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Hitler, Lenin, Hirohito – Aleksandr Sokurov e i corpi del potere

Questo pezzo è uscito sul quotidiano La Repubblica

Ci voleva un conservatore venuto dell’est, un fiero erede di Turner e di Tarkovskij per restituire ai corpi l’importanza fondativa che il secolo della virtualizzazione sembra voler negare. Se qualcosa nel bene e nel male ci trascende di continuo, la materia di cui siamo fatti (specie nelle sue disfunzionalità) ne è la spia più attendibile. È questo uno degli “inattuali” insegnamenti con il quale il regista russo Aleksandr Sokurov, trionfatore con Faust all’ultimo Festival di Venezia, ha deciso di sfidare la contemporaneità. Tic, lapsus, rituali ossessivi: cosa meglio di una macchina da presa può indagarli? E che significa quando smarriscono il dominio della fisicità alcuni tra i sedicenti padroni del mondo quali furono Hitler, o Lenin, o Hirohito?

Al padre del nazismo, del comunismo russo e all’imperatore giapponese Sokurov ha dedicato tre film a cui il Faust (vera eminenza grigia della modernità) mette il sigillo. Sull’argomento è da poco uscito uno studio intitolato I corpi del potere. Il cinema di Aleksandr Sokurov (curato da Mario Pezzella e Antonio Tricomi, Jaca Book, pp. 218, 20 euro) nel quale si illustra molto bene come a questi leader corrispondano altrettanti corpi impazziti.

Il fhürer protagonista del primo di questi film (Moloch, 1999) è un omino ridicolo devastato dall’ipocondria che trascorre le vacanze nel castello del Berghof insieme a Eva Braun, ai Goebbels e a Martin Bormann. Isterico e paranoide, l’Hitler di Sokurov trova nella sua amante l’unico argine alle ossessioni (“ho il cancro, lo so, sto morendo!”, “non avete nessun cancro, smettetela di lamentarvi”, “allora secondo voi non avrei neanche le fistole in gola!”, ed Eva Braun: “se volete delle fistole in gola c’è un dottore pronto a dire che ci sono. C’è qualcuno che possa contraddirvi a parte me?”). Due, sembra suggerire Sokurov, sono le verità inconfessabili che premono sotto il corpo di Hitler mascherate da disturbo ipocondriaco. La prima è la consapevolezza di essere un fallito – l’aspirante pittore respinto all’Accademia – nelle vesti di un leader. La seconda, comune a ogni uomo di potere, è la dissociazione tra corpo politico e corpo naturale. Il primo cova l’illusione dell’immortalità, il secondo ne è la smentita più lampante.

Del medesimo problema soffre anche il Lenin di Taurus (2001). In questo secondo lungometraggio, troviamo il capo rivoluzionario ai suoi ultimi giorni. Segregato in una villa di campagna, gravemente malato, esautorato dall’esercizio del potere, l’ex leader assiste incredulo alla propria fine. Che ne è di colui che, al pari di Zeus, assunse le sembianze di un toro per sedurre Europa? Resta un uomo così sconvolto dall’evidenza dei propri limiti da non riuscire a credere che il mondo gli sopravvivrà. La malattia del corpo e la conseguente perdita del potere causano in Lenin incidenti che vanno oltre il ridicolo: “il sole sorgerà ancora dopo di me?”, chiede a sua moglie.

Ma il ritratto forse più riuscito tra quelli tracciati da Sokurov riguarda l’imperatore Hirohito, protagonista de Il sole (2005). Isolato in un bunker mentre le truppe americane marciano su Tokio, per evitare che l’orgoglio nazionale porti il suo popolo a farsi massacrare fino all’ultimo uomo l’imperatore decide di far leggere per radio un messaggio in cui rinuncia a ogni attributo divino. Impresa ardua, dal momento che Hirohito è stato educato a considerarsi il 124o discendente della Dea del Sole, e così viene percepito da tutti i giapponesi: “il fatto che vostra altezza possa ritenersi un essere umano è una preoccupazione priva di fondamento”, gli comunica un sottoposto. L’autospoliazione di Hirohito diventa in questo modo un travaglio commuovente di cui la fisicità è l’unica vera testimone: il corpo dell’imperatore si inceppa di continuo, le gambe inciampano, le labbra si muovono nevroticamente senza produrre suono.

Di tutto questo rende conto il libro curato da Tricomi e Pezzella, e della forza rivelatoria dei corpi sembra tornare a occuparsi il cinema in generale. Uno speculare di Sokurov potrebbe essere lo Steve McQueen che indaga i corpi vittime del potere, come l’erotomane di Shame o il Bobby Sands di Hunger che sfida il Regno Unito con lo sciopero della fame.
Eppure l’ultima parola sui corpi attraversati dal potere ce l’ha ancora Sokurov. Il suo Faust si pone contemporaneamente all’inizio e alla fine della modernità: non è un artista né un intellettuale ma un mediocre, un corpo vuoto, meccanico e amorale, senza più maschere sublimi da esibire, incapace di comprendere persino cosa sia il male, così simile ai potenti di oggi. Del resto, il passaggio di consegne dall’era dei totalitarismi al nichilismo del mondo dei consumi era già espressa in una scena del Sole. Hirohito è a colloquio col rozzo generale McArthur per trattare la pace. Interrogato sull’atomica (“dopo Hiroshima ci aspettavamo di essere attaccati da bestie”), l’ufficiale statunitense si difende: “non ho dato io quell’ordine. Non furono bestie quelle che attaccarono Pearl Harbour?” Hirohito dà la stessa risposta: “fu ordinato a mia insaputa”. E McArthur, avvolto nella penombra: “vuol dire che entrambe le cose sono accadute da sole”.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
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