Harold Brodkey, La Promessa

di Christian Raimo

In un’intervista sulla Paris Review nel 1991 Harold Brodkey raccontava di una volta che una sua vicina di casa lo fermò per fargli le congratulazioni per il Nobel. Brodkey gli dovette spiegare il qui pro quo: il Nobel l’avevano dato a Brodskij, non a lui. Forse era il giusto destino per quello che viene ritenuto uno dei più importanti scrittori d’America, e che paradossalmente era considerato tale anche prima che pubblicasse, ventisettenne, la sua raccolta d’esordio, Primo amore e altri affanni (nove straordinari racconti già usciti e già acclamati sul New Yorker e altre riviste, e istantaneamente canonizzati da critici, pubblico, scrittori stufi degli imitatori hemingwayani); e che da allora in poi, siamo nel 1958, è stato sicuramente il più grande autore americano in potenza. Harold Brodkey, La Promessa.
Aspettò più di un trentennio per mandare alle stampe Runaway Soul – uno dei romanzi più attesi della storia della letteratura (contrattualizzato tre volte prima della pubblicazione) – e dovette scoprire di essere ammalato di Aids per confessare apertamente gli abusi infantili da parte del padre e la sua omosessualità irrisolta, nel memoir Questo buio feroce (1996). Nel frattempo continuò a scrivere racconti con la media di uno ogni due anni: i quattordici “pezzi difficili” – romanzi o scene di romanzi in nuce, più che racconti – che poi mise insieme in un’altra semidimenticata pietra miliare del Novecento americano (Storie in un modo quasi classico, tra cui il citatissimo capolavoro erotico “Innocenza”, con la famosa scena di venti pagine di cunnilingus); e infine i racconti raccolti postumi in The world is the home of love and death.
Ma oggi che Fandango ripubblica il suo debutto di culto, Primo amore e altri affanni (in quante case di amici ho visto gelosamente conservata una vecchia edizione Serra e Riva?), e che anche negli States si lamentano che il suo nome stia finendo sommerso dalle acque dell’oblio, potremmo riconoscere che quella di Brodkey non è stata soltanto una promessa da un punto di vista editoriale: era l’intero mondo da lui raccontato che era in grado di sprigionare un’aura di possibilità infinite.
E se è una nostalgia violenta, ineluttabile, il sentimento che pavlovianamente suscitano le sue pagine, è vero che non si può veramente parlare di un ricordo doloroso e languido di un tempo storico (un’età dell’oro dei baby boomers tipo quella di Mad Men o di un Revolutionary Road), né di un rimpianto di quel paradiso perduto che è la gioventù di ciascuno di noi; è piuttosto un’epoca dello spirito che Brodkey evoca fin dal letale incipit del primo racconto: “Esiste una particolare gradazione di mattoni rossi – un rosso cupo, quasi melodioso, profondo e venato di blu – che è la mia infanzia a St. Louis”. È la promessa stessa della letteratura: la possibilità che ci viene lasciata intravedere di una “restituzione di vita”. Quella vita che, nonostante l’acutezza dei nostri sensi, semplicemente non riusciamo ad afferrare a fondo. E non perché siamo invecchiati, e non perché abbiamo deluso le aspettative che avevamo da ragazzi; ma perché ad allontanarci dal suo pulsare c’è sempre qualcosa di indefinibile che non siamo mai capaci di percepire con chiarezza, né di condividere con chi ci è accanto.
La scrittura di Brodkey non è altro: dare forma a questa tensione. Un’inquietudine esatta che si esprime attraverso un uso virtuosistico della struttura e della lingua; un uso materico, carnale, dell’inglese e dello stile, che alle volte pare sorprendere l’autore stesso. I giochi di parole. La scansione dei paragrafi. Gli elenchi. Le sequenze di due tre quattro cinque sei sette otto aggettivi di seguito. (“Vedeva sua figlia a vent’anni, alta, sottile, i capelli ondulati e gli occhi splendenti – disinvolta, distinta, vivace, attraente, intelligente…”). Le metafore che – come capita quando si è in quello che Kierkegaard definiva uno stato estetico dell’esistenza – fondono, in un unico assoluto sensoriale, mondo organico e mondo inorganico: pensieri, comportamenti, paesaggi… (“La notte, sdraiato nella sua branda, Elgin tentava di dormire, ma continuava a pensare a Caroline, e, dolcemente, come una foglia si incurva in una soluzione salina, si raggomitolava sotto le coperte finché le ginocchia gli toccavano il petto, ed era un doloroso desiderio che egli non poteva controllare più di quanto non potesse controllare i propri pensieri”). L’infinita gemmazione di incidentali: parentesi, trattini, punti e virgola, che danno al ritmo della narrazione un’epoché possibile, un respiro in superficie dopo aver nuotato sott’acqua. In un istante si bloccano sia i personaggi che la voce narrante – come quei momenti in cui ci viene da spezzare una frase per guardarci dal di fuori. Prendiamo ad esempio l’inizio di un paragrafo nel racconto che dà il nome alla raccolta: “Alzai la faccia – quell’esasperante elemento, la mia faccia – e guardai incantato la notte e le cime ondeggianti degli alberi…”. Oppure un passaggio del primo racconto, “Stato di grazia”, da citare assolutamente: “La signora Leinberg era molto graziosa; bruna come mia madre ma non così bella. Anzitutto, era troppo piccola; era alta sì e no un metro e mezzo e io torreggiavo letteralmente sopra di lei. In secondo luogo non era per niente regale. Ma non aveva mai i denti macchiati di rossetto e i suoi vestiti erano quasi sempre nuovi e i suoi occhi dolci. (Gli occhi di mia madre erano incomprensibili: un palcoscenico buio sul quale venivano rappresentati indistinte scene di folla, e tutto quello che uno poteva percepire era tumulto e dramma, né aveva importanza quanto durasse l’attesa; le luci non si accendevano mai e la scena non veniva mai spiegata.) La signora Leinberg mi invitava, di solito, a servirmi del frigorifero…”.
Non sarà certo la memoria, o l’ostinazione ad accumulare aggettivi, a giustapporre immagini irrelate, a restituirci quello che giorno dopo giorno, sembra continuiamo comunque a perdere. Però forse, verso le ultime righe di un racconto, prima di ritornare ai nostri pensieri, a rispondere alle mail, a fare le lavatrici ammonticchiate in bagno, possiamo ipotizzare che sia la voce di uno scrittore rimasto sempre una grandiosa promessa a ricordarci quello a cui, scioccamente, non avevamo mai pensato: “Ecco la storia è tutta qui. Il ragazzo che ero, il bambino che era Edward. Questo, e il terribile desiderio di volgermi di colpo e di correre indietro, gridando per i corridoi del tempo, urlando al ragazzo che ero, cercandolo fino a scovarlo, e picchiandogli forte sul petto: ‘Amalo, maledetto idiota, amalo’”.

Questo testo è uscito parzialmente per il Sole 24 Ore.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
2 Commenti a “Harold Brodkey, La Promessa”
  1. TT scrive:

    Ma quanto sei bravo, Christian. Mi ha commosso la tua recensione. Grazie

  2. Simone scrive:

    Grazie Christian, adesso ho capito perché sento tanto affine alla mia sensibilità la scrittura di Harold Brodkey.

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