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Hemingway a Cortina. Il fascino degli intellettuali da colbacco

Ora che Cortina è considerata la meta dei furbetti più che la “perla” delle Dolomiti, Francesco Longo ha deciso di auto-denunciarsi. Ripubblichiamo il suo reportage da Cortina. Da Hemingway (con Fernanda Pivano) a Moravia, da Rosy Bindi a Rita Hayworth, da Marinetti a Orson Welles a Cortina ci sono stati tutti. Questo articolo è stato pubblicato sul «Riformista» del gennaio 2010.

«Ho trovato una conchiglia!». La notte nevica e la mattina il mondo è bianco: le Dolomiti sono ancora il mare tropicale che furono un tempo, il riverbero abbagliante è perfetto per vivere con gli occhiali da sole. Vale la pena, fino al 24 gennaio [2010 ndr], salire a Cortina per visitare la mostra che racconta di Ernest Hemingway nel Veneto (e far trasparire magari profonda delusione o sdegno per l’allestimento inadeguato). La mostra fotografica, intitolata «Il Veneto di Ernest Hemingway», è ospitata nelle salette del Municipio Vecchio. Si trova a metà del corso principale di Cortina, tra chioschi e gazebi di wurstel e strudel, dove si sorseggiano molti bicchieri di apfelsaft bollente e fiumi di vin brulé. Inevitabile fare un po’ di people-watching.

Da quando Hemingway arrivò qui per la prima volta, fino ad oggi, la cittadina, «perla» o «regina» delle Dolomiti, ha sempre brillato nell’immaginario collettivo come il top della vacanza invernale, l’unica meta europea altrettanto esclusiva è St. Moritz, altri santuari per osservare le vette innevate non sembrano contemplati. La clientela fissa dei grandi alberghi, i volti dolomitici abbronzati e annoiatissimi rivelano nell’espressione che tutti vengono qui «da sempre»: non esistono facce nuove, si è solo pionieri, al peggio si è habitué. L’unica cosa che conta è essere pieni di reminiscenze del passato e ripetere in ogni occasione che «solo qui ci si sente veramente a casa».
Hemingway soggiornò in Veneto molte volte, in un arco temporale che va dal 1918 al 1954. A Cortina, nel 1948, dormiva all’Hotel Concordia e frequentava il bancone del bar dell’Hotel de la Poste (veniva qui quando non era a Parigi, in Kenya o a Cuba). Affittò Villa Aprile e vi trascorse il capodanno del 1948 insieme alla moglie Mary e a Fernanda Pivano che lo incontrò per la prima volta. Di quelle giornate, la Pivano racconterà che lo scrittore amava le bistecche cucinate dalla moglie e che al primo boccone commentava già «very nice, Mary». Racconta di brocche di Bloody Mary che venivano mandate giù mentre si parlava di politica e letteratura. La biografia che scrisse Fernanda Pivano si chiama Hemingway (ed è pubblicata da Bompiani). Fu sempre a Cortina che Hemingway conobbe la giovanissima Adriana Ivancich, la riconoscibile “Renata” del romanzo che lo scrittore ambientò in Veneto. È per questo motivo che quando Di là dal fiume e tra gli alberi uscì in Italia, Ernest fece aggiungere questa avvertenza: «Data la recente tendenza a identificare i personaggi della narrativa con persone reali, ritengo opportuno dichiarare che in questo volume non vi sono persone reali: tanto i personaggi quanto i loro nomi sono fittizi».

Nel 1950 Hemingway soggiornava all’Hotel de la Poste quando chiuse il suo libro. Dopo dieci anni era tornato a scrivere romanzi. Ma fu sufficiente l’uscita della versione inglese per scatenare i pettegolezzi. L’onore di Adriana sembrava perso per sempre. L’autore cercò in ogni modo di proteggere la reputazione della ragazza. Il grande amore della sua vita.

Oggi, gli alberghi come il Grand Hotel Savoia (appena riaperto dopo un lungo restyling) o il leggendario Cristallo non ospitano scrittori da premio Nobel, ma sono vasti parcheggi per sfoggiare Suv e station wagon metallizzate, in un continuo viavai di arrivi e partenze.
Al centro di Cortina, già a Capodanno, si incontrano celebrità con le labbra rifatte, filmmaker col colbacco, produttori in bermuda (a meno otto gradi) tutti con pellicce o montoni, e le madame alla moda circolano quest’anno con gonfi Moon Boot di pelo: «Stella, ho visto tuo nipote, stava con la figlia di Qualcuno». Le casse acustiche sopra le vetrine di Paul&Shark diffondono Vivaldi. Il sole del pomeriggio manda gli ultimi raggi a colorare le cime bianche perché l’incanto sia totale. Gli impianti sono pieni, la stagione è al culmine.

Ai tempi d’oro, tra duchesse e contesse e le prime love-story con gli acerbi maestri di sci, arrivavano a Cortina Orson Welles e Rita Hayworth, oggi, il programma degli eventi di gennaio 2010 ha portato qui tutta la mondanità-engagé d’Italia: Gianni Alemanno, Rosy Bindi e Gian Antonio Stella. I tre dibattevano al Palainfinity di immigrazione e tolleranza quando la Bindi è stata coperta dai fischi del pubblico e da pochi alpini «buuuuu». Le giornate sono andate avanti con tutti gli opinion leader di rito: Barbara Palombelli, Vittorio Sgarbi e Luciano Violante. Mentre Bruno Vespa appariva qualche giorno dopo, al leggendario Grand Hotel Miramonti.

«Ma i veri intellettuali oggi dove saranno?». Si sa, sono tutti altrove. Se ne stanno isolati «a qualche chilometro da Cortina». Tutti presi a sentire l’Alpensinfonie di Strauss o a citare Nietzsche, lì dove dice di amare le vette delle montagne perché là, meglio che altrove, si sente di avere il popolo sotto di sé. E così, mentre sulle piste sono tutti rapiti dall’euforia di nevicate vere (dopo annate di neve artificiale), l’intellighenzia se ne sta tappata nelle baite ad accendere caminetti, ed esce solo per fare qualche passeggiata nei boschi coi cani o per acquistare bottiglie di Champagne per fare poi qualche risotto country-chic.
Nelle foto presenti alla mostra, Hemingway non sembra né uno scrittore né un turista. È un cacciatore americano molto pensieroso. Le figure femminili che lo assecondano e i paesaggi veneti che lo incorniciano sembrano servire solo per distogliere la concentrazione dalla solennità del suo sguardo intenso, consapevole, velato da rimpianti che lo turbano.

A Cortina ci sono stati davvero tutti. Ecco la sua vera magia. Tutto ciò che accade qui entra dritto nella storia. Vennero qui Martinetti e Montanelli, Roberto e Isabella Rossellini. E Moravia, che divideva la villa a Sabaudia con Pasolini, da giovane, era stato due anni a Cortina: in un sanatorio a curarsi, come Hans Castorp nella Montagna incantata.

Hemingway almeno andava a pesca e sciava. Quando si innamorò della nobildonna Ivancich (incontrata in una battuta di caccia) lei aveva diciannove anni, lui cinquanta. Lei gli chiese se aveva un pettine, lui ne estrasse uno dalla tasca. Lo spezzò in due e consegnò una parte nelle mani della fanciulla. Nel romanzo Di là dal fiume e tra gli alberi si legge: «Ora non pensare a lei. Non pensare a Renata perché non ti farebbe bene per niente, ragazzo. Potrebbe perfino farti male. E hai detto arrivederci. (…) Che gran brutto mestiere, pensò. Amare e partire. La gente può farsi male in questo modo. Chi ti ha dato il diritto di conoscere una ragazza simile? (…) Ma com’è possibile che si sia innamorata di un povero bastardo come te?». Lo scandalo era inevitabile. Adriana Ivancich raccontò la sua relazione con Hemingway in un libro intitolato La torre bianca, pubblicato da Mondadori nel 1980 e mai più ristampato.
Sarà nata così la tradizione del gossip tra i monti?

Il primo luglio del 1961, il giorno prima di morire, Hemingway cantava una canzone che gli aveva insegnato Fernanda Pivano proprio a Cortina. Un canto alpino. Qualche anno più tardi moriva suicida anche Adriana Ivancich. Cortina, splendida ghiacciaia internazionale, conserva i loro segreti e i ricordi. Alla fine riesce sempre a farsi amare, e una volta amata, partire «è un gran brutto mestiere».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
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