena. Il tenente racconta la vicenda in prima persona e ripete più volte che “una donna che si lava è uno spettacolo comunissimo quaggiù e indica la vicinanza di un villaggio”. Nemmeno lui si sorprende, dunque. Anzi, riconduce quella visione a un normale elemento del paesaggio etiope. La donna non è più nemmeno una donna: è un indicazione, un segnale. Come una traccia su un masso sta solo a indicare qualcos’altro: la vicinanza di un villaggio. E d’altra parte la donna fa parte del paesaggio come ne fanno parte le bestie. Sta alla pozza a lavarsi “come un buon animale domestico”. L’incontro tra il tenente e la donna etiope avviene in una totale ignoranza reciproca: nelle loro teste scorrono due film del tutto diversi. Di cosa davvero pensi la donna niente ci è dato sapere. Il tenente registra un’alternanza di reazioni che colloca all’interno dei suoi codici di comprensione dell’indigeno, piegandole a suo piacimento. Gli servono per legittimare ai suoi stessi occhi l’atto di violenza. Il terrore che il tenente vede negli occhi della donna dura solo un momento, poi si apre in un sorriso dovuto al regalo di un pezzo di sapone. Il rifiuto della donna agli approcci fisici del tenente è deciso, la donna si rabbuia, il tenente la mette a sedere bruscamente, lei continua a respingerlo. Il tenente: “respingeva le mie mani perché così Eva aveva respinto le mani di Adamo in una boscaglia simile a quella”. Che è come dire: l’uomo è predatore e la donna preda e la legittimità di questi ruoli è già sancita nella notte dei tempi da miti sacri come quelli raccontati nella Bibbia. È sempre e solo il tenente che pensa, osserva, valuta, registra, impone, presuppone, decide, coglie, uccide e che, alla fine, ha la possibilità di raccontare tutto questo.

Ecco il campionario razzista con cui il tenente giustifica ai suoi stessi occhi la violenza sulla donna: la donna è come un animale domestico, abbiamo detto; è come Eva che respinge Adamo, che la farà sua con violenza perché questo è il suo ruolo quasi per diritto di natura; la donna appartiene a un mondo immobile e selvatico, immutabile e eterno che è proprio della natura; l’uomo bianco, il soldato occidentale, appartiene invece all’ordine della civiltà, è l’erede storico dei proconsoli romani che arrivarono un tempo fino “alle soglie del Sudan”; l’uomo cerca la sapienza nei libri, la donna la sapienza ce l’ha negli occhi, che guardano “da duemila anni, come la luce delle stelle che tanto impiega da noi per essere percepita” (ancora un ordine naturale e immobile che relega la donna in una condizione di inferiorità e sudditanza); la donna respinge il tenente perché il respingere “è una fase del gioco”; o perché aveva paura, ma non la semplice “paura di essere violata, ma quella più profonda della schiava che cede al padrone”; “doveva pagare la sua parte per la guerra che i suoi uomini stavano perdendo”; “si difendeva cortesemente, senza crederci e, oso dire, pensando ad altro”.

Su internet, pagando pochi euro con una carta prepagata, o anche gratis, si trovano oggi diversi lavori che trattano le vicende coloniali. Studi molto ben fatti. Uno, di Nicoletta Poidimani, ha come argomento proprio i crimini sessuali del colonialismo fascista nel Corno d’Africa. Ma nel trattare i crimini l’autrice parla prima di tutto delle politiche messe in atto nelle diverse fasi della storia coloniale italiana. Mostrando in questo modo come i crimini non siano stati elementi sporadici e casuali, che si potrebbero anche considerare inevitabili in una guerra. Essi vanno inseriti in ben precise politiche e azioni di propaganda a sfondo razzista e sessista messe in atto dai diversi governi che si sono succeduti tra l’Italia liberale e quella fascista. Con una strategia che aveva precisi scopi.

L’immagine della donna “africana” come donna attraente e disponibile, attraverso quello che l’autrice definisce un paradigma esotico/erotico, era stata utilizzata dai governi, a iniziare da quelli dell’Italia liberale, come uno degli strumenti di persuasione capaci di creare un consenso popolare attorno all’impresa coloniale. Parallelamente a questa immagine alcuni giornalisti e parte consistente della letteratura scientifica e medica hanno diffuso una immagine ferocemente denigratoria della donna “africana”: descrivendola come naturalmente portatrice di malattie, maleodorante per via delle sue abitudini igieniche, rozza incolta e stupida, inferiore e limitata ecc. Esotismo e denigrazione, abbiamo imparato a riconoscerlo, sono due strategie speculari che concorrono ambedue a creare l’immaginario razzista. Con la pubblicazione del manifesto della razza e con le leggi razziali, l’esotismo ha ceduto il passo definitivamente alla denigrazione. Pure l’inno di Faccetta nera è stato sconfessato e attaccato con violenza sulle pagine dei maggiori quotidiani nazionali. La campagna contro le unioni tra italiani e colonizzati e contro il rischio del meticciamento si è fatta violenta. Una legge regia ha vietato i matrimoni misti.

Il fatto è che non basta guardare al passato e riconoscere che non siamo stati brava gente. Difficile è ammettere che non lo siamo tutt’ora. Difficile è forse anche rendersene conto.

Sul passato coloniale italiano si continua a star zitti. Le politiche razziali fasciste vengono ancora minimizzate. Il virilismo rozzo e violento, che ha fatto da collante tra colonialismo e razzismo, non viene ancora mostrato con il dovuto dettaglio di particolari.

Si ha il sospetto che questa negazione sia uno dei modi in cui viene preparato il terreno perché oggi si continui a seminare, e a raccogliere, gli stessi frutti. Geneticamente un po’ modificati. Ma nella sostanza piuttosto simili. Dissimulando, appunto, facendo quasi finta di niente. Perché parlarne ci costringerebbe a trovarci attaccata addosso proprio quella identica eredità.

Qualche anno fa, a Messina, a una cena in cui ci rincontravamo tra vecchi compagni di scuola, ho rivisto dopo tantissimo tempo un mio compagno dei tempi del ginnasio. Facciamo finta che si chiama Ettore Pascucci. Era appena tornato da una vacanza in uno dei paesi del Corno d’Africa. Non ricordo più quale. Era andato a trovare un suo amico che da anni lavorava lì. Ha raccontato il suo viaggio nel Corno d’Africa a un gruppo di compagni maschi mentre ci fumavamo una sigaretta tra il secondo e il dolce sul marciapiede del ristorante. Era tornato estasiato. Non era uscito quasi mai di casa perché la città era piena di insidie e di pericoli, diceva. Però stando in casa, con questo gruppo di italiani che abitavano lì, in case ricchissime per gli standard del posto, ricevevano spesso la visita di alcune donne. Non erano delle prostitute, raccontava, erano delle amiche. Venivano presentate come delle amiche, si muovevano per casa come delle amiche e le prestazioni sessuali non se le facevano pagare. Facevano parte del rapporto d’amicizia. È lo stesso concetto di amicizia dell’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Oggi, dopo il ben noto caso del giro di prostituzione attorno a Berlusconi, il cosiddetto caso Ruby, quelle amiche le chiameremmo escort. E d’altra parte quel tizio raccontava che la prima volta che queste ragazze li avevano raggiunti a casa i suoi amici gli avevano detto che nel pomeriggio avrebbe ricevuto un regalo. E il regalo, di fatto, puntualmente c’era stato.

C’è un filo diretto che lega le vicende vissute da quel mio compagno nel Corno d’Africa a quelle che hanno visto coinvolto Silvio Berlusconi con la ragazza minorenne egiziana nota come Ruby. Ambedue si inscrivono in una stessa storia italiana che inizia con l’impresa coloniale. O, come direbbe qualcuno: esse appartengono al medesimo retaggio storico. E si può far risalire alla stessa matrice storica anche la campagna giornalistica che, con una strategia ben nota e consolidata, a un certo punto ha iniziato a usare come bersaglio denigratorio la ragazza egiziana, rappresentandola come una “puttanella” senza scrupoli e senza valori che rischiava di inguaiare il grande uomo politico e d’affari. Contemporaneamente si provava a dipingere quella di Berlusconi come una semplice e tutto sommato innocente debolezza di un uomo stressato dal troppo lavoro. L’opinione pubblica, a un certo punto, ha come fatto propria questa tendenza a minimizzare gli eventi. È subentrata una specie di falsa coscienza collettiva che, al di là delle numerose battutacce, lo ha anche un po’ assolto, perdonato. È possibile che sia scattata, in modo diffuso per quanto sotterraneo, una forma di identificazione un po’ fascista con le gesta erotiche del capo e con la sua immagine vincente di uomo di potere capace di sopravvivere indenne a qualsiasi disavventura.

Ma a ben guardare è tutto il dispositivo retorico messo in campo per anni dall’ex premier e dal suo apparato di potere mediatico ad apparire una versione rimodernata di quella retorica colonialista di antica memoria. Quel modo di fare funzionare nella scena politica delle barzellette da trivio, raccontate con toni da bar di borgata, sulle abitudini sessuali del suo amico Gheddafi. O il modo di costruire la visita del dittatore libico in Italia come evento televisivo, organizzando un incontro con uno stuolo di belle ragazze-immagine assoldate apposta per essere offerte, simbolicamente, al suo potente ospite. O, forse, organizzato in questo modo con l’intento di ricreare in terra italiana, in modo quasi subliminale, l’immagine esotizzante del grande capo africano con il suo harem. Immagine e controcanto dell’harem dello stesso Berlusconi. E la stessa trovata utilizzata per fare rilasciare la giovane Ruby detenuta in questura, spacciandola per nipote di Mubarak. Tutto un modo di fare funzionare insieme, di volta in volta, maschilismo triviale, esotismo/erotismo e denigrazione. E come non riconoscere in espressioni largamente usate e diffuse su quegli eventi, opportunamente riproposte e diffuse dai media, come “il bunga bunga”, una versione rimodernata di un antico stigma che per secoli ha dipinto l’uomo “nero” e africano come dedito a una sessualità dissoluta, selvatica, quasi animale?

Per ribaltare il punto di vista di Tempo di uccidere e guadagnare un’immagine altra delle imprese coloniali di inizio ‘900 e della donna “africana” bisogna leggere il romanzo di Gabriella Ghermandi, Regina di fiori e di perle, pubblicato nel 2007 da Donzelli. Che è dichiaratamente una forma di risarcimento. Racconta quello che l’italiano non ha mai saputo o voluto sapere. La protagonista è una ragazza etiope che verrà in Italia a fare l’università. Quando ancora era bambina ha ricevuto un incarico, una sorta di missione, da parte di uno dei saggi della sua famiglia, il vecchio Yacob: raccontare agli italiani cosa è, ed era, davvero l’Etiopia. E molte delle storie narrate sono proprio racconti del periodo dell’occupazione italiana.

Le donne raccontate nel romanzo sono ben diverse da quelle rappresentate da libri, fotografie e articoli italiani. Né dissolute prostitute veicolo di malattie come la sifilide e la lebbra, né quieti animali domestici buoni solo per diventare prede. La loro storia non è la storia immutabile di esseri più vicini alla natura che alla civiltà. Ci sono figure di donne forti e sagge, che hanno tirato avanti le famiglie e le terre mentre gli uomini andavano a fare la resistenza nelle foreste; donne che imparavano a mediare e a contrattare con l’occupante italiano per salvare il salvabile; e donne che entravano nella resistenza facendo le staffette o diventando portatrici di messaggi e di notizie tra un gruppo di combattenti e l’altro. Tra le donne che raccontano storie alla giovane narratrice Mahlet ce n’è una che gira in compagnia di una tartaruga per il tempio cristiano in cui Mahlet va a pregare sotto la guida di un vecchio eremita. La donna le racconta: “durante la mia infanzia, dopo il raccolto del cotone, io e mia madre passavamo intere giornate all’ombra del grande albero, a filare, e durante le lunghe giornate lei coltivava la mia femminilità raccontandomi storie sulle grandi donne del nostro paese”. Tra queste la storia dell’imperatrice Taytu, moglie di Menelik, che aveva avuto un suo esercito di fanti e cavalieri con cui aveva combattuto e sconfitto gli italiani ad Adua nel 1896. Quasi mezzo secolo dopo, nel 1937, durante l’occupazione italiana, la donna con la tartaruga, appena ragazza, fugge da Addis Abeba, dove era stata costretta forzatamente a servire un maggiore dell’esercito italiano, per unirsi alle file della resistenza. Si unisce al gruppo di Kebedech Seyoum, una donna guerriera che aveva preso il posto del marito a capo di un gruppo di guerriglieri dopo che questi era stato ucciso con l’inganno da un ufficiale italiano. Nell’armata di Kebedech Seyoum le donne combattenti erano tante.

Una mattina, racconta la donna con la tartaruga alla giovane Mahlet, lei era andata a prendere l’acqua al fiume. Aveva con sé il figlio piccolissimo di Kebedech Seyoum. Si era avvicinata all’acqua ed essendoci un bel sole aveva appoggiato il fucile da un lato e l’anfora dall’altro lato. Aveva abbassato la veste ed era rimasta a seno nudo. Aveva iniziato a lavarsi. C’era caldo, aveva il corpo pieno di polvere e sudore, aveva preso piacere a gettarsi l’acqua fresca lungo il corpo. Proprio come la donna violentata dal tenente di Flaiano in Tempo d’uccidere. “Non avrei più smesso – dice la signora con la tartaruga alla giovane Mahlet – ipnotizzata dal piacere”. Spunta fuori a questo punto un italiano, disarmato, che si avvicina al figlio di Kebedech Seyoum. Stavolta è la donna etiope ad avere un fucile per le mani. Prima esita: non è abituata a uccidere e non vuole uccidere. Ma deve proteggere anche il piccolo figlio di Kebedech Seyoum. Poi un impulso che non le apparteneva si impadronisce di lei. Pensa ai morti che ha visto nel corso dell’occupazione, alle scene orribili degli eccidi a cui aveva assistito. Forse anche alle violenze subite dalle donne. Qualcosa dentro di lei urla “fuori dalla nostra terra!” mentre spara uccidendo l’italiano. Non si può certo darle torto.

Commenti
7 Commenti a “Harem (di Stato)”
  1. Mariateresa scrive:

    In effetti “Tempo di uccidere” è un testo ben poco noto (si ricordano solo certi aforismo di Flaiano e tutti a citare “Un marziano a Roma”) e disturbante, perché il fantasma della ragazza insegue il tenente per tutto il tempo e c’è l’immagine di un vecchio (il padre, il nonno?) che col suo solo sguardo inchioda l’uomo alle sue responsabilità…altro che brava gente! E la lebbra ha lo stesso potere paralizzante e di panico dell’Aids oggi…Andrebbe letto e riletto il libro di Flaiano; del resto un osannato (non certo da me) giornalista come Montanelli andava tranquillamente in tv a dire che aveva abbandonato una sposa africana…Raccapricciante!

  2. davide calzolari scrive:

    suvvia gente sto terzomondismo su avventure coloniali di decenni fa non è un pò fuori dal tempo?

    non riscriviamo sempre la storia patria,il colonialismo italiano non è stato il migliore(quello migliore fu quello inglese,con tutti i suoi difetti lasciò qualche vera nazione,quando l’impero britannico scomparve)ma neanche il peggiore(li belgi e francesi posson fare a gara per un dubbio award..)

    peraltro nel campo del”con chi fanno sesso i nostri soldati?”mi risulta che altri eserciti si comportaron ben peggio:in molti eserciti dalla belle epoque in poi fu proibito di frequentare “le donne di colore”nelle avventure coloniali,con motivazioni altamente razziali,anzi razziste:

    nel regio esercito italiano a piu riprese invece,ci fu un tranquillo appeasement della cosa,qualche ordine vagamente razziale saltò fuori ma fu molto disatteso,(e meno male!!!se i nostri soldati fossero stai piu algidi,avrebbe voluto dire che erano anche un pò razzistelli,così non fu invece)

    si dirà”beh si la classica VOGLIA italica faceva passare sopra tante altre cose,inclusa la retorica di razza”-si forse era così,ma gli effetti,tra l’altro,furono che ancora oggi in somalia tutte ,dico tutte le fazioni in lotta, nelle interviste con giornalisti italiani dicono cmq “tutto sommato,abbiam un buon ricordo del colonialismo italiana,a quanto ci han detto i nostri nonni,sicuramente migliore di quello inglese che pure abbiamo avuto”!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!e parliamo di un posto di stretta ossservanza musulmana eh!!!!

    idem in libia

    morale:avvero non stiam sempre a giocare di esser sempre e cmq stati i peggiori della classe,NON è COSì

  3. claudia correggi scrive:

    penso che a nessuno interessi compilare graduatorie sui peggiori o migliori colonialisti, meglio studiare la faccenda, non ancora abbastanza scandagliata, cmq non si scappa, il rapporto tra i generi (maschio/femmina) è una lente di ingrandimento che funziona, come sempre.
    per completare l’approfondimento sul tema, di Flaiano consiglio la lettura di “Aethiopia. Appunti per una canzonetta” in appendice a “Tempo di uccidere”; un altro libro sosprendente è “Il deserto della Libia” di Tobino.
    consiglio anche di vedere l’intervista di Biagi a Montanelli dove quest’ultimo racconta della compravendita della moglie bambina, nella puntata del 13 ottobre 2008 della trasmissione RT- Era ieri, su youtube c’è.
    inoltre tutti i testi di Riccardo Bonavita sono fondamentali, per esempio “Spettri dell’altro. letteratura e razzismo nell’Italia contemporanea

  4. davide calzolari scrive:

    dubito che i rapporti fra generi(uomo/donna)si studino guardando ad avventure coloniali (in divisa,ergo in guerra oltremare) del 1911-1912….

  5. giorgio scrive:

    lessi e mi piacque. la perversione del rapporto uomo bianco/femmina nera anticipa di tanto la mercificazione della femmina bianca dei giorni nostri. è con la femmina nera che l’uomo bianco sente e crede di potersi scatenare sessualmente, perchè è nera, è selvaggia, è inferiore, sessualemnte è utilizzabile come si vuole (la femmina nera è sempre porca nell’immaginario maschile). le veline, le letteronzole, le noemi letizia e le minetti, non sono altro che sorelle minori o evoluzioni della femmina nera colonizzata, diverse nel colore della pelle, ugualmente soggiogate al maschio colonizzatore. tutto questo rende attuale la trattazione del tema. il finale dell’articolo mi piace un sacco: ogni tanto la femmina nera spara, la Minetti invece no.

  6. davide calzolari scrive:

    scusate ma col para-veltronismo si sta esagerando

    “”” è con la femmina nera che l’uomo bianco sente e crede di potersi scatenare sessualmente, perchè è nera, è selvaggia, è inferiore, sessualemnte è utilizzabile come si vuole (la femmina nera è sempre porca nell’immaginario maschile)”””

    ma chi lo dice?suvvia,queste considerazioni sono esagerate,lo stesso ultraterzomondismo di certi settori progressisti sono è esagerato,e quanti abbagli ha provocato,spesso in politica estera,anche in anni recenti

    Non siam negli anni 10,oggi(banale,ma a volte va ribadito)grazie al cielo

  7. claudia correggi scrive:

    il colonizzato quindi l’inferiore viene visto attraverso una lente”animalizzante”, lo spiega bene anche stella nell”orda: quando gli albanesi eravamo noi”; sempre per tornare a montanelli e all’intervista a biagi, lui stesso definisce la moglie bambina comprata in etiopia un animalino docile”; lo stesso dispositivo è ricorrente nella narrativa coloniale ad esempio in “Femina somala” di Gino Mitrano Sani:

    “Come una bestiola, accucciata in un angolo della camera che doveva divenire d’un altro… Elo, il viso nelle palme, faceva pensare a quei cani fedeli che muoiono sulla fossa del padrone. Ella non aveva un pensiero che connettesse con altri, ella non sentiva la logica dei ragionamenti ma sentiva che perdeva una gran cosa, sentiva che senza il suo uomo la sua vita rientrava nel vuoto, nel buio che prima non aveva conosciuto ché vivendo da bestiola non conosceva altro della vita che la monotonia di quel vuoto…Andriani aveva tutto regolato per Elo…ora se andava senza scrupoli, senza rimorsi, con la coscienza di aver ben ricambiato l’alleviamento alla dura astinenza africana che Elo docilmente gli aveva procurato. Non poteva, però scacciare il senso penoso pel distacco della fanciulla, e non se ne vergognava. Era quello il senso triste che si ha quando si lasciano cose con cui s’è vissuto, il senso triste che si ha quando si lasciano cose con cui s’è vissuto, che non è solo per le persone ma anche per i luoghi e le cose. Purtuttavia sentiva che quella sensazione angosciosa era qualcosa di diverso ed a cagione della sua piccola nera…Che doveva fare? Si può lasciare il proprio cane fedele senza una carezza?

    riguardo alle minetti etc. il discorso è diverso, non mi sembra che si possano applicare le stesse categorie interpretative anche perché non le vedo, se è è possibile generalizzare, come subalterne, quindi non sono “animalizzabili”; è un discorso complesso e molto insidioso perché rischia di scivolare dall’etica politica al moralismo sessuale.

Aggiungi un commento