Roy Lichtenstein

Ho letto i messaggi sul cellulare della mia ragazza

Roy Lichtenstein

Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero della rivista Nuovi Argomenti. (Immagine: Roy Lichtenstein)

Un giorno di agosto faccio una cosa che non avevo mai fatto prima, questa: guardo i messaggi sul cellulare della mia amante. Sono sempre stato fidanzato, non mi è mai capitato di tradire le ragazze con cui ho avuto una relazione, ma ci ho sempre pensato. Laura è ricca di famiglia, ha deciso lei: viene a letto con me perché confonde la classe media con la povertà, e la povertà con l’emancipazione; io ne approfitto perché sono un provinciale e la ricchezza è eroticamente vincente nel mio immaginario. Ci vediamo da un anno, è fidanzata da cinque, io da quattro; ne ho trenta, convivo da due, mi sposo a dicembre.

Che fai?, chiede.

Andiamo sempre a casa sua perché ha un bilocale ristrutturato a San Lorenzo e io no. Ci sono cose che lei ha e io no, e che alla corte di qualsiasi tribunale di provincia potrei usare per giustificare il tradimento. Ha una donna delle pulizie; vinili comprati quando era studentessa a Parigi; un armadio pieno di abitini anni Trenta; un padre avvocato e senatore di sinistra, una madre esperta di stoffe; lenzuola di gusto regalatele dalla sorella arredatrice di interni; lo xanax in bagno; l’analista vicino; un salotto dove organizza mercatini vintage tra amiche; un ripostiglio dove ogni tanto si chiude a piangere perché vorrebbe essere nata povera; un letto gigantesco dove il fidanzato di Prati, il quartiere dov’è cresciuta, non dorme quasi mai. Negli ultimi mesi mi sembra che nel suo paniere siano finite delle altre cose: il desiderio di aumentare la sua idea di lotta di classe, usando la nostra storia per mollare il fidanzato; il sogno di amare un povero, e diventare povera con lui; la certezza che i poveri amino meglio.

Che cerchi lì dentro?, si sta passando lo smalto sulle unghie dei piedi, la osservo da sopra lo schermo del suo iPhone.

La vedo praticamente solo per andarci a letto, potremmo farlo subito, per me, ma lei adora soffiare dentro questa bolla di piacere finché non esplode e scopiamo e veniamo.

Ora si sta dando del rosso sull’unghia del pollice del piede sinistro, io sto leggendo i suoi messaggi.

Allora?, mi dice, cercando intanto di capire se il colore dentro la boccetta sia finito o no.

La guardo e è bella, blu gli slip leggeri e una canottiera verde petrolio, una goccia di sudore sul collo, i capelli tagliati cortissimi – e neri. Riabbasso gli occhi sul suo cellulare:

Non ho mai letto i messaggi delle donne con cui sono stato.

Mi stai leggendo i messaggi?

Non smette di passarsi lo smalto: non smetto di leggere i messaggi.

Ci siamo conosciuti in Rai, lavoriamo entrambi come videomaker a partita Iva, tredicimila euro all’anno che a lei bastano perché non deve preoccuparsi dell’affitto, mentre io sì e quando non entra qualche bonifico di mia zia signorina e di buona pensione sono costretto a risparmiare su tutto. In Rai ci passiamo la maggior parte del nostro tempo. Un giorno abbiamo pranzato assieme con amici comuni eccetera eccetera.

Io guardo sempre i messaggi sul cellulare di Marco, mi fa.

Ne vedo uno di un ragazzo che non è Marco, a leggerlo la prenderebbe male. E anch’io sono sorpreso:

Ma hai altre storie?, le chiedo.

Ti interessa?

Mi interessa? Non lo so.

Sei geloso?

In generale, dici, o di te?

Stiamo parlando di me.

Non c’ho mai pensato.

Si morde per un attimo il labbro e mi fissa, lo smalto a mezz’aria. Non so che dirle, mi sembra che si aspetti che le dica che sono geloso di lei, ma non lo sono, non me ne frega. Alzo le spalle e lei le sopracciglia, poi con un gesto molle lascia cadere la bottiglietta a terra, colorando di rosso il parquet.

Merda, dice.

Va in cucina a prendere uno straccio, poi torna e si mette a pulire.

Di Maria sei geloso?, chiede.

La osservo, dandole evidentemente l’impressione di non aver capito la domanda, perciò me la ripete: Di Maria sei geloso?

Da qualche settimana vuole sempre parlare del mio rapporto con Maria, vuole farmi dire che è in crisi. Mi innervosisco, poggio il cellulare sul bracciolo della poltrona, ma lo poggio male e cade a terra.

Non mi va di parlare di Maria, le dico.

Certo, come no.

A questo punto so che per oggi non scoperemo più, perciò la frustrazione sale, mi rivesto e la lascio piegata a pulire il rosso sul parquet.

*

Per Ferragosto andiamo alla casa al mare del fidanzato della sorella di Maria, una soluzione di comodo perché nei giorni precedenti abbiamo litigato e così nessuno ha dovuto pensare al Ferragosto. Ci siamo concentrati sulle liti: io mi sono concentrato sulle liti. Ho fatto storie su tutto, lei prima ha abbozzato, poi s’è lasciata andare alla rabbia. Abbiamo litigato sul numero degli invitati al matrimonio (“Ho una famiglia numerosa”, “Non me ne frega un cazzo”); su dove andare a mangiare la pizza (“Non ci vengo da Osvaldo, non sono più una studentessa”; “È per fare veloce”; “È per risparmiare”); sul quartiere dove cercare una nuova casa (“Sulla Tiburtina mai!”). Stamattina abbiamo litigato perché dopo tutto il casino volevo fare l’amore e lei no.

Ci siamo conosciuti litigando. Era maggio: e era sera e era bello. Entrambi eravamo a San Lorenzo e dovevamo posteggiare e io vedo un posto, mi infilo, ma lei comincia a suonare il clacson e Cosa diavolo stai facendo c’ero prima io! Non voglio mollare, non subito, però lei comincia a strillare e allora Ma vaffanculo, le dico, e me ne vado. Solo che dopo ci ritroviamo alla stessa festa di compleanno a cui ci hanno invitato degli amici, non conosciamo nessuno a parte questi amici, ci siamo andati perché era un periodo in cui eravamo un po’ soli e senza molte pretese, ce lo siamo detti dopo i primi sorrisi imbarazzati per la storia del posteggio, e con dei bicchieri di vino in mano ci siamo detti altre di cose, il suo ultimo anno di infermieristica il mio primo in Rai, i suoi amori naufragati i miei amori naufragati, abbiamo litigato su film politica libri e soldi, e così per anni, e così fino a stamattina.

Per tutto il tragitto da Roma fino a Nettuno stiamo in silenzio, lei tutto il tempo al cellulare, io a fare liste di cose che lei può fare in quei momenti al cellulare. Cose che oscillano dal parlare male di me con le amiche a organizzarsi per scopare con qualcuno.

A Nettuno la spiaggia è piena e a me non va di prendere il sole e dico alla sorella di Maria e al fidanzato che se per loro non è un problema resto a leggere un po’ a casa. Per loro non è un problema, per Maria meno che mai. Sfoglio i giornali, mi faccio un caffè, vorrei dormire un po’. Litigare mi sfinisce, anche se so che non se ne può fare a meno, e ci sono cose che mi piacciono.

Mi piace per esempio il momento in cui si inizia a sentire la tensione, i freni sulle frasi da non dire (che poi si dicono), il momento esatto in cui mi accorgo che tutto è ridicolo, quando i nervi si stirano e tutti e due capiamo (con tempi e umori diversi, con rabbie sotterrate in modo diverso) che non ne vale la pena, che è noioso.

Squilla un cellulare, e per automatismo, e perché sono solo, afferro il mio e me lo porto all’orecchio e dico Pronto. Lo ripeto, poi me ne accorgo, cioè sento un vuoto al petto: il cellulare che sta squillando è quello di Maria, lo ha dimenticato su una sedia della cucina. Sta chiamando da quello della sorella:

Me lo porti appena scendi in spiaggia?, mi chiede.

Certo, le dico.

Riattacco e realizzo che il vuoto si è ingigantito e trasformato in ansia. Col cellulare ancora in mano affilo un pensiero che diventa una lama: sto per leggere i messaggi sul cellulare di Maria. È una cosa che un po’ mi terrorizza e che però non riesco a controllare. Faccio una serie di considerazioni mentre mi accendo una sigaretta: la sto spiando? lei lo ha mai fatto? di cosa ho più paura, di farlo? che mi scopra? che io scopra qualcosa sul suo conto? e cosa sarebbe più grave, che stia scopando con qualcuno, che desideri farlo, che lo abbia già fatto e si sia pentita? e se non trovassi niente? siamo felici assieme?

Mi affaccio un attimo in veranda, la spiaggia è a poco più di un chilometro, dieci minuti a piedi, d’improvviso penso che la distanza sia troppo poca e che se a Maria salta in testa di tornare, e che se non la vedo, e che se mi scopre, e che se eccetera eccetera. Mi rendo conto di avere i denti strettissimi, quasi che quelli di sopra volessero entrare dentro quelli di sotto. Poso il cellulare sul tavolo e inizio a fissarlo. Non sono neanche sicuro che il codice per sbloccarlo sia ancora quello che conosco, Maria potrebbe averlo cambiato, e quando lo digito in fondo è quello che mi auguro: che l’ostacolo a fare una cosa che non dovrei fare fosse esterno e non frutto di una mia scelta, che io fossi vigliaccamente sollevato da questa responsabilità. Ma l’iPhone si sblocca e questa cosa della vigliaccheria me la sento addosso ancora di più che se fosse rimasto bloccato. Perché è a questo punto che posso veramente scegliere: e invece di scegliere di non farlo, scelgo di cliccare sull’icona dei messaggi. E quello che succede è che il senso di colpa scompare, sostituito da un piacevole sollievo: non c’è niente che mi incuriosisca o atterrisca. Sorrido, prendo il mio cellulare, scrivo alla sorella di Maria: Scendendo, dove siete?

Per strada mi accorgo di aver messo il costume al contrario, mi fermo in un bar, prendo una bottiglietta d’acqua e chiedo del bagno. Una volta dentro cerco di sfilarmi il costume e rimettermelo come si deve, evitando di fare casino col piscio che c’è per terra. Appendo la borsa alla maniglia della porta, mi reggo come posso per non cadere e ho quasi finito quando sento il rumore tipico dei messaggi degli iPhone. Non ci penso nemmeno, questa volta: afferro il cellulare di Maria, lo sblocco e guardo il messaggio e al numero non corrisponde nessun nome e però dentro c’è scritta una cosa, una frase che a leggerla mi si gira il sangue nelle vene.

Ho un leggero momento di confusione, guardo il cellulare, il cesso, il piscio per terra, ancora il cellulare: faccio una cosa senza senso, digrigno i dentro contro lo schermo, poi lo poso, esco e raggiungo la spiaggia.

Ciao, mi salutano da lontano Chiara e il fidanzato. Alzo la mano, mi invitano a andare, ma gli faccio cenno che no, mi stendo un po’ al sole, la faccia rivolta al mare. Maria non mi vede neanche, sta nuotando verso la sorella, quando le è di fronte si tira su e parlano e poi esce dall’acqua.

Allora?, chiede.

Non mi alzo, non rispondo, non so che fare. La guardo un attimo, quel corpo che mi piace così tanto, la lunghissima schiena e piena di nei, i seni grandi e gli occhi anche.

Oh, dice.

Lì c’è il tuo cellulare, le dico, indicandole la mia borsa e voltandomi dall’altra parte.

Resto così per un’ora, mentre lei sotto l’ombrellone si attacca all’iPhone e non mi rivolge più la parola: mi brucio tutto.

**

È chiaramente un tuo delirio.

Ma che cazzo dici?! Ma perché cazzo mi devi andare contro, ora?

Abbassa la voce.

Ho questi cinque minuti di patetica isteria ogni volta che penso al messaggio che ho letto sul cellulare di Maria. Ora li ho con Laura alla mensa della Rai e entrambi sappiamo che non è il caso, ma manco per niente.

Quella frase può significare qualsiasi cosa.

Può significare solo che è andata a letto con qualcuno.

Non conosci il numero, non sai neanche se è un’amica.

Mi dovrebbe fare meno male, se scopa con un’amica?

Oh cristo, non volevo dire questo.

Mi è venuta la paranoia che i suoi amici lo sappiano. Ogni volta che usciamo con loro mi sembra di avere tutti gli occhi addosso.

Smettila di maciullare quell’hamburger, mi fa schifo.

Sto maciullando l’hamburger nel mio piatto, l’ho preso per quello, la smetto.

Se la cosa ti fa male, diglielo.

Ma ti senti, ma ti sembra possibile?

Perché?

L’ho spiata, porcatroia, come glielo spiego? E poi, ma insomma, cazzo.

Cosa?

Abbasso la voce, tutta nervi: Diocristo, andiamo a letto da un anno, con quale faccia posso andare a chiederle se mi sta tradendo? Cosa faccio tutta la scena del cazzo per farla stare di merda e poi torno da te?

Non lo so.

Cosa non sai?

Forse dovresti lasciarti.

Ma che cazzo stai dicendo?

Forse dovremmo lasciarci entrambi.

MA CHE CAZZO STAI DICENDO???

Non è questo il punto.

Qual è il punto?

Sapere chi è il tizio del messaggio, questo è il punto.

Prende il vassoio, si alza e se ne va. Alzo gli occhi verso gli altri tavoli della mensa: ho l’impressione che qualcuno abbia sentito e che stia ridendo della scena che ha appena visto.

**

Ho deciso per un compromesso. Questa notte prendo il computer di Maria, lo accendo e sbircio un po’: se ha lasciato Facebook aperto, se ha memorizzato la password, se la sua posta è accessibile darò un’occhiata: altrimenti metto per sempre un punto a questa storia. Dunque, spero ancora che ci sia un ostacolo tra me e questa cosa che da giorni nella mia testa chiamo ossessivamente “ricerca della verità” e che non è una cosa pura, non l’ho mai pensato, non è un gesto nobile, però penso che sia in qualche modo necessario, così come per un governo possa essere necessario spiare i suoi Presidenti o i suoi cittadini: una cosa infame, ma mica tanto. In fondo ho sempre creduto questo: non è che mi diano fastidio le intercettazioni o altri giochetti così, mi dà fastidio lo sputtanamento generale per le cose che non valgono la spiata, tipo le scopate o i tradimenti di un ministro, i commenti sgradevoli su qualcuno. Allora in virtù di questo decido che la mia spiata sarà la più onesta delle spiate: spierò, ma poi non renderò pubblico il contenuto di quello che avrò scoperto, cioè non farò scenate a Maria, né ai nostri amici. Non so ancora se ci riesco, ma comunque per tutta la giornata sono estremamente gentile con Maria.

Alle due e mezza di notte mi libero dal suo abbraccio, mi alzo, vado in cucina e mi porto il suo computer. Ho fatto in modo che tutte le fasi successive ruotino attorno a piccoli pezzi di verità: se si alza le dirò che non riesco a dormire (è vero), se mi chiede che ci faccio col suo computer le dirò che il mio ha la batteria scarica (l’ho scaricata apposta), se verrà a guardare il monitor lo abbasserò dicendole che è meglio se torno a letto (domani lavoro).

Di tutto questo comunque non c’è bisogno, so benissimo che Maria ha un sonno pesantissimo. In tutti questi anni che stiamo assieme non si è mai alzata dal letto nel cuore della notte: al limite, quando ritorno sotto le coperte mi chiede se è tutto apposto.

Perciò accendo il computer e vado dritto a vedere se Facebook è aperto sul suo profilo, è aperto sul suo profilo, ho bisogno di un bicchiere d’acqua. Dopo aver bevuto mi accorgo che ci sono delle notifiche e alcuni messaggi non letti, non devo leggerli, mi riprometto, non devo lasciare alcuna traccia del mio passaggio sul computer. Ma in definitiva è facile, non mi interessa neanche leggerli: uno è della sorella, un paio di alcune colleghe, uno di un amico che conosco benissimo e non mi preoccupa minimamente.

Bevo un sorso d’acqua, poi metto una compressa di moment sopra la lingua e ne bevo un altro po’. Vado su e giù nel tempo per i messaggi di Facebook, ne apro molti, rido a alcuni, spesso non li capisco, scopro che Maria parla di moltissime cose di cui non parla con me, ma non mi fa male, per niente. Quello che mi fa male sono le conversazioni con un tizio che non conosco, a cui qualche volta Maria ha accennato, un suo vecchio coinquilino, fidanzato all’epoca con un’altra sua coinquilina, un tizio di cui vedo ora la faccia per la prima volta e che mi convinco essere lo stesso tizio del messaggio. Non sono moltissimi i messaggi che si sono scambiati, anzi si può dire che siano pochi, però mi sembra che ci siano dei buchi, mi viene da pensare che alcune cose siano state cancellate, e che quelle che restano, così per come le leggo io sono interpretabili in mille modi diversi. Cerco di capire se il carico di ambiguità sia dentro quei messaggi o dentro la mia testa, non lo capisco.

Prendo un biscotto dalla dispensa, guardo la porta della cucina, l’ho lasciata socchiusa, vado a chiuderla, mi accorgo addirittura di fare un giro di chiave, poi subito la riapro e ritorno al tavolo.

Provo a capire se col tizio abbiamo degli amici in comune, non ne abbiamo, lo cerco su Google. C’è poca roba, tutta più o meno risalente agli anni dell’università, il suo nome compare come firma su alcune petizioni per il diritto allo studio, dentro il database di un concorso pubblico (una cosa al comune di Padova), in calce a una foto in cui si vedono alcuni ragazzi a Ostia (ma l’articolo riguarda altro).

Vado ai messaggi sulla posta di gmail, di lui non c’è traccia; faccio una ricerca tra i documenti del computer ma non trovo niente, salvo alcune vecchie foto di quando vivevano assieme con Maria (c’è pure quella che all’epoca doveva essere la fidanzata). Ritorno ai messaggi su Facebook, li rileggo, passo dalla rabbia alla delusione all’autoinganno al dolore all’assoluzione, al delirio che mischia assieme tutte queste cose quando decido di scrivere una risposta al tizio, fingendomi Maria. Scrivo e cancello più volte, frasi lunghe e frasi brevi, periodi intricati e messaggi lapidari, parole il cui unico scopo dovrebbe essere quello di troncare ogni tipo di futura relazione.

A un certo punto penso anche di scrivergli a mio nome, ma sempre dalla casella di posta di Maria, così da passare dall’autoassoluzione all’autodiffamazione. Inizio a comporre il messaggio ma non viene niente di buono, ci riprovo più volte, poi lascio perdere, poi faccio una cosa senza pensarci neanche: clicco sul tasto «cancella questa conversazione». Facebook mi avvisa che verranno cancellati tutti i messaggi e che non sarà più possibile recuperarli. Dico di sì e vedo scomparire davanti ai miei occhi tutte le parole che Maria ha scambiato con il tizio. Chiudo Facebook, chiudo la mail, cancello la cronologia di questa notte, spengo il computer.

Vado a prendermi un altro bicchiere d’acqua dal rubinetto del lavandino, e mentre la faccio scorrere perché esca più fresca, me ne passo un po’ sul collo e sulla faccia, e penso che non voglio pensare alla cosa che ho appena fatto, alle sue conseguenze, se è una vigliaccata o una mia legittima difesa, se porterà giorni di malumori o non lascerà traccia.

Faccio un’altra cosa: scrivo a Laura che le devo parlare, magari un caffè domani da qualche parte, poi cancello il suo numero. Mi viene da stirarmi, allargo le braccia al centro della stanza, le tendo fino a che non sento un leggero dolore alla schiena e poi torno in camera.

A letto non è che penso di aver risolto cose o che adesso ne risolverò. Maria mi prende la mano: Tutto ok?, mi chiede. E tu?, le dico. Mi stringe le dita, ma non è che sono sicuro che non possa finire già fra poche ore, saremo sempre gli stessi, può darsi: qualcosa è già cambiato.

Poi poco prima di addormentarmi penso che ci sono momenti in cui allarghi le braccia, le tendi fino a che non ti fa male un punto preciso dietro la schiena, senti quel dolore, lo senti in maniera precisissima, e però non vuoi smettere di tendere le braccia, perché ti stai accorgendo che non tocchi nessuno. Quei momenti sono bellissimi.

Giuseppe Rizzo è nato ad Agrigento nel 1983. Il suo ultimo romanzo è Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia. Scrive per Il Foglio, IL (Il Sole 24 Ore), Rivista Studio, la Repubblica – Palermo Vive a Roma
Commenti
21 Commenti a “Ho letto i messaggi sul cellulare della mia ragazza”
  1. Gil scrive:

    Quanta tristezza, quanta bruttezza e quanta pessima scrittura c’è dentro te.

  2. Matteo scrive:

    Ma al penultimo paragrafo non dovrebbe essere Maria quella che gli prende la mano?
    Mi sono confuso io? S’è ormai confuso lui irrimediabilmente? 😀

  3. Mattia scrive:

    Si è confuso, Giuseppe. Doveva per forza essere Maria, altrimenti qualcosa non torna nel racconto.

  4. RobySan scrive:

    Dev’essere un bel tipo ‘sta Maria; che cià i pollici nei piedi!

  5. RobySan scrive:

    O era Laura? Mah!

  6. Annabelle scrive:

    Si potrebbe anche dare una riletta prima di pubblicare, eh! “digrigno i dentro contro lo schermo” più altri vari refusi più scambio di nomi Laura / Maria…

  7. eli scrive:

    Bravo! Povera Italia….

  8. Un bel tipo scrive:

    Maria sarà pure un bel tipo, ma chi scrive “c’ha” senza “h” e con l’accento è proprio un fenomeno…

  9. RobySan scrive:

    Come per esempio il Belli o il Trilussa!

  10. minima&moralia scrive:

    Scusate, è stato un refuso. Colpa anche nostra, della redazione, affogata dal Salone e da altro. Ora è corretto.

  11. Salvatore scrive:

    Numi illustrissimi, tutti critici! A me è piaciuto un sacco, bravo! Ovviamente fai un po’ più di attenzione e calibra meglio i sintagmi, ma bravi!

  12. Giorgio scrive:

    che noia. quanti errori di battitura. però, questi giovani così insicuri, alla fine la tecnologia li aiuta!

  13. SIMONA scrive:

    a me è piaciuto, non l’ho trovato per nulla noioso, anzi!

  14. elyza scrive:

    Bello e interessante fino alla fine!!

  15. MarkRent scrive:

    Idem come sopra: errori di battitura e affini perdonabilissimi a fronte di un racconto davvero godibile

  16. Andrea scrive:

    Bello bello bello. Mi ci sono rispecchiato. Davvero poetico e profondo. Un errore di battitura ogni tanto non mi sembra per niente una cosa grave.

  17. Carlo scrive:

    Personalmente non sono stato a far caso alla correttezza del testo.. l ho trovato di un’immediatezza che spinge a leggerlo, cercando e trovando domande e risposte alle curiosità e paure, proprie della vita di ogni “uomo”. Sfido chiunque ad affermare che non sia cosi, ovvero che non sia questa la corretta traduzione del nostro piccolo universo di ansie, destinate a farla da padroe, anche quando in modo effimero, ci sentiamo più forti in una storia d amore. Complimenti!
    Carlo

  18. Ospite scrive:

    Bellissimo.
    Viscerale, triste, crudele.
    Io credo sinceramente che tutte le storie che finiscono, hanno funzionato per un po’ così prima di finire. Non avallo le corna, io o lascio o sono fedele, ma mi sono trovato nelle condizioni di avere una gran voglia di farle, perché la mia vita andava esattamente come in questo racconto, e alla fine non l’ho fatto solo perché mettendo tutto sul piatto della bilancia, amavo la mia ragazza più di quanto amassi litigarci, e non volevo rovinare tutto.

    Oggi siamo cresciuti e siamo felici insieme, lei è perfino diventata amica della ragazza a cui facevo il filo (e ci è pura andata a letto insieme lei sì e io no, ah ah), e alla fine questa tipa è sparita dalla nostra vita, e ad oggi sono innamorato pazzo e pure lei mi tratta da dio.

    Ma ricordo come mi sentivo a quei tempi, quando il suo amore era tiepido e immaturo, e la mia rabbia grande ed accecante.

    Comprendo la situazione del racconto anche se non mi comporterei così (e per di più noi leggiamo costantemente i messaggi l’uno dell’altra, in genere al bagno, per distrarci dalla nostra vita, e magari per scoprire qualcosa dell’altro che non sappiamo di carino), e devo dire che leggere questo breve capitolo mi ha dato il batticuore, perché nessuno può dirsi avulso.

    E poi CA**O scrive da dio. La descrizione della ragazza all’inizio è da brividi, graffiante e sintatticamente aggressiva, sembra Il Pasto Nudo.

    Capolavoro.

  19. Merry scrive:

    ciao amici, sono qui per condividere la mia testimonianza su come mio marito è tornato da me con l’aiuto di un grande uomo di nome Baba Lapola. Sono sposato con mio marito da 8 anni, abbiamo vissuto felici e contenti per così tanto tempo. twokids un ragazzo che ha 5 anni e una ragazza che ha 3 anni, siamo stati felici tutto questo tempo ma ho notato che improvvisamente alcuni cambiamenti non hanno più bisogno di noi. Sono stato contattato via email, Itold il mio problema e ti ho detto che ho avuto qualche problema con lui devo dire che sono l’uomo più felice della terra perché io e mio marito siamo di nuovo insieme e siamo di nuovo una grande famiglia felice, quindi possiamo aiutarti in molti modi. come segue contattalo sulla sua e-mail: Greatjackson95@gmail.com o chiama / whatsap a +2349076298649 ciao!

  20. Usagi scrive:

    Bellissimo. Complimenti all’autore.

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