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“Hark”, il nuovo romanzo di Sam Lipsyte

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, l’inserto culturale de La Stampa, che ringraziamo.

Normalmente nei romanzi il racconto procede in prima o terza persona; altre forme meno usuali sono da gestire con i guanti. Seconda persona singolare, o prima plurale, tutte posture da maneggiare con cura. Tra gli esempi migliori di punti di vista narrativi più sperimentali mi vengono in mente certe storie brevi di Donald Barthelme o George Saunders, maestri del racconto.

Ecco: si dà il caso che Hark, l’ultimo romanzo di Sam Lipsyte, tradotto in Italia da Anna Mioni per minimum fax, cominci con un bel coro di voci narranti. Che la scrittura di Lipsyte sia una delle più valide degli Stati Uniti, per facilità di racconto e abilità tecnica – una tecnica che non degenera mai nel tecnicismo, tuttavia – e seducente affabulazione, lo sanno già i lettori di Venus Drive e La parte divertente, due dei libri più riusciti dell’autore americano. Per quanti avessero sinora mancato l’appuntamento, Hark è un ottimo inizio. Perché, tanto per cominciare, una cosa che capita leggendo Hark è sorridere improvvisamente, magari davanti a frasi come «Suo zio Conrad, anni prima che lei lo uccidesse per disgrazia, le aveva raccontato che solo quando possedevi tutto arrivavi a capire davvero, finalmente, che la vita è solo una merda totale».

La vicenda centrale di questo romanzo brillante e senza troppi freni è quella di Hark Morner, un personaggio imparentato con certe creazioni di Kurt Vonnegut. Per lavoro, Hark si è specializzato nella sfera motivazionale e delle discipline di sostegno mentale – tutte cose che potranno sembrare bislacche ma che a dire il vero trovano un terreno assai fertile in svariati settori, ben oltre la realtà romanzesca immaginata da Lipsyte. All’inizio, dal suo auditorio, Hark è considerato poco più o poco meno di «un cottimista dei festival delle idee, un po’ segaiolo e un po’ sciorinatore di dati, o non sono la stessa cosa forse?»

Strada facendo, però, la credibilità di Hark si trasforma, portandolo al ruolo di autentico guru del settore. Soprattutto grazie alla cosiddetta Teoria dell’arco, una disciplina raccontata in un libro best-seller e che molti lettori (o ascoltatori dei suoi meeting live) finiscono per prendere tremendamente sul serio, tanto da far sì che si inizi a parlare persino di harkismo e di harkisti, quasi che quella di Hark fosse una setta o una religione. I suoi discorsi sembrano – anzi sono – un miscuglio di aneddoti presi a piene mani da storie e leggende, miti antichi rivestiti da una patina fresca e indirizzati agli Autentici Obiettivi dell’uomo Moderno. Misteriosamente, la gente gli crede. «È così autorevole quando parla a un pubblico, ma vede tutta la faccenda con uno strano senso dell’umorismo. Come se una parte di lui fosse convinta che è un bluff. Ma io non lo sono. E nemmeno tutti questi nuovi seguaci».

Il tono di Hark, come sempre in Lipsyte, chiama in causa la scrittura umoristica, a volte di sfumatura nera, anche se c’è un che di ironico nel dover assegnare questa definizione monotinta a pagine invece così colorate, ricche di suoni diversi, a volte poetiche («C’è una nuvola grigiorosa che sfiora la finestra, un immenso animale vaporoso»). Tra i tanti punti di forza di Lipsyte che tornano in Hark, i dialoghi meritano una menzione particolare. Quasi sempre frizzanti, costruiti con frasi brevi, piccole saette che tassello su tassello rilasciano via via effetti comici/amari/grotteschi. Davvero sembra di leggere sketch di ottima stand-up comedy, molto spesso durante il libro.

È il caso del dialogo tra Fraz, uno degli accoliti di Hark nonché figura primaria del romanzo, e il figlio del suo datore di lavoro, un riccone cinico il giusto e dalla risposta pronta: quest’ultimo gli annuncia la morte del vecchio, senza troppi preamboli, e poi parte un serratissimo botta e risposta che include un proposito di sepoltura «vicino al mare della Tranquillità», sulla luna, e una serie di avances per niente celate alla moglie di Fraz, un’affascinante poetessa di nome Tovah.

Ma guizzi del genere tornano con splendida continuità nel tessuto del racconto, assieme alla satira di pezzi interi del nostro mondo contemporaneo, con particolare riguardo verso le imprese iper-tecnologiche e tutto quel mondo di startupper e giovanissimi rampanti («Hanno anime dissennate. Non sanno ciò che scatenano le loro maniere raccapriccianti. Se non altro lei ha le sue poesie, anche se le manca il tempo per scriverle»), si ritrova a pensare Tovah, che in una di quelle aziende hi tech ci lavora.

A proposito: un’altra traiettoria lungo cui si svolge Hark è proprio la relazione tra Tovah e Fraz, regalando, anche qui, momenti di felicità e disperazione. Ma la vera ricchezza del romanzo risiede nella generosa inventiva di Lipsyte, in stilettate improvvise come «È un malato terminale, ma ancora lontano dal termine», o «A quelle ragazze mancava l’analisi di classe, e già che ci siamo anche la classe». Quella che non manca, decisamente, a Sam Lipsyte.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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