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Heridas: la nuova letteratura colombiana

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“Irene è la cosa più bella che gli sia capitata dopo Star Wars”.

La Colombia, soprattutto. La Colombia del racconto, della nuova narrativa, perciò della lingua diversa, della capacità di elevarsi al di sopra di quello che ci è stato sempre mostrato. Una Colombia di città, di case – principalmente – di interni, di bar, scuole, università, di taxi, di locali notturni, di amori, di sbronze, di risse, di scenari familiari.

Una Colombia fatta di libri da studiare e studiati. Una Colombia di scrittori giovani ai quali interessa la tensione del racconto breve, di ciò che si può tenere fuori dalla trama, di quanto poco possa contare una trama regolare. Ventidue scrittori nati tra gli anni settanta e gli anni ottanta che hanno voglia di misurarsi col presente e di far vedere che c’è un’altra Colombia al di fuori del mondo del narcotraffico, una nazione che non conosciamo, città che – come dappertutto – sono fatte di persone e le persone non sono mai uguali e cambiano in funzione delle relazioni che vivono con gli altri. Una Colombia giovane, vista da chi ci vive o che ci ha vissuto, giovane come molti dei protagonisti di Heridas (gran via, 2019 a cura di Maria Cristina Secci). La Colombia, finalmente.

Gran via ormai da qualche anno è un punto di riferimento per gli amanti della letteratura latinoamericana; alla casa editrice umbra vanno riconosciuti sia il talento nello scoprire e far tradurre scrittori interessanti, sia la capacità di rischiare. I libri di scrittori giovani – seppur molto bravi – sono sempre un rischio, figuriamoci se sono libri di racconti. Il cuento è centrale nella letteratura latina, fa un po’ di fatica da noi, anche se negli ultimi anni qualcosa è cambiato.

Il prete mi aveva preso la mano e avevamo recitato quattro rosari di seguito affinché non rimanessi incinta prima del matrimonio, cosa che entrambi sapevamo avrebbe ucciso mio padre.

Non si possono nominare 22 autori in una recensione, vanno da Garcia Ángel a Noriega, da Pilar Quintana a Carolina Cuervo, da Daniel Ferreira a Juan Cárdenas, da Juliana Restepro a Matiás Godoy. Tutti hanno un timbro riconoscibile, con alcuni interessanti punti in comune riconducibili al tipo di storie che si vogliono raccontare, ai personaggi a volte ingenui, altre confusi, alcune altre cattivi, quasi sempre perduti, o comunque destinati a perdersi.

Personaggi accomunati da un punto oscuro piazzato dentro i loro cuori, un punto che al lettore è prima ignoto e poi chiarissimo. Una sorta di dolore minimo originario, una comune difficoltà ancestrale che impedisce di essere felici per più di un istante, che non consente di amare come si vorrebbe, che fa sì che un uomo non torni a casa per tempo dalla moglie – pur dichiarando di non voler fare altro – perché passa la notte a giocare a vedere prima una partita, poi a giocare ai videogiochi, poi a drogarsi, poi con le prostitute e a ubriacarsi, poi a schiantarsi in auto.

Non ho molti amici. Non mi durano. Non sopportano la mia fotocamera. Qualche tempo fa ho avuto un amico a cui piacevano i film. Però non al cinema ma a casa sua.

La comune difficoltà ancestrale che impedisce a due studenti universitari di amarsi, già pieni di dubbi su eventuali tradimenti e giochi di potere. Nemmeno la naturalezza dei primi baci, nemmeno la bellezza della timidezza li salva, certo, poi ci si ricorderà in un altro domani, ma intanto si resta con la sensazione di aver perso qualcosa.

La comune difficoltà ancestrale, il panico, il desiderio, la paura di un uomo che scopre di avere una figlia, che questa ragazza vada a vivere con lui dopo la perdita della madre, che nasca un gioco di seduzione cui l’uomo cerca di sottrarsi, un gioco fatto di cure e sguardi, un gioco in cui il padre è destinato a cedere, a perdere, a perdersi per sempre.

La comune difficoltà ancestrale di non saper educare i figli, per eccesso di protezione, per proprie debolezze.

Nel tragitto verso casa continuò a ricordare i colleghi del suo primo impiego; non li incolpava per i loro atteggiamenti insoliti, per i loro strani sfoghi in ambienti così inappropriati, per voler giustificare i loro errori e cercare di cavarsela, in un modo o nell’altro, salvandosi il posto; per sopportare in silenzio e poi trovare un colpevole per le proprie mancanze. Li ricordava con nostalgia e, a volte, con un po’ di compassione, nonostante quel giorno provasse più pena per sé stessa che per qualsiasi altro essere umano.

La comune difficoltà ancestrale che non tiene i protagonisti al riparo dall’invidia, ci sarà chi invidierà l’amica più cara, pur non volendo, pur provando affetto, pur essendo felice del successo dell’altra.

Racconti molto brevi, come quello splendido di Cárdenas, racconti più lunghi, molti dialoghi. Ci sono molti bambini in queste storie, molti ragazzi giovani, spicca l’ambiguità dei rapporti, la fascinazione verso chi è più adulto, verso chi ci appare migliore, più saggio. I ventidue autori conoscono le storie e la storia della Colombia ma se bisogna portare con sé il peso di un paese (se esiste un peso), sia letterario che storico, bisogna portarlo scrivendo qualcosa di nuovo, di gente che vive tutti i giorni con tutte le paure e lo straniamento cui porta il quotidiano. Questo straniamento a volte salta fuori dal modo in cui viene condotto il racconto, altre è proprio lo strumento principale del resoconto che fa il narratore.

La Colombia è molte cose, oltre quelle che ci hanno raccontato nel tempo, alcune sono qui nelle parole di scrittori che vale la pena leggere, per scoprire di nuovo le infinite possibilità di narrazione che ha la letteratura latina.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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