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Harold Bloom: cosa resta del Canone

di Nicola Lagioia

questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo

Benché insegnasse a Yale con i più alti gradi, Harold Bloom non aveva molta fiducia negli accademici, soprattutto per come aveva visto l’università cambiare sotto i suoi occhi nell’ultimo quarto di secolo. Detestava i professori convinti – il loro nome stava diventando legione – che la letteratura servisse a forgiare cittadini migliori, e così affidava la propria lezione (uno scrigno colmo di competenza mostruosa, passione straripante, idiosincrasie omeriche) a quello che Samuel Johnson chiamava “il lettore comune”, in particolare alle giovani e ai giovani che non muoiono dalla voglia di arruolare Virginia Woolf nella battaglia per la parità tra generi né di imbracciare Thomas Mann contro i nazionalismi, ma leggono Orlando e La montagna incantata per il puro piacere di farlo.

Di quale piacere si tratti è tuttavia bene spiegarlo, dal momento che la sua difesa è valsa nel tempo all’autore di Canone occidentale, oltre che tanti ammiratori, anche tanti nemici. Chi ama davvero la letteratura, continuava a ripetere Bloom, non lo fa per dotare di un megafono le proprie battaglie politiche o civili, ma per un desiderio di altrove che non ha nulla di evasivo. Al contrario, è una brama che ci spinge verso una più piena umanità, un viaggio che ci può far trovare faccia a faccia con l’assoluto, e ancora meglio – nel momento in cui sprofondiamo nell’opera di Proust, nei versi di Leopardi, in una pagina di Dante o di Shakespeare (i due centri del Canone) – ci porta addirittura a confonderci con esso, per quanto l’assoluto e il sublime possano toccare gli umani.

Il nemico di tutto ciò è la “scuola del risentimento”, “i professori di hip hop” convinti che una rima dei Run dmc pareggi Aurore d’autunno di Wallace Stevens, ma soprattutto i questurini del politicamente corretto che, gonfi di rancore davanti al valore di Kafka o di Pessoa, affollano i dipartimenti di “cultural studies” per abbassare al proprio livello questi giganti.

Il problema è che i “risentiti” di cui parlava Bloom non sono più esclusiva delle università, ma occupano ormai qualunque tipo di tribuna, tendono a monopolizzare il discorso pubblico, hanno conquistato una vera egemonia e sono pronti a relegare quelli come lui tra i maschi bianchi conservatori di cui sbarazzarsi al più presto.

In realtà la lezione di Bloom è tanto più importante quanto più rischia ora di diventare minoritaria. Cosa resta ad esempio del suo Canone? Il metodo, e non per forza il merito. Una strategia sbagliata per sminuire Bloom è fare infatti la conta dei suoi personali salvati e liquidati. Aveva probabilmente torto nel ridurre David Foster Wallace a un talentuoso confusionario, e se fosse nato trent’anni dopo avrebbe forse riconosciuto su Stephen King la lezione di Charles Dickens. E allora? La questione non riguarda chi è dentro e chi è fuori. Harold Bloom oggi va brandito contro chi ritiene che il valore di un’opera si misuri sulla sua utilità sociale o su ciò che rappresenta il suo autore fuori dal libro che ha scritto. Un’opera letteraria non è migliore solo perché il suo autore è gay o lesbica o afroamericano o disabile o disoccupato o nato in un paese distrutto dal neocolonialismo. Le minoranze, le vittime del sistema economico, gli umiliati dai pregiudizi, i calpestati dall’imperialismo godono di un credito che è sacrosanto rivendicare (e riscuotere!) sul piano politico e sociale, non certo su quello artistico se non ne sono all’altezza. Albertine scomparsa l’ha scritta Marcel Proust e non purtroppo il sottoscritto, e il fatto che io venga dalla provincia dell’Impero o che i miei nonni fossero poveri contadini e non ricchi possidenti non arricchisce di un’oncia i miei meriti letterari e non alleggerisce di un granello di senape quelli di Proust.

La terribile crisi economica che ci ha investiti ha comprensibilmente arroventato la nostra vocazione vittimaria (visto che il mondo sembra incurante del danno che ho subito, ne pretendo almeno la certificazione) e il narcisismo nutrito dai social risarcisce malamente la perdita della nostra rilevanza su altri fronti, ma arrivare a sentirsi per questo danneggiati dalla grandezza altrui, pretendere che i danni subiti sul piano della giustizia sociale vadano recuperati sul territorio dell’estetica in nome del progresso democratico significa gettare con l’acqua sporca due millenni di letteratura, e contro questo Harold Bloom si è sempre coraggiosamente battuto.

Molti detrattori della lezione di Bloom si sono trovati in questi anni a confondere Bret Easton Ellis col Patrick Bateman di American Psycho, Vladimir Nabokov con l’Humbert Humbert di Lolita, a rivendicare una versione anticolonialista de Lo Straniero e una femminista di Anna Karenina, a diffidare maschi bianchi benestanti dallo scrivere romanzi i cui protagonisti fossero donne o neri o poveri, dimenticando che compito della letteratura non è risarcire i torti del mondo ma raccontarlo, non è depositare una sentenza ma comprendere, e se proprio non si può evadere dalla logica del tribunale, allora la letteratura è un’istruttoria non finalizzata a gradi di giudizio. Quando leggendo Delitto e castigo ci ritroviamo a empatizzare con Raskolnikov, un assassino, stiamo riuscendo nell’esercizio di alterità che tanto rivendichiamo proditoriamente nella nostra vita civile. Troppo spesso non usiamo le sacrosante battaglie politiche di cui ci riempiamo la bocca come leva per cambiare il mondo, bensì come protezione, come diversivo retorico per non mostrare la nostra parte più autentica (la nostra parte vulnerabile, o magari quella scandalosa). Il problema con Harold Bloom è che la grande letteratura da lui così tenacemente difesa ha spesso il potere di lasciarci soli davanti all’insensato dolore – e all’eversiva meraviglia – di essere uomini. È ciò di cui oggi abbiamo più paura, ma è anche ciò di cui abbiamo più bisogno.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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