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Here and After

«Hereafter» significa «aldilà». Ma in inglese la parola composta mantiene nel primo elemento (here) quel rapporto diretto con la realtà terrena che nel termine italiano – tutto sbilanciato nelle regioni impervie dell’escatologia – rimane imprudentemente sottinteso. Mi sembra dunque indovinata la scelta di non tradurre il titolo dell’ultima pellicola di Clint Eastwood, che a ben vedere ha molti più punti di contatto con la vita di quanti non ne abbia con la morte. Le tre storie che vanno a confluire nel finale del film hanno per protagonisti tre personaggi che loro malgrado si ritrovano ad affrontare – da diverse angolazioni – il rapporto morte-vita: Marie, una spigliata e attraente giornalista francese all’apice della sua vita privata e professionale; George, un sensitivo di San Francisco dalle sorprendenti capacità medianiche; e Marcus, un bambino londinese figlio di una madre tossicodipendente e alcolizzata.

Marie sopravvive miracolosamente allo tsunami indonesiano del 26 dicembre 2004, compiendo per alcuni minuti una cosiddetta esperienza di pre-morte. Questo seppur breve contatto con una realtà ultraterrena la porta a dedicare a tale tematica tutta la propria attenzione, rinunciando per un periodo di tempo alla ribalta del successo per dedicarsi alla scrittura di una monografia sull’argomento. Durante la redazione del libro, Marie deve scontrarsi con una profonda quanto incomprensibile ostilità. Il tema della morte e, ancor più, quello della vita oltre la vita, si rivela poco attuale, come se l’esperienza della morte fosse un tema destinato a un circoscritto interesse esoterico, o come se dovesse riguardare solamente i credenti anziché l’intera umanità.
Il sensitivo George si ostina a rinunciare ai propri poteri medianici e agli eventuali vantaggi economici che potrebbe ricavarne, in quanto il continuo transito attraverso l’oscura linea di demarcazione che separa la vita dalla morte grava come un’ombra sulle proprie possibilità di vivere in pienezza la propria esistenza terrena. Si iscrive a un corso di cucina italiana, che si configura come un itinerario formativo che lo aiuti a conoscere la propria componente sensoriale nella sua totalità, e che gli consenta di trovare un rapporto pieno e completo con la propria esistenza corporea.
Marcus perde il proprio fratello gemello Jason in un tragico incidente, e si ritrova a dover affrontare da solo il dramma familiare di una madre tenera quanto inadeguata alla gestione di una famiglia socialmente degradata. Il legame tra i due bambini non si interrompe con la morte di Jason, il quale, con la propria occulta vigilanza, fa scampare Marcus dalla morte nell’attentato alla metropolitana di Londra del 7 luglio 2005 (dopo lo tsunami, un secondo fatto di cronaca che aggancia in modo significativo la fiction alla realtà vissuta).
Sia che si creda in una vita ultraterrena, sia che si consideri la morte come termine definitivo dell’esistenza, tra le due dimensioni sussiste indubbiamente una fortissima interdipendenza. Se è vero infatti che la vita consiste in un inarrestabile itinerario verso la morte, è anche vero che il costante spostamento in avanti della linea del tempo relega nella morte una parte progressivamente crescente dell’esistenza, intendendo per morte tutto ciò che assume via via un aspetto immutabile, che non può più essere cambiato. L’hereafter di Clint Eastwood va situato esattamente in quella dimensione intermedia tra morte e vita, in quella zona d’ombra che assume la conformazione dell’una o dell’altra in base a leggere sfasature del punto di vista. Il regista non compie un’esaltazione mistica di un oltretomba separato dalla sfera terrestre e ontologicamente inaccessibile all’uomo; né d’altra parte vuol negare l’indiscutibile esigenza conoscitiva che dai viventi si diparte oltre le soglie dell’essere, stabilendo legami e configurandosi in vere e proprie percezioni. Ma compie una pacata riflessione sulla mortalità, intesa come dimensione pienamente terrena, ma certamente destinata a un futuro ultraterreno. Senza mai dimenticare che il baricentro ontologico dell’esistenza va cercato nel qui e ora, in quell’here che relega l’after nel territorio dell’insondabile, sbilanciando la consistenza dell’umano nella sfera del sensibile, di individui che si incontrano, di barriere che si infrangono.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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