Hereafter – Un mondo imperfetto

di Bruno Fornara

L’aldilà: questo significa la parola hereafter. Ovvero quello che c’è (se c’è) after here, dopo qui. Ma here e after, in sequenza, dicono il contrario, indicano prima il qui e poi il dopo: e va detto subito che Eastwood è molto più interessato al qui che non al dopo. Perché è di questo, della vita e non del dopo vita, che parla il suo ennesimo grande film.
Tante vite, spezzate da uno tsunami o da un attentato nel metrò. E tante altre vite, quelle dei sopravvissuti, di chi è stato travolto e risputato fuori dalla valanga d’acqua, di chi non è salito, per via di un cappellino, su quel vagone del metrò, di chi si ritrova a vivere da solo dopo aver perduto una persona cara, un fratello gemello, una moglie o un padre (violento). Di chi continua faticosamente a vivere con sul cuore il ricordo e il peso di una persona che se n’è andata. Le vite dei sopravvissuti sono al centro di Hereafter. L’aldilà dei morti c’entra poco: è visto in maniera confusa e soffusa, con ombre inafferrabili e vaganti, sommerse da una luce troppo bianca come in un’Ade accecante, forse pacificato ma individuale, dove ogni ombra non ha rapporti con le altre. L’aldilà che i quasi morti intravedono e che appare come in un lampo a George quando stringe o anche soltanto sfiora le mani di una persona, questo aldilà così incerto, uguale ed eterno (monotono per l’eternità?), non sta al centro del film. Al centro, c’è il dolore per la perdita di qualcuno che si amava, o anche l’impossibilità di dimenticare chi, quand’era in vita, ti ha ferito nel profondo.
Si intrecciano esistenze in Hereafter. Marie, conduttrice televisiva francese, viene sommersa dal mare che si abbatte sulla riva, si avvicina alla soglia di quell’aldilà luminoso e triste, ricomincia a respirare, torna a vivere qui. Due ragazzini gemelli vivono in simbiosi, amano e aiutano la loro madre squinternata e quando uno dei due, Jason, se ne va, l’altro, Marcus, resta silenzioso e chiuso in se stesso, però coraggioso e pronto a tutto pur di ‘ritrovare’ il fratello. Ci sono anche un greco che ha perso la moglie e Melanie, incontrata a un corso di cucina italiana (grandi elogi al barbaresco…), che scompare quando George risveglia dal passato di lei un orribile trauma nascosto. Perché questa è la maledizione di George (e questo è il cuore del film): non tanto l’entrare in contatto con il futuro dei morti, quanto piuttosto il ‘vedere’ il loro passato. Vedervi anche ciò che è inconfessabile. Non è l’aldilà che interessa a Eastwood, quanto ciò che del passato pesa sui personaggi e non permette loro di vivere.
George vuole guarire dalla sua maledizione, non vuole più ‘vedere’. Eastwood, umanissimo narratore, glielo concede. Potrà stringere una mano senza venir proiettato dentro le storie di un passato opprimente. Quando George comincerà a voler bene a qualcuno, allora potrà vivere, in pace e qui, una sua storia. Hereafter è un invito a vivere dentro l’adesso, dentro ciò che succede in questo tempo, nel mondo che è il nostro.
Nel film, c’è un filo rosso che unisce i molti momenti in cui ci si rifà a Charles Dickens. Prima di addormentarsi, George si lascia cullare da una voce che legge Dickens, poi va in pellegrinaggio alla casa del grande narratore, quindi incontra alla fiera del libro il signore la cui voce gli ha letto Dickens ogni sera. Lì, tra i libri, le storie di George, Marie e Marcus s’intrecciano in un finale dickensiano in cui si racconta che per vivere la nostra storia è necessario far scivolare via il dolore dalle spalle, togliersi di testa un cappellino, baciarsi, lasciare i morti nella loro luce accecante e vivere noi nella nostra quieta luce di ogni giorno.
È come se Eastwood dicesse, con uno di quei suoi film così semplici, scorrevoli, attraenti e dolcemente umani anche quando parlano di dolore e di morte, che l’importante è vivere di qua e non guardare oltre, ricordare chi ci ha lasciato senza restare aggrappati a lui, senza volerlo trattenere. Avere, ancora e sempre, una storia da vivere, è questo che ci fa vivere davvero. Solo in questa esistenza viviamo delle storie. Nella troppa luce di un aldilà immobile non ci saranno più storie.
Eastwood fa qualcosa di più: fa dell’ironia. Ci dice che molte storie possiamo viverle nei libri; aggiunge che ci sono narratori e scrittori che le storie le sanno raccontare; suggerisce che ci sono altri narratori cui manca questo dono. Dickens è lo scrittore consigliato apertamente. Anche il nome di Rousseau compare nel film: così si chiama una dottoressa che sa ascoltare le storie di chi non ha ancora abbandonato la vita, dottoressa che vive immersa nella natura tra le montagne (forse quelle stesse svizzere di Jean-Jacques). Eastwood aggiunge un terzo nome a questo gioco letterario che si nasconde tra le pieghe del film, quello di Joyce, attribuendolo a una sensitiva fasulla e imbrogliona. Domanda: non è che il classicissimo narratore Clint Eastwood e il suo ottimo sceneggiatore Peter Morgan (The Queen, Frost/Nixon, I due presidenti) hanno voluto dirci che una buona storia alla Dickens e un sereno atteggiamento alla Rousseau sono guide e medicine sagge e utili per vivere qui e adesso (aggiungendo anche, sottovoce, che Dickens funziona meglio di Joyce)?

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “Hereafter – Un mondo imperfetto”
  1. simone consorti scrive:

    Hereafter presenta un andamento quasi meteorologico, da molto mosso a sereno. La scena iniziale dello tsunami toglie il fiato, in tutti i sensi. Marie, giornalista televisiva in carriera, parigina à la page in Asia per un servizio sullo sfruttamento minorile, sorpresa dall’onda anomala beve tonnellate di mare e, dopo un tentativo disperato di rianimazione e alcuni istanti interminabili tra la vita e la morte, ne sputa fuori solo un po’. Quel che le resta dentro, segnerà il suo dopo, in questa vita, impedendole di occuparsi della biografia di un uomo che vorrebbe uccidere agli occhi degli altri(ha in progetto un libro scandalistico su Mitterand) e costringendola a ridare voce e parola a chi non l’ ha più. In tutto il film il presente è legato al passato, come da una sorta di filo sospeso. Sono numerose le scene in cui la macchina da presa indugia su ponti, a partire dal Tower Bridge per arrivare al Golden Gate di San Francisco, una delle tre città protagoniste, insieme a una caotica Parigi e a una camaleontica Londra, dove convivono simbioticamente due gemelli di undici anni, figli di una madre tossica, assediata dai servizi sociali. La storia di George, il protagonista del film, è quella di un uomo che vuole lasciarsi alle spalle il passato, contrassegnato da un potere medianico, che tutti giudicano essere la sua fortuna, ma che lui considera la sua condanna. Essere un vero medium, vedere oltre nella vita delle persone, lo rende agli occhi di tutti, un elemento estraneo che sta altrove, e un voyeur all’ ennesima potenza. Ogni volta che sfiora una donna entra in contatto col suo passato e prova una terribile scossa. Il suo appartamento da casalingo è ordinato, come la sua vita abitudinaria. Prima di andare a dormire, ascolta un attore inglese leggere Dickens tutte le sere. Lo ascolta ad occhi aperti,in continuazione, come se fosse una premonizione. Quando perderà il suo lavoro di operaio, e deciderà di non rifugiarsi più nel passato, opterà, come meta per la sua nuova vita, proprio per Londra, per andare a visitare la casa del suo scrittore preferito. Una volta lì dentro, sfiorerà ogni foto di Dickens, avvicinerà la mano a ogni suo ritratto, nel tentativo di stabilire un contatto. Intanto, proprio a Londra, Jason e Marcus, i due gemelli inseparabili dalla nascita vengono dissaldati dalla vita. Jason, per scappare a una baby gang che vorrebbe rubargli il cellulare, viene investito e ucciso nell’ incidente stradale, mentre sta telefonando. Dall’ altro capo del cellulare c’è Marcus, che sente tutto, e continua a sentire tutto a lungo. Marcus rimane col cellulare in mano e per mesi continua a provare a mettersi in contatto con quella voce dall’ altro capo, ricorrendo a una serie di medium ciarlatani, passando attraverso una sequela infinita di cartomanti, astrologi e falsi radiografi dell’ anima. La sua ricerca non esclude niente, come quella di Marie, che nel frattempo ha perso il lavoro in tv e si è dedicata, anima e corpo, alla pubblicazione del libro su ciò che c’è dopo. Marcus, che nella sua ricerca, si era imbattuto nel vecchio sito medianico di George, lo riconosce, nel finale, alla Bookfair di Londra, dove George, a sua volta, incontra Marie, che nel frattempo ha pubblicato il suo Hereafter(“Aldilà) e lo sta presentando al pubblico. Basta uno scambio di sguardi, un incontrarsi di occhi uguali, per riconoscersi prima di perdersi inghiottiti dalla folla. George, alla fiera del libro, e fin sotto l’ hotel, è seguito da Marcus, braccato da lui. Sebbene abbia promesso a se stesso di non mettersi più in contatto con un morto, davanti alle lacrime del bambino,e alla sua determinazione, fa un’ eccezione, regalandogli le parole, quasi paterne, del suo gemello. George aiuta Marcus a mettersi in contatto con suo fratello e Marcus ricambia aiutandolo a ritrovare Marie, ma, a Covent Garden, il contatto tra George e Marie, è un contatto umano. Non c’è niente di paranormale nel loro modo di sfiorarsi e di guardarsi. Finalmente nessuna scossa, ma solo un brivido. Per la prima volta, prima che il dolly verso l’ alto, si allontani dal qui e dall’ ora, facendoci intuire che la loro storia proseguirà anche più in là e dopo, vediamo in soggettiva con gli occhi di un George improvvisamente pacificato, il loro primo bacio. televisiva in carriera, parigina à la page in Asia per un servizio sullo sfruttamento minorile, sorpresa dall’onda anomala beve tonnellate di mare e, dopo un tentativo disperato di rianimazione e alcuni istanti

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