bdylan

Don’t Think Twice, It’s All Right. Hegel, Bob Dylan e il Nobel per la letteratura

bdylan

di Francesco Campana

Il 13 ottobre 2016 è stato un giorno emotivamente impegnativo per chi ha a cuore la cultura, l’arte e la letteratura. Se ne è andato il Nobel Dario Fo, gigante del teatro, e Bob Dylan è stato insignito dello stesso premio per la letteratura. Le due figure sono certamente distanti, ma sono accomunate almeno da un aspetto: le polemiche che hanno suscitato al momento dell’assegnazione del prestigioso riconoscimento conferito dall’Accademia Svedese.

In entrambi i casi, ai preliminari riconoscimenti di rito – è sicuramente un grande attore…ha scritto delle canzoni straordinarie… – sono seguiti degli scandalizzati però,volti a criticare l’opportunità di tali attribuzioni e non di rado a screditaretout court il premio letterario in questione:però se lo meritavano anche altri poeti o scrittori; però il teatro e le canzoni non sono romanzi; però non è letteratura.

Per alcuni, Dario Fo si presentava infatti come la figura di un letterato, in un certo senso, “spurio”.Il fatto di essere un attore– un eccezionale attore, peraltro – e per di più un comico – qualcosa di poco serio, secondo alcuni, non incline al lirismo della “grande letteratura” – faceva storcere il naso a chi aveva un’immagine chiara e definita dello scrittore, spesso del romanziere, che mostrava la propria arte unicamente attraverso la forza della scrittura.

Specie in Italia, poi, la diffidenza rispetto a un pieno riconoscimento del merito di Fo si è spesso intrecciata con la triste polemichetta politica di chi si opponeva a quella vita di impegno apertamente schierato che innervava tutta la sua opera. E a poco serviva ricordare che Dario Fo, all’epoca con Harold Pinter (che sarebbe stato insignito qualche anno dopo dello stesso riconoscimento), era l’autore di teatro vivente più rappresentato al mondo e che opere come Mistero Buffo o Morte accidentale di un anarchico, anche al di là della particolare – spesso difficile, problematica, drammatica, sicuramente specifica – contestualizzazione storica, facevano ridere gli spettatori, dall’Asia alle Americhe, dimostrandosi così macchine perfette che si avvalevano, invece, di una scrittura solidissima.

Inoltre, era diventato quasi insopportabile dover ricordare che l’opera di autori come Aristofane, Shakespeare o Molière, se fosse emendata dalle prese di posizioni politiche e dai riferimenti alla cronaca del tempo, verrebbe radicalmente indebolita, se non in certi casi completamente cancellata.

Non c’è dubbio tuttavia che il conferimento del Nobel a un autore come lui, ha significato anche il riconoscimento del valore e, in un certo senso, della “cittadinanza letteraria” a una tradizione specifica – quella che trovava le sue radici nelle giullarate medievali – e a un mondo in generale – quello del teatro – che non sempre veniva identificato come “letteratura”.

Il caso di Dylan, per certi versi, ha alzato ancora di più l’asticella. Si tratta di un musicista, di un cantante, di un cantautore. E anche qui non servirà molto dimostrare, testi alla mano, la dimensione letteraria delle canzoni di Dylan: dalla struttura della giovanile A Hard Rain’s A-Gonna Fall, che ricalca – come universalmente noto – la ballata Lord Randal del XIII secolo, ai più o meno velati tributi agli scrittori della beat-generation(si pensi a Subterranean homesick blues, forse riferimento a The Subterraneans di Kerouac), o ancora alle mille altre cripto-citazioni e omaggi presenti nei suoi componimenti, fino al recente album Tempest, di cui in ogni caso è lo stesso autore a negare la derivazione shakespeariana (non c’è l’articolo, del resto, dice Dylan). Perché in fondo qui non si tratta di capire quanta letteratura ci sia nelle canzoni di Bob Dylan, ma se le canzoni di Bob Dylan siano letteratura.Il problema se le canzoni siano poesia o meno è un dibattito aperto da sempre.

Certo, non si vuole in questa sede avere la velleità di fornire una risposta definitiva, ma può essere utile provare capire un po’ meglio.Se non ci si arresta alla polemica “del giorno dopo” e si pensa che questi interrogativi abbiano un qualche valore, infatti, si scorge non troppo in lontananza un problema che si potrebbe definire di “filosofia della letteratura”. Quali sono i confini della letteratura? Chi ha il passaporto per accedere al “mondo-della-letteratura” (e chi ha il diritto di conferire tale attestato)? I critici, i lettori, i teorici, i premi? Si può dare una definizione di letteratura? Che cos’è letteratura? E che cos’è letteratura oggi? Perché oggi sembra rientrare nel contesto letterario una maggiore quantità di forme espressive che si discostano dall’usuale modo di intendere che cosa sia la letteratura e i premi, come il Nobel (ma non solo), sembrano in un certo senso sanzionare questo fatto.

Solo l’anno scorso aveva suscitato un clamore – certo minore rispetto a quello di quest’anno – l’assegnazione del premio Nobel alla scrittrice-giornalista Svetlana Aleksievič. Con le sue opere, Aleksievič ha raccontato, in uno stile che si pone a metà tra la cronaca e il romanzo, eventi come la dissoluzione del mondo sovietico, la tragedia nucleare di Černobyl’ o le vicende dei reduci della guerra in Afghanistan. Si tratta della cosiddetta letteratura di non-fiction, che trova le sue radici nel New Journalism statunitense degli anni Sessanta e Settanta (autori come Truman Capote, Tom Wolfe, Norman Mailer) e arriva fino ai giorni nostri, per esempio, con Roberto Saviano. Il conferimento del premio dell’Accademia svedese ha significato il riconoscimento di un “modo” di fare letteratura del tutto peculiare, che non aveva ancora avuto, per lo meno in certi ambienti, piena cittadinanza. Anche in questo caso si è trattato di allargare lo spettro di un’eventuale definizione (possibile?) di letteratura.

Per non parlare del riconoscimento di dignità letteraria a capolavori della narrazione per immagini – detta brutalmente, del fumetto – come le grafic novel. Mausè valso a Art Spiegelman un Pulitzer ancora nel 1992, mentre Gipi con il suo una storia è entrato tra i dodici semifinalisti del Premio Strega nel 2014 (Zerocalcare ripeterà l’impresa l’anno successivo). Anche in questo caso si tratta di una forma diversa dalla letteratura “classica” che entra nel novero della scrittura “che conta”.

Se il teatro sembra rientrare (anche se ancora con qualche difficoltà) nel Pantheon della Letteratura con la “L” maiuscola, vi sono altre forme artistiche e di scrittura come la canzone, il giornalismo o il fumetto che sembrano invece appartenere a generi espressivi che si ritrovano più facilmente nella vita di tutti i giorni piuttosto che nei libri di storia della letteratura (per il momento).

Con Hegel si potrebbe dire che stiamo assistendo a una sorta di “prosaicizzazione” dell’arte nella modernità. La filosofia dell’arte di Hegel è nota per la cosiddetta tesi della “fine dell’arte”. Una tesi – è bene dirlo fin dal principio – che non deve essere in nessun modo intesa come “morte” dell’arte, come definitiva rinuncia alla possibilità di fare arte. Tutto il contrario, anzi, una tesi che in generale descrive una cesura netta, irreversibile per l’arte nella modernità, che ha prodotto l’avvento di una “nuova” arte. Una tesi che può avere diversi significati e che ha avuto innumerevoli interpretazioni.

Tra le altre, il significato filologicamente più corretto da attribuirle è quello per cui l’arte è diventata “qualcosa di passato”, qualcosa che ha perso la centralità sociale che aveva in contesti come quello della Grecia antica, dove il teatro (che in quell’epoca sì era considerato a pieno titolo letteratura…) svolgeva un ruolo dirimente per la vita politica della polis. Oppure si può parlare di “fine dell’arte” come di una progressiva razionalizzazione o “filosofizzazione” di una dimensione come quella artistica, solitamente ascrivibile al versante sensibile ed emotivo.

In questi termini, per esempio, il filosofo statunitense Arthur Danto ha letto i movimenti artistici degli anni ’60 del XX secolo come la Pop Art o l’arte concettuale: di fronte a un’opera di arte contemporanea – poniamo un’opera d’arte figurativa – non siamo più soliti affermare estasiati “che bello!” (dimensione sensibile-emotiva), ma ci ritroviamo a chiederci spiazzati “che cos’è?” (dimensione razionale-filosofica). L’arte, secondo questa interpretazione, è diventata una domanda, un’interrogazione, si è trasformata in filosofia.

O ancora – e questo è il caso che ci interessa in questa sede – l’arte nella modernità è giunta alla sua “fine”, perché non rappresenta più un mondo altro, interamente mitico o di fantasia, ma si è aperta alla vita di tutti i giorni. Nella filosofia hegeliana dell’arte si ritrovano due poli: vi è il polo della “poesia”, inteso come quel polo che descrive un’arte concepita in modo classico, e vi è il polo della “prosa della vita”, della “prosa del mondo”, che corrisponde al livello della quotidianità, della vita fatta di burocrazie, di istituzioni e dei rapporti della vita borghese.

Per Hegel, la “poesia” ha lasciato nel moderno sempre maggiore spazio alla “prosa della vita”, alla “prosa del mondo; l’arte si è fatta sempre più “prosaica”. A questo proposito, Hegel aveva in mente, per esempio, la pittura olandese del Seicento, fatta non più di eroi e di divinità, ma di scene comuni di personaggi anonimi alle prese con le situazioni ordinarie che si producevano in contesti casalinghi o di lavoro. Oppure – paradossalmente per il discorso qui proposto – Hegel aveva in mente il romanzo, che allora si stava affermando come la forma letteraria della borghesia emergente e come suo “moderno epos”.

Se cerchiamo di traslare questa interpretazione della cosiddetta tesi sulla “fine dell’arte” al contesto letterario contemporaneo, Hegel ci può mostrare una tendenza che sembra presente nei casi presi in considerazione. Il giornalismo, il fumetto e la canzone sembrano cioè tutte forme della modernità che appartengono alla dimensione del quotidiano. Se prima l’atteggiamento era: leggo un reportage, mi ascolto una canzone, leggo un fumetto e poi magari vado al museo o mi leggo un romanzo, ora la“prosa del mondo” sembra invadere il campo della “poesia”.

Non si tratta di un discorso necessariamente valutativo, ma di un processo che sembra in atto: ora leggo un reportage, mi ascolto una canzone, leggo un fumetto, ma potrei, senza necessariamente trovare una soluzione di continuità tra queste attività – senza trovare un e poi – andare al museo e leggere un romanzo.

Tuttavia, è lo stesso Hegel a metterci in guardia sul fatto che il confine tra “poesia” e “prosa” non è così facile da definire. Hegel non ci può aiutare quindi a identificare una linea di demarcazione per il problema di cosa sia letteratura e cosa no. Non è tra i suoi obiettivi. Ci può però indicare un processo (l’avanzamento della “prosa”) e ci può rassicurare sul fatto che la “poesia” ha tutti gli strumenti per resistere, per non venire sopraffatta.

Se, come detto, la “fine dell’arte” non significa l’annullamento totale della possibilità di fare arte, non sembra neppure significare che la “prosa” sia destinata a fagocitare totalmente la “poesia”. Magari, tale avanzamento può contribuire a ridefinire i confini del campo della letteratura. In ogni caso, il “grande romanzo”,con una buona dose di certezza,troverà ancora il suo spazio, sarà percepito ancora per molto tempo come letteratura (come letteratura genuinamente contemporanea) e verrà ancora insignito di prestigiosi premi.

Certo, alla fine, l’unico vero giudice per la letteratura, l’unico vero teorico e l’unico vero critico resta il tempo. È il tempo il vero lettore della letteratura. E torna alla mente quell’esilarante pezzo intitolato Frammenti del Diario Minimo di Umberto Eco in cui, in un futuro a noi distantissimo, nel contesto di un convegno archeologico sull’antichità del pianeta Terra, vengono studiati un poema elegiaco “dal sapore alessandrino” che ha i versi di Grazie dei fior o il primo verso di un poema presumibilmente lunghissimo dal titolo M’illumino d’immenso. Al di là del paradosso, le forme letterarie e la loro percezione cambiano nel tempo e nelle epoche. Alcune tendenze rimangono invariate, ma vi possono essere degli slittamenti, delle novità. Non è un male registrarle.

L’Accademia di Svezia, con il conferimento del Nobel a Dylan, non ha fatto altro, per certi versi, che confermare una tendenza alla “prosaicizzazione” dell’arte che sembra essere connaturata alla modernità e alla contemporaneità. Lo ha fatto destando scandalo, spostando il punto di vista e mostrando nuovi spazi, affermando I’m not there e agendo in modo – per dirla con il titolo di un album-tributo di Bryan Ferry – del tutto dylanesque.

Commenti
12 Commenti a “Don’t Think Twice, It’s All Right. Hegel, Bob Dylan e il Nobel per la letteratura”
  1. Marcello scrive:

    Non è mia abitudine lasciare commenti ad un articolo solo per criticarlo, ma questa volta non resisto. Insomma, sono perplesso: su Minima e Moralia non esce nessun articolo per commentare il nobel a Bob Dylan, nessuna riflessione a riguardo; poi con due settimane di ritardo compare un articolo che è giusto una serie di luoghi comuni: l’arte/letteratura che si allarga e sfugge alle definizioni tradizionali (con tanto di bignamino di estetica), la poesia VS la prosa del mondo, è il tempo l’unico giudice e bla, bla bla… non dico che siano cose false, è solo che sono cose ripetute alla nausea. Forse quando non si ha nulla da dire su un argomento è meglio non dire nulla.

  2. Charlotte scrive:

    Caro Marcello, non sono d’accordo con quello che dici. Se si è alzato tutto questo polverone sul Nobel a Dylan significa che forse certe cose non vengono mai ripetute fino alla nausea e che la dimenticanza e l’ignoranza rendano anche solo il bignami degno di ripetizione. Mi sembra che l’articolo argomenti con sottigliezza che, forse, un’opera è considerata letteratura/poesia/musica più per luogo comune e per abitudine, perché comunemente viene considerata tale, che per ragioni estetiche. I dischi di Dylan li compro nello scaffale musica, ergo sono musica e non letteratura. Un’indagine più accurata di quei “pezzi musicali”, peró, potrebbe rivelare una valutazione diversa e mi sembra che l’articolo fornisca buoni esempi al riguardo (chi oggi non considererebbe le ballate letteratura o i poemi epici letteratura? Eppure erano scritti per essere ballate le prime, recitati i secondi…). Insomma, a me sembra che l’articolo ci inviti, in modo chiaro e accessibile a tutti, a riflettere sulle categorie a cui i luoghi comuni (e con queste parole intendo in particolare i luoghi di commercio, inclusi gli scaffali delle librerie, banalmente) ci abituano, offrendoci i loro prodotti in un formato commerciale a cui il consumatore si abitua. Il riferimento allo Hegel mi sembra ben studiato: quando la rappresentazione del mondo a cui siamo abituati cambia, non è facile valutare il nuovo. Il confronto immediato ci spinge a focalizzarci su ció che rende il nuovo altro rispetto all’abituale, estraneo rispetto al noto. Solo il tempo rende il nuovo abituale e, conseguentemente, meno estraneo.
    I concetti presenti nell’articolo saranno ripetuti fino alla nausea, ma se il tempo storico che stiamo vivendo richiede che questi vengano riproposti, come nel caso del nobel a Dylan, non è forse questa l’apertura di una nuova riflessione? Non è il riproporre stesso qualcosa di nuovo? Il caso Dylan presenta analogie e somiglianze con altri casi noti (Hegel e il romanzo, Fo e il suo Nobel), ma non è riducibile a questi (altrimenti non si sarebbe alzato questo polverone). Non è un segno questo che allora i confini tra le arti (ma le categorizzazioni in genere) sono fatte dagli uomini per gli uomini e che dunque necessitano continuamente di una ri-valutazione? Non sarà niente di nuovo, ma c’è chi lo dimentica facilmente.

  3. paolo cognetti scrive:

    Personalmente sento il bisogno di definizioni.
    Letteratura è un’arte che si fa con le parole, anzi potremmo dire che è l’arte della parola: non importa se si scrive, si recita, si canta. Questo da parte di chi la fa; da parte di chi la riceve si può leggere o ascoltare, è lo stesso.
    Sento il bisogno di distinguere l’arte della parola non tanto dalla musica, quanto dall’immagine che tutto divora: vorrei dire che non è letteratura il cinema, la fotografia, la pittura. Ciò che può essere muto, senza parole, non può essere letteratura. Dove la parola c’è ma è secondaria all’immagine, come nel cinema parlato o nel fumetto, ci penserei su.
    Il Nobel a Dylan è una bellissima notizia per tutti noi amanti dell’America e dei beat, ma una pessima notizia per tutti noi amanti dei libri. Nessuno mai leggerà le canzoni di Dylan in un libro. Non serviva un altro brutto colpo a questo nostro amore in estinzione.

  4. Charlotte scrive:

    Se entriamo nel tema “definizioni” ci sono un po’ di aspetti che non tornano in ciò che dici, Paolo Cognetti. Stando alla tua “definizione” letteratura è solo ciò che viene stampato in un libro (suppongo). Ma la letteratura nasce prima della cultura del libro e della stampa! Potrai immaginare che i poemi omerici non erano proprio diffusi come dei best sellers essendo la carta e la stampa inesistenti. Erano recitati, come la mettiamo? Forse intendi che letteratura è ciò che PUÒ essere stampato su carta? Ma allora anche Dylan rientra a pieno nella tua “definizione” – indipendentemente dal fatto che venga letto o no su carta – e con lui tante altre cose che tu escludi: cinema (le sceneggiature non sono forse stampate?), fumetti, teatro ecc… Vogliamo includere il lettore nella tua definizione e consideriamo letteratura solo ciò che 1. è stampato su carta e 2. viene usufruito IN QUANTO stampato su carta? Può essere che io conosco solo le messe in scena delle opere di Shakespeare…non conosco dunque le opere letterarie di Shakespeare? Cosa ne facciamo del teatro? E ancora: i poemi omerici all’epoca dei greci erano recitati. Non erano letteratura? Erano qualcosa di altro rispetto a quello che conosciamo noi oggi (escludendo i problemi di natura filologica)? Stando alla tua “definizione” non erano letteratura all’epoca dei Greci, ma oggi sono letteratura. E ancora: stando alla tua “definizione”, una lunga sequenza di fonemi, così lunga da non poter essere ricordata e detta a memoria, ma solo letta su un libro stampato, è letteratura. Qualcosa non torna. Bisogna stare attenti a volere delle definizioni…

  5. adriano scrive:

    “ Venerdì 14 ottobre 2016 – Divertentissimo è che, mentre tento di leggere il « pezzo » di Paolo Di Stefano su Dylan, irrompa continuamente nella pagina la faccia sghignazzante di Ben Stiller nello spot di Sky Cinema. È proprio vero: serve « una lucida presa d’atto sull’” audiovisività “ pervasiva che sempre più prende il sopravvento sul rapporto intimo tra scrittura e lettura. » “.

  6. paolo cognetti scrive:

    Ciao Charlotte, a parte che non capisco bene l’aggressività, devi aver letto di fretta il mio commento. Io stesso ho parlato di parola scritta, cantata, recitata, letta o ascoltata. Ho detto che secondo me è leggittimo far rientrare Dylan nella letteratura, ma è un po’ un peccato per i libri. Non ho scritto da nessuna parte “letteratura è ciò che sta nei libri”, stai sbagliando mira.

  7. Charlotte scrive:

    Scusa Paolo Cognetti, non era mia intenzione suonare aggressiva. Cercavo solo di esplicitare quello che mi sembrava aver inteso dal tuo post. A quanto pare ho capito male, ma allora non capisco perché è un peccato per i libri, se consideri i testi di Dylan letteratura…

  8. paolo cognetti scrive:

    Charlotte, lo considero un peccato perché il libro è in grave crisi in questi anni, e personalmente non credo che il Nobel a Dylan farà leggere più libri. Anche se posso sbagliarmi e magari domani un editore pubblicherà tutti i testi di Dylan in un volume che venderà milioni di copie. Un Nobel a Philip Roth, per fare un nome a caso, avrebbe forse portato qualche lettore in più in libreria, e a conoscere un grande scrittore. È successo qualche anno fa con Alice Munro, una scrittrice che amo molto e che da moltissimi è stata scoperta proprio grazie al Nobel.

  9. Charlotte scrive:

    Paolo, adesso capisco meglio la tua posizione e conosco ciò di cui stai parlando. Ma penso che concordiamo che questa non è una motivazione forte per argomentare che si debba dare il Nobel solo a chi scrive libri, mettiamola così. Capisco bene che questa non è la tua posizione. Penso che quello che dici richieda una riflessione diversa: perché la gente non si appassiona/interessa a quello che accade nel mondo del libro e lo fa solo quando lo scrittore “spopola” nel mondo mediatico. Il caso Munro da te citato ha un po’ questo senso. Certo, molti hanno iniziato a leggere Munro per il riconoscimento da questa ricevuto, ma anche per la risonanza che l’assegnazione del Nobel ha attraverso i media. Mi sembra che qualcosa di simile sia accaduta in altri casi: Ferrante e.g. Più che intristirsi per il premio a Dylan, forse sarebbe il caso di chiedersi perché (in Italia) è difficile comunicare cosa accade nel panorama letterario e raggiungere la audience adatta o meglio perché poche persone sono interessate a quello che offre il panorama letterario fin quando un libro non diventa un cult. Forse manca un discorso sulla letteratura? O forse c’è ma questo non trova i canali giusti…non so.

  10. Fausto Spotti scrive:

    Non capisco tutte queste polemiche e questo filosofeggiare a sproposito.
    Io sono un appassionato di Dylan dal 1964/65 ; ma quello che mi è piaciuto è stata soprattutto la musica.. Capisco che alcune sue canzoni specie quelle del periodo folk possano anche essere considerate delle poesie.
    Ma faccio questo ragionamento. Se Dylan avesse solo scritto quello che ha musicato io e penso il 90% delle persone non ne conoscerebbe nemmeno il nome..
    Perché non istituiscono il Nobel per la musica.
    Quello si, se lo sarebbe ampiamente meritato.

  11. agilulfo scrive:

    Così come, Fausto Spotti, se Shakespeare avesse solo scritto le sue opere non ottenendo alcuna rappresentazione…
    Il Nobel per la letteratura non è un premio al miglior romanzo o alla miglior raccolta di racconti, rassegnatevi, siete dei fottuti reazionari.

  12. Antonio scrive:

    Dylan lo meritava ancor prima di Dario fo. Dario fo era un com mediante non ha lasciato nessun segnale di grande letteratura come ancora oggi continua a lasciarlo dylan nei suoi testi di raffinata poeticita’.speriamo il prossimo sia indirizzato verso il grande faber. Sotto una forma diversa non é stato meno poetico e letterario di dylan

Aggiungi un commento